La comunicazione incompresa
Qualche settimana fa il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, è stato travolto dalle polemiche per alcune dichiarazioni riguardo la gestione delle risorse ecomomiche nei paesi dell’Unione. Chi chiede “solidarietà” deve essere pronto anche alla “responsabilità” aveva sostanzialmente affermato. Giusto, non fa una piega, eppure in molti ne hanno chiesto le dimissioni.
Non so quelli del Nord ma quelli del Sud di soldi ne hanno ricevuti a pioggia e se ancora battono cassa definendosi poveri e bisognosi di aiuto, un dubbio che qualcosa non abbia funzionato e continui a non funzionare dovrebbe sorgere a qualcuno. Se poi tra i primi a gridare alle dimissioni c’è l’On. Pittella, noto virtuoso (e parsimonioso) partitico meridionale, allora i dubbi si trasformano in certezze.
Oggi sotto accusa sono le dichiarazioni del Ministro Poletti reo di aver affermato una cosa vera, ovvero che per trovare lavoro «il rapporto di fiducia è un tema sempre più essenziale» e in questo ambito si creano più opportunità «a giocare a calcetto che a mandare in giro i curricula». Sacrosanto anche questo. Il Ministro, come il Presidente Dijsselbloem, ha utilizzato una metafora per spiegare il concetto, ovvero una figura retorica che implica un trasferimento di significato. D’altronde era già stato attaccato, nel dicembre scorso, per aver detto: “non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano sempre i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri”. Affermazione ovvia, palese, quasi banale ma che scatenò anche allora un putiferio.
Non sono questi gli unici casi, anzi sembra che il fraintendimento sia all’ordine del giorno. Ad un incremento delle dichiarazioni, dovuto all’assillo dei giornalisti (?) alla spasmodica ricerca di dichiarazioni di questo tipo per scatenare polemiche e creare ad arte le notizie, sta sempre più coincidendo un incremento dei fraintendimenti e sembra che un giorno si ed uno no ci si debba scusare di pensarla diversamente dagli altri. Senza contare gli attacchi sui social network nei confronti di chi esprime opinioni di qualsiasi natura. Da cosa dipende questa escalation di fraintendimenti? Si tratta di un eccesso di protagonismo o semplicemente abbiamo perso la capacità di comprendere quello che viene detto?
La verità è che nessuno ascolta più. La verità è che il problema principale nella comunicazione post-moderna è che “si ascolta per rispondere, anzichè per capire“ come afferma Serena Pattaro, nel suo libro “Comunicazione efficace”. Mentre una persona comunica, invece di metterci in ascolto (a prescindere da ciò che viene detto o scritto), stiamo già pensando a cosa dobbiamo rispondere e la risposta, quasi sempre, non ha nulla a che fare con il tema della discussione. Il tema serve solo come pretesto per sollecitare l’avvio di quel nastro registrato che è nella nostra mente (che spesso coincide con l’opinione imperante veicolata dai media) e che in automatico ripete schemi precostituiti che non prevedono contraddittorio. La risposta contiene solo il nostro io e la sua fottuta paura di essere messo in discussione. Se a questo aggiungiamo il pregiudizio nei confronti dell’emittente (se è un ministro piuttosto che un imprenditore piuttosto che un disoccupato a parlare) l’incomprensione è bella e servita, la discussione diventa un muro contro muro e il confronto si sposta dal contenuto alla persona raggiungendo livelli di astrazione inimmaginabili. Intere organizzazioni (partiti, imprese, associazioni etc.) si spaccano sui personalismi (sulla relazione) prima che sui contenuti.
Il problema della società post-moderna è che all’aumentare della quantità, della potenza e della tipologia dei mezzi di comunicazione a disposizione per comunicare, non è corrisposto un aumento (ma semmai una diminuzione) della nostra capacità di farci comprendere e di comprendere ciò che viene comunicato. Il presupposto per comunicare correttamente è quello di mettersi in ascolto. I migliori comunicatori sono innanzitutto dei bravi ascoltatori, che parlano poco e utilizzano anche il silenzio per comunicare. Ascoltare è diverso da sentire. Noi sentiamo ma non ascoltiamo, leggiamo ma non comprendiamo. “Ascoltare è tutt’altro che semplice – scrive la Pattaro – Lascia spazio all’altra persona di esprimersi e di comunicare il suo messaggio. L’ascolto è reso più difficile dal dialogo interiore, da tutte le vocine egoiche che vogliono rispondere a qualsiasi parola detta dall’altra persona.” La verità è che ogni volta che immaginiamo di stare a percepire qualcosa di errato in ciò che viene detto o fatto dagli altri non abbiamo di fronte altro che una caratteristica di noi stessi che ci viene riflessa come in uno specchio.
Massimiliano Capalbo


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