Venerdì 9 aprile mi reco a Soverato per sbrigare alcune commissioni e, parcheggiando l’auto sul lungomare, mi accorgo che molti dei bellissimi ficus che adornano il lungomare sono stati capitozzati selvaggiamente. Una cattiva pratica molto diffusa in Italia che non ha a che fare tanto con l’estetica ma con la salute dell’albero che, ridotto in questo stato, viene reso più vulnerabile alle malattie, subisce degli squilibri energetici e diventa più instabile e pericoloso perché a rischio caduta durante le giornate di maltempo. Tutto ciò nasconde una profonda ignoranza circa la biologia di un albero e, quasi sempre, ragioni di carattere economico. I comuni, per risparmiare, affidano il compito delle potature ad operai non specializzati invece che ad esperti. Perché l’albero non è considerato un essere vivente in continua evoluzione e interazione con l’ambiente circostante ma un arredo urbano, alla stregua di una panchina o di un cestino dei rifiuti.
Nel rientrare a Catanzaro, in auto, noto che tutti gli alberi che costeggiavano la statale 106 tra Soverato e Montauro sono stati tagliati, adesso si notano le case che prima erano schermate dalla vegetazione, evidentemente i residenti non vedevano l’ora di respirare lo smog proveniente dalla statale e soprattutto di sentire il rumore del traffico invece che il canto degli uccellini, smog e rumori che prima erano schermati dagli alberi.
L’autoradio è sintonizzata su Rai Radio Due e, proprio in quel momento, le due conduttrici della trasmissione (scoprirò dopo trattarsi di Andrea Delogu e Silvia Boschero) stanno parlando di una strana pratica proveniente dall’Oriente: lo Shinrin-Yoku (il bagno di foresta). L’argomento viene trattato con una superficialità e un senso di superiorità che mi hanno lasciato sconcertato (chiunque può risentire il podcast della trasmissione del 9 aprile al seguente link, a partire da 1:33:40 minuti dall’inizio della trasmissione, per farsi un’idea). La superficialità è quella tipica del giornalista medio italiano che pensa di poter parlare di tutto senza prima studiare. Il senso di superiorità, invece, è quello tipico dell’uomo occidentale (in questo caso donne) espressione di una civiltà che ha sempre pensato e continua a pensare, nonostante i suoi continui fallimenti, di essere quella più avanzata e “più perfetta” nella storia dell’umanità. Una civiltà, come scriveva Tiziano Terzani: “che non ha che se stessa come modello“. La pratica di abbracciare gli alberi viene derisa dalle due conduttrici. Una sbadiglia mentre l’altra descrive il fenomeno (chiamandolo “il bagno tra le piante”) come una moda bizzarra e facendo affermazioni senza senso (abbracciare un albero dopo che l’hanno abbracciato altri sarebbe sporco o veicolo di infezioni e si tradurrebbe semplicemente nel “dedicare del tempo allo stare nella natura”). La versione delle due (che è il titolo della trasmissione) è che oramai questo “sport” viene giustificato in tutti i paesi europei, perché in tempi di distanziamento sociale visto che nessuno può abbracciare un altro può in alternativa abbracciare un albero. Concludendo con: “ci dicono che serve per il nostro benessere, siamo veramente alla frutta.”
Oggi anche la ricerca scientifica occidentale fornisce una solida base scientifica a ciò che le due conduttrici hanno inteso ridicolizzare. In Giappone, da oltre mezzo secolo, esiste una professione, quella dei medici forestali, che si occupano di studiare le comunicazioni che avvengono tra i terpeni (biomolecole prodotte dalle piante che entrano in relazione con il nostro sistema immunitario rafforzandolo) e il nostro organismo. Trascorrere del tempo nel bosco migliora la nostra salute non solo fisica e la scarsa frequentazione di questi luoghi, da parte delle due conduttrici, emerge dallo spessore e dalla qualità della loro comunicazione. Ma la cosa che più colpisce è che si tratti di due donne, ovvero di quella parte dell’umanità che verso questi temi dovrebbe mostrare una maggiore sensibilità, essendo sempre state il simbolo della vita e della rigenerazione della natura. Le più antiche pitture rupestri del Neolitico raffiguravano simboli femminili e le donne erano considerate dee della natura da venerare e rispettare, le prime civiltà non erano né patriarcali né matriarcali ma gilaniche (cioè mutualistiche). Ma le donne hanno preferito abbandonare il calice e agguantare la spada (parafrasando il titolo di un famoso libro sul tema) quella stessa che, ieri come oggi, continua a capitozzare gli alberi, fisicamente e verbalmente.

Massimiliano Capalbo

Commenti

Lascia un commento

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *