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Ambiente, Eretiche riflessioni

L’ambiente si salverà, noi no

Il prossimo 17 aprile ai cittadini sarà permesso di utilizzare l’ultimo brandello di democrazia rimasto: il referendum. Brandello, si è la parola giusta. Perchè la democrazia (se mai è esistita) è stata fatta a pezzi da tempo. Il referendum è uno strumento frustrante, come un coito interrotto. E’ vecchio ed inutile come le istituzioni, dispendioso, inefficace, maltrattato e utilizzato ad uso e consumo della partitica e dei media. Votare SI al prossimo referendum equivarrà a gridare il nostro dissenso in una piazza dove è in corso un concerto rock.
Ci recheremo alle urne per abrogare l’articolo di un comma di un decreto legislativo limitatamente ad alcune paroline in esso contenute, simbolo della quantità di democrazia a cui possiamo aspirare e sintomo del livello di alienazione raggiunto dall’essere umano. Per tutto il resto ci sono i nostri “rappresentanti”, quelli che siamo costretti (per alcuni versi) a delegare perchè rappresentino solo se stessi e i propri interessi personali, quelli che il giorno dopo prenderanno l’esito di questo, come dei precedenti referendum, e lo manipoleranno a proprio uso e consumo (quello sul finanziamento pubblico ai partiti docet).
Ma non importa quale sia il testo da abrogare, qual è l’oggetto del referendum, perchè in Italia tutto viene manipolato e trasformato una volta messo nel tritacarne dei media. Ognuno può e potrà utilizzare questo brandello di democrazia per farlo ulteriormente a pezzi. C’è chi è convinto che votando SI abolirà le trivellazioni nel mare e salvaguarderà l’ambiente. E’ la democrazia smart, quella a buon mercato, senza sforzo, che le istituzioni ci illudono di avere a disposizione per decidere del nostro futuro. L’importante è non fare sacrifici, delegare agli altri l’incombenza. Quante bugie, quanta falsità, quanto perbenismo e ambientalismo di facciata dovremo ancora ascoltare fino al 17 aprile? Quello che non abbiamo ancora compreso è che, comunque vada, l’ambiente si salverà, saremo noi umani invece a soccombere. Mi fanno sorridere gli ambientalisti preoccupati di salvare il pianeta. Anche se esplodessero tutte le centrali nucleari esistenti, il pianeta terra continuerebbe a vivere, si trasformerebbe come ha sempre fatto nella sua lunghissima storia (in cui noi siamo solo gli ultimi arrivati), gli unici a scomparire saremmo noi umani, dunque dovremmo semmai cominciare a preoccuparci della nostra sopravvivenza.
La verità, che non vogliamo raccontarci, è che non abbiamo nessuna intenzione di cambiare stile di vita. Quanti di noi sono disposti a fare a meno dell’auto? Quanti di noi sono disposti a fare a meno della caldaia a gas per riscaldare la propria casa? Quanti di noi sono disposti a non prendere più l’aereo? Quanti di noi sono disposti a ridurre i propri consumi e il proprio tenore di vita? E’ facile mettere una X su una scheda per tenere buona la coscienza e delegare ad altri le responsabilità.
Finchè l’uomo si considererà altro rispetto alla natura moriremo di inquinamento. “Per essere veramente liberi – scriveva Gary Snyder, ecologista profondo – dobbiamo accettare le condizioni fondamentali della nostra esistenza così come sono – dolorose, instabili, aperte, imperfette – poi essere grati per l’instabilità e la libertà che questa ci concede; perchè in un universo ordinato non ci sarebbe libertà. Con questa libertà possiamo migliorare il luogo dove siamo accampati, educare i bambini e rovesciare i tiranni.”
Non spetta ai governi decidere le politiche energetiche di una nazione ma agli abitanti del territorio. Ma come si fa se prima non sono stati decisi gli asset economici? C’è una certa differenza se devo alimentare delle acciaierie invece che dei paesi albergo non vi pare? Come si determinano gli asset se non si conosce e si rispetta la vocazione del territorio? Quanti residenti sono consapevoli delle risorse in esso presenti? Quanti residenti hanno deciso come rendere più sostenibile la propria esistenza? “Ciò che tiene insieme le persone è il comune abitare di un luogo” ci ricorda Daniel Kemmis autore di un bel libro sul tema. Si chiama bioregionalismo, un approccio etico ed ecologico al territorio, formulato da Peter Berg e Raymond Dasmann alla fine degli anni ’60, che prevede una vita profondamente in sintonia con l’ecosistema che ci circonda e la responsabilizzazione dei residenti prima che dei governanti.
La maggior parte degli italiani non ha ancora deciso che direzione dare alla propria esistenza, perchè attende di saperlo dalla tv e dai propri “rappresentanti”, figurarsi quella da dare al territorio in cui vivono. Assisteremo, dunque, ancora una volta ad una battaglia ideologica che non produrrà nulla, la montagna partorirà nuovamente il topolino e le scelte strategiche verranno ancora una volta rimandate. Con buona pace delle lobby.

Massimiliano Capalbo

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7 Aprile 2016/0 Commenti
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