Ieri ho letto, casualmente, in Rete, un articoletto di un “intellettuale” (così viene etichettato da molti) dedicato al problema dei medici che rifiutano di farsi vaccinare. L’autore è un ex sessantottino passato attraverso il 77 bolognese, a suo tempo si fece notorietà per aver fondato a Bologna un giornale satirico in cui i titoli erano volutamente e vistosamente falsi… “per vedere l’effetto che fa”.
Sostiene l’intellettuale che i medici che non vogliono vaccinarsi non credono nella scienza e non credono nello stato. Quante cose rivela questa parola “credere”. Se chi non si vaccina non crede, allora chi si vaccina crede.
Allora c’è un diffuso bisogno di credere in qualcosa e tanti poggiano questo loro bisogno sulla scienza e sullo stato. Hanno bisogno di credere.
Ma scienza e stato non sono “credenze” e dunque chi crede nella scienza e nello stato ci dice solo che ha un grande bisogno di credere in qualcosa o in qualcuno. E’ già successo altre volte nel corso dell’ultimo secolo.
Quando non si ha più fiducia in nessuno, si va alla ricerca disperata di qualcosa o qualcuno in cui aver fiducia. Credere o aver fiducia è un bisogno insopprimibile dell’essere umano.
L’attuale ciclo si concluderà non quando l’uno convincerà l’altro, ma quando si diffonderà la convinzione che esiste un orizzonte di vita di cui esser certi (tanti lavorano in questa direzione). Solo la fede certa in un orizzonte di vita e la certezza della trascendenza della vita (perché ogni vita va oltre se stessa) riporterà scienza e stato alla loro originaria funzione. Solo allora cesserà la paura della morte che oggi attanaglia l’occidente e ne spiega la decadenza.
Chi, come l’intellettuale, giunge a “credere” in scienza e stato rivela che non ha più nulla in cui prestare fede, è il sessantotto che giunge a realizzazione.

Giuliano Buselli

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