La clessidra dei sogni
Con gesti ampi lei sfiora con le dita le corde dell’arpa, lui batte le nocche sulla superficie metallica dell’hang. Dalla materia escono onde sonore che toccano corde interiori, creano emozioni. E’ l’effetto dell’accostamento di due strumenti lontani nel tempo: l’arpa classica e celtica e l’hang, strumento a percussione appena inventato in Svizzera da due artigiani. Millenni tra i due.
E’ un intreccio timbrico e un accostamento di sonorità davvero inusuali, quasi creassero relazioni magnetiche con gli esseri viventi. E’ il concerto Menhir del duo Harp and hang ieri al Bologna Harp Festival. La narrazione si solleva dallo storytelling in voga: narra del pendolo e del tempo, del vento che soffia sulla rosa del deserto, della limpidezza delle acque cristalline del mare, dello splendore di pietre preziose e di steli, della clessidra dei sogni. Quando i sogni finiscono, rovesci la clessidra e ricomincia lo scorrere dei sogni.
Il tempo remoto della preistoria dialoga con quello presente, si attirano reciprocamente in una specie di globalizzazione temporale, non siamo connessi solo spazialmente nel vasto mondo terreno, ma anche temporalmente. Ogni tempo ci è proprio, apparteniamo ad ogni tempo e ogni tempo risuona in noi. Harp and hang creano uno stato meditativo così ritmico e pulsante che a tratti evoca pezzi di jazz, musiche oniriche, percussioni ipnotiche.
L’imperatore-filosofo Marco Aurelio racconta che, quando si sentiva oppresso dagli affari di governo e dal clima di corte, si raccoglieva in sè e si dedicava a un esercizio che noi oggi definiremmo di visualizzazione: immaginava di alzarsi da terra e di andare su, sempre più su, vedeva dall’alto il palazzo reale, su sempre più su verso l’alto dei cieli. Gli uomini, le città, il mondo terrestre diventavano quella piccola “aiuola che ci fa tanto feroci” di cui parla Dante, il presente spariva. Mi è tornato alla mente ieri sera ascoltando Menhir.
Per un attimo ho avuto la sensazione che il futuro fosse arrivato e avesse il volto di questi due giovani musicisti, Marianne Gubri e Paolo Borghi. Poi si esce e si è tra i rumori, le auto dei viali, le insegne luminose, ovvero il passato.
Giuliano Buselli


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