L’illusione di nome Renzi
Non abbiamo ancora attutito il colpo, non ci siamo ancora ripresi dalla delusione di aver visto evaporare la precedente illusione politica chiamata Silvio Berlusconi che è già pronta la successiva. Si chiama Matteo Renzi e promette di continuare a farci sognare che tutto possa, in qualche modo, tornare ad essere come prima.
Il modello economico dominante perde ogni giorno pezzi sempre più grandi, si sfalda a poco a poco, all’interno di una crisi che ne ha certificato la sua inconsistenza e insostenibilità ma la luce, in fondo al tunnel, sembra ancora lontana. Temo che la transizione impiegherà ancora del tempo e sarà molto diversa da quella fin qui auspicata.
Il pensiero(?) politico contemporaneo resta ancora aggrappato al cornicione delle scienze sociali, dopo che un forte colpo d’aria ha fatto cadere la scala su cui era salito. I soli interlocutori culturali possibili per gli aspiranti nuovi leader che fanno capo ai partiti tradizionali sono rimasti le scienze economiche e quelle giuridiche, condite con una spolveratina di marketing politico.
Matteo Renzi è uno di questi aspiranti leader, l’aspirante perfetto, la prossima illusione (su cui il modello dominante investirà tempo e soldi per mantenere lo status quo) da contrapporre all’altra visione della politica, che fa capo al M5S, e che rifiuta l’idea di un leader a favore di una concezione più comunitaria della rappresentanza.
Renzi è un prodotto del marketing politico post-moderno, è il candidato friendly, una ventata di giovanilismo. Parla senza dire nulla, ride senza trasmettere empatia, guarda (nel vuoto) senza vedere, si muove senza andare da nessuna parte. Perfetto per la tv. E’ sempre schiacciato sulla stretta attualità, di cui si nutre avidamente, è incapace di andare oltre. Ha la capacità di chiosare i comportamenti degli altri che era tipica di Gianfranco Fini e la prolissità di Pier Ferdinando Casini.
Resta sempre in superficie, non entra mai nel dettaglio, non va a fondo, taglia l’acqua a pelo come la prua di un motoscafo. Dice lo stretto necessario, ciò che basta per dare l’impressione di sapere quello che dice, usa molte parole chiave, esempi, metafore e frasi idiomatiche. Come quegli scolaretti che hanno imparato a memoria la lezione e la ripetono velocemente, ponendo grande enfasi sui concetti che sanno far colpo sul professore ed impedirgli di formulare una domanda che esuli dal canovaccio. E siccome i professori che lo interrogano (i giornalisti italiani) quella domanda “diversa” non sono in grado di farla, ha tutte le carte in regola per rappresentare la prossima illusione.
Massimiliano Capalbo


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