Lo scorso 15 aprile è ricorso l’anniversario dell’affondamento del Titanic, avvenuto esattamente 110 anni fa. Un anniversario che dovrebbe essere celebrato ogni anno, perlomeno nelle scuole, come monito nei confronti dell’antropocentrismo che ha animato e continua ad animare le intraprese umane dalla rivoluzione industriale in poi. La sua storia, infatti, ricalca perfettamente l’approccio che puntualmente caratterizza le scelte di sviluppo e di progresso degli esseri umani ancora oggi, che li ha condotti ogni volta a naufragare al termine dell’ennesima illusione di potere e di controllo sulla natura. Ma quell’esperienza non ha insegnato nulla all’umanità.
Tutto ebbe inizio da una competizione, ovviamente, quella tra presidenti di compagnie di navigazione che avrebbero dovuto dimostrare la supremazia nei viaggi transatlantici sui rivali. A monte ci sono, quindi, delle persone economicamente potenti e arroganti (l’arroganza va quasi sempre a braccetto con la potenza economica) alla continua ricerca di occasioni per dimostrare la propria superiorità e sottomettere qualche potenziale rivale. E fu proprio l’arroganza la causa principale dell’affondamento del gigante del mare, se la velocità di navigazione non fosse stata così elevata (volevano dimostrare di arrivare in anticipo rispetto ai tempi previsti) probabilmente il Titanic sarebbe riuscito ad evitare l’urto con l’iceberg.
Il secondo elemento che accomuna iniziative del genere è la propensione a diffondere una narrazione mitica del progetto. Chi dispone di potere economico normalmente può anche controllare l’informazione e creare una campagna di comunicazione enfatica che metta in evidenza la potenza, la grandezza, l’unicità, “il mai visto prima”, che si traduce in numeri (lunghezza, altezza, potenza, velocità, capacità etc.) capaci di creare soggezione, attesa e stupore. Il Titanic divenne, così, il più grande oggetto in movimento mai realizzato, l’inaffondabile.
Il terzo elemento è che la cieca fiducia nel progresso è apparentemente democratica, la promessa riguarda sia i ricchi sia i poveri, altrimenti potrebbe essere avversata. L’accrescimento dei benefici nei confronti di pochi ha di conseguenza delle ricadute positive anche sui poveri. Sul Titanic i ricchi si sarebbero sentiti ancora più ricchi e i poveri un pò meno poveri. E’ lo schema che si ripete ogni volta che un’innovazione prende piede nella società, la sostanza ai ricchi le briciole ai poveri. Lo sfarzo a disposizione dei ricchi era finanziato, come sempre succede, dai poveri. Era sui biglietti acquistati da loro, infatti, che la compagnia di navigazione guadagnava. E’ quello che avviene anche oggi. I sogni dei ricchi sono finanziati col sacrificio dei poveri.
Il quarto elemento è la sicurezza. Ogni innovazione garantisce sempre di essere più sicura della precedente e siccome la gente è alla ricerca di sicurezza più che di libertà, si lascia ingannare volentieri da questa promessa. E’ in nome della sicurezza che si attuano le peggiori restrizioni e si genera il numero più alto di vittime. Le ipotesi studiate a tavolino quasi mai corrispondono con la realtà. L’imprevisto è sempre dietro l’angolo e l’errore umano è la principale causa di incidente della storia dell’umanità. Non c’è tecnologia che tenga. La cieca fiducia nell’intelligenza dei progettisti, nella tecnologia a disposizione e l’ossequioso tentativo di rendere la passeggiata sul ponte per i ricchi sgombra da impedimenti, limitò il numero di scialuppe di salvataggio di cui la nave disponeva, non sufficienti per tutti i passeggeri a bordo in caso di emergenza. Le vedette, inoltre, non avevano a disposizione i binocoli di avvistamento perché, nella confusione frenetica della partenza da Southampton, si erano perse le chiavi di un armadietto che li conteneva.
Il quinto elemento è la dissoluzione della disciplina. Nella sala dei marconisti, presente sul Titanic, c’era uno dei sistemi radio più grandi al mondo, la nave poteva inviare e ricevere messaggi fino a 3000 km di distanza. Vi lavoravano due ufficiali che, il giorno prima dell’impatto, avevano ricevuto da altre navi la segnalazione della presenza di tanti iceberg che galleggiavano sul mare. Ma il comandante Smith (che lascerà la guida ad un sottoposto e andrà a dormire la notte dell’impatto) non darà tanto peso a queste segnalazioni, si riteneva al sicuro su quella nave e ordinerà di mantenere sostenuta la velocità di navigazione. Sulla nave, tra i passeggeri più facoltosi, oltre alla moda di scommettere sulla data di arrivo della nave ce n’era un’altra, che consisteva nell’inviare messaggi, con quella nuova apparecchiatura, il telegrafo. Finiranno, quindi, per inondare di messaggi personali i poveri marconisti che non presteranno attenzione ai numerosi messaggi di pericolo provenienti dalle navi vicine.
Il sesto elemento è la presunzione di poter governare e sottomettere la natura con la tecnologia. L’iceberg sta li a ricordarci quest’ennesima illusione. Sta li a rimetterci al nostro posto, mette in discussione il mito della velocità, riporta in primo piano invece il valore della prudenza e dell’umiltà che abbiamo perso, ubriacati dalle nostre sicurezze.
Nel momento dell’impatto la cieca fiducia nell’ingegno umano e nella tecnologia non fecero altro che far ritardare la presa di coscienza della gravità della situazione, che è un pò quello che accade ogni qual volta avviene l’irreparabile. L’inaffondabile non può affondare ma il risveglio dall’illusione è amaro. Di fronte all’emergenza i poveri hanno meno probabilità di salvarsi dei ricchi, la natura umana emerge in tutte le sue sfaccettature, da quelle più eroiche a quelle più codarde. A tragedia consumata la ricerca delle resposabilità si muove sempre verso un singolo capro espiatorio che, in quell’occasione, fu identificato dalla stampa in Bruce Ismay, presidente di una delle compagnie di navigazione, la White Star. A giustificazione dell’accaduto si aggiungono sfortuna, superstizione, imprevedibilità. Giustificare serve a ripartire con la prossima sfida, con la prossima competizione, con il prossimo atto di arroganza.
La storia del Titanic è la storia della nostra umanità. Ogni giorno molti Titanic salpano da nuovi porti per scomparire negli abissi. Sono quelle idee basate sulla cieca fiducia nel progresso e nella tecnologia che, nonostante i continui affondamenti, vengono riproposti ad ogni occasione, mosse dall’arroganza e dalla superbia degli umani. La storia del Titanic è un promemoria che sta li ad indicarci l’unica possibile fine di questo tipo di umanità. Non c’è bisogno di consultare maghi, strateghi e indovini per conoscere il nostro futuro, viaggiamo spediti verso il naufragio. Gli icerberg sono tanti, a volte riusciamo a schivarli altre volte li prendiamo in pieno, ma è solo questione di tempo. L’unico modo per salvarsi e non salire su quelle navi, è restare a terra, con i piedi per terra.

Massimiliano Capalbo

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