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Economia, Eretiche riflessioni, Politica, Società

Psicopatologia del “bonus”

Negli ultimi due anni, gli anni “pandemici”, una prassi di sostegno di alcune politiche sociali o fiscali è stata quella dei cosiddetti “bonus”. Di bonus ne hanno inventati tanti: bonus terme, bonus matrimonio, bonus facciate, bonus ferie, bonus psicologo e, addirittura, un superbonus.
Ma in cosa consistono questi bonus? Si tratta di contributi o incentivi statali per prestazioni o attività private erogati in modo preventivo o, più spesso, in forma di rimborso o sconto. Ottima cosa, non c’è che dire. Il cosiddetto “superbonus”, ad esempio, dovrebbe contribuire a dare uno sprint ad un settore, quello edile, in profonda crisi da tempo.
Bonus è un termine latino (sostantivazione dell’aggettivo bonus, appunto) che rappresenta un buono, un qualche vantaggio o contributo. Bonus è, nel linguaggio dei videogiochi, il vantaggio competitivo che viene donato in premio al superamento di determinati ostacoli o livelli.
Ritengo, invece, che la cultura dei “bonus” possa rappresentare un pericolo, nel breve periodo, per il cittadino italiano. Perché l’intento che si nasconde dietro tale presidio è falso e fallace. In apparenza, i bonus servono ad aiutare il cittadino in un momento di difficoltà quale quello che stiamo passando. In realtà servono a mascherare il ritiro dello Stato dall’erogazione di molte delle prestazioni assistenziali finora considerate patrimonio della comunità.
Sanità, salute (eh si, son due cose differenti), sicurezza pubblica, giustizia ed istruzione erano servizi comunemente erogati dallo Stato che ciascun cittadino considerava nel proprio paniere di diritti, una legittima aspettativa di ottenere tali prestazioni come servizio pubblico. Ma, ormai, i cittadini sono costretti a lottare per tali servizi, a combattere contro gli altri cittadini per poter fruire di quel poco che rimane e pagare di tasca propria il resto.
E così hanno inventato il modello dei bonus. Fingendo di dare al cittadino un vantaggio, in realtà gli stanno restituendo in parte (minima parte) ciò che gli hanno tolto nel volgere di questi ultimi venti anni. Un contentino, in altre parole. Un escamotage che rende felice chi lo riceve distogliendo l’attenzione dal fatto che lo Stato non eroga più servizi prima ritenuti essenziali che sono, attualmente, lasciati sulle spalle del singolo.
Ecco perché la politica dei bonus è un patogeno per il sentimento di coesione sociale, quel collante che sta alla base del pubblico consesso che noi traduciamo in valori costituzionali. Il bonus è discriminante perché distingue chi lo ha da chi non può averlo. Il bonus è rivale perché, spesso, favorisce chi si muove per primo. Mentre le prestazioni che lo Stato erogava erano generalizzate, non divisive e non rivali.
La rivalità è la chiave di lettura dei nostri tempi. Se dobbiamo combattere l’un l’altro per cose che prima avevamo in piena disponibilità, siamo rivali. Se dobbiamo accapigliarci per ottenere qualcosa che, altrimenti, si esaurisce ragioniamo in termini di escludibilità (il godimento di un bene da parte di uno o di taluni esclude gli altri).
Se diventiamo progressivamente più rivali ed escludenti, siamo meno sociali (e contemporaneamente più social, la vittoria dei legami deboli) e meno umani. Alla fine della giostra, la dottrina dei bonus mi appare meno buona di quanto la propaganda governativa voglia far credere. In bonus non è così buono.

Cono Cantelmi

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18 Gennaio 2022/0 Commenti
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https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/bonus.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2022-01-18 14:57:252022-01-18 14:57:25Psicopatologia del “bonus”
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