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Eretiche riflessioni, Società

Family Way

Se qualcuno è convinto che il vittimismo sia prerogativa soltanto dei Meridionali si sbaglia di grosso, è un atteggiamento trasversale che torna utile a chiunque in qualsiasi occasione. Ieri, ad esempio, abbiamo assistito ad una sua messa in scena presso il Circo Massimo, che ha visto protagoniste un insieme di tribù di varia provenienza: gli integralisti cattolici (non esistono, infatti, solo quelli islamici), gli estremisti di destra e diversi partitini di seconda mano, contenitori vuoti alla ricerca disperata di contenuti attraverso i quali raccogliere qualche zero virgola in più di consenso elettorale.
Il triangolo drammatico questa volta era formato dalla vittima (gli integralisti cattolici), i persecutori (il ddl Cirinnà e chi lo sostiene) e i salvatori (i vari partitini pronti a strumentalizzare la diatriba a fini elettorali). Un grande striscione avvisava Renzi che nelle urne questa volta non sarebbero bastati gli 80 euro.
L’ennesimo recinto è stato eretto ieri a Roma, all’interno del quale molta gente ha scelto di entrare spiegando, a favore di telecamera, ai non illuminati quale fosse la strada “naturale” da percorrere. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato apprendere che quella di ieri è stata una manifestazione “contro”. Cos’è una manifestazione contro? Qualcuno me lo spiega? Perchè usare i numeri per cercare di intimidire l’altro cercando di fargli credere di essere in minoranza? Essere maggioranza consente di emarginare le minoranze? E’ questo il concetto moderno di società che abbiamo? Sono queste la civiltà e la libertà che sbandieriamo nelle marce antiterrorismo? Perchè la tua limitata comprensione del punto di vista altrui deve diventare divieto per l’altro? Perchè togliere invece che aggiungere? E’ come se domani tutti quelli che amano o ritengono il colore blu “più naturale” del giallo vietassero a quelli che amano il giallo di usarlo. Se tutti usassimo il colore che più ci aggrada cosa perderemmo? Non saremmo forse più ricchi? Liberi di indossarlo o no. Non sarà che forse nel momento in cui mi ritrovo povero di motivazioni, contenuti e senso ho bisogno di armare una lite con l’altro per darmene qualcuno? Non è forse questo l’atteggiamento che fa da premessa alle contrapposizioni prima ed alle guerre poi? Non è forse su queste paure che soffiano i partiti, origine e causa della maggior parte dei problemi che ci circondano?
Avverto una grande nostalgia di Medioevo, un rigurgito di integralismo che nulla ha da invidiare a quelli provenienti dal Sud del mondo (per i quali siamo ipocritamente allarmati) e che si differenzia da loro solo per l’assenza (al momento) dell’uso delle armi, ma con un intento finale comune: costringere gli altri a pensarla come me, a credere in ciò in cui credo io. I talebani che impongono il burqua alle donne delle loro comunità hanno la stessa elasticità mentale di molti dei presenti in piazza ieri.
Il dramma è dato dal fatto che anche i sostenitori dell’altra campana non brillano per saggezza e libertà di scelta. Tralasciando l’ormai inflazionato “siamo l’unico Paese in Europa che non si è adeguato”, come se fosse una questione di moda, una cosa è voler vedere riconosciuti i propri diritti di fronte allo Stato (e dunque ambire ad una parità di trattamento) un’altra è voler scimmiottare riti e usanze che nascono nell’ambito di una determinata cultura e appartengono ad una tradizione consolidata come, ad esempio, il matrimonio. “Il matrimonio è stato tradizionalmente un prerequisito per creare una famiglia che solitamente, in quanto produttiva della prole, costituisce il mattone costitutivo e “costruttivo” di una comunità o società.” (da Wikipedia) Perchè, dunque, una coppia omosessuale dovrebbe desiderare di sposarsi utilizzando quel rito? Perchè questa invasione di campo? Perché impossessarsi di (e dunque scimmiottare) un rito verso il quale non dovrebbe provare alcuna attrazione e che spesso non si sposa (è il caso di dire) con il proprio modo di intendere il rapporto con l’altro? Semplicemente perchè è cresciuto in una società in cui la maggioranza delle persone lo adotta? Perchè non inventare, invece, un nuovo istituto? D’altra parte anche il matrimonio (oggi in crisi profonda) è stata un’invenzione, e che invenzione! Paolo Poli, uno dei più prestigiosi attori italiani, omosessuale, in un’intervista a Dagospia affermò a proposito dei matrimoni tra coppie gay: “se posso esser sincero, mi sembra una solenne rottura di coglioni“.
Ma, soprattutto, perchè non elevare a criterio costitutivo della famiglia l’amore e il rispetto tra i membri che ne fanno parte chiunque essi siano? “La maggior parte delle società non occidentali ha una definizione più ampia di famiglia, che comprende una rete familiare estesa e comprendente persone di diverso genere.” (da Wikipedia) Potremmo chiamarlo Family Way, il modo più giusto (per ciascuno di noi) di intendere la famiglia, che possa essere riconosciuto e rispettato da tutti gli altri. Ad ognuno il suo, nessuno sconfinamento. Ambire ad impossessarsi dei riti altrui, dissacrandoli, non equivale forse a riconoscerne la superiorità e ad ammettere l’inadeguatezza dei propri? O, forse, è solo un ottimo pretesto per vendicarsi? Alla base di entrambi gli atteggiamenti c’è una debolezza di fondo, da un lato la paura di perdere l’ultimo punto di riferimento rimasto (la famiglia) dopo che tutto il resto è crollato, dunque la paura di crescere, di evolvere, di lasciare il nido, il rifugio sicuro; dall’altro il sentirsi inferiori o inadeguati, non all’altezza della propria diversità (i Gay Pride, ad esempio, sono un altro evidente segno di debolezza). Basterebbe abbandonare queste paure per scoprire che, alla fine, facciamo tutti parte di un’unica grande famiglia che si chiama comunità.

Massimiliano Capalbo

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31 Gennaio 2016/0 Commenti
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