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Ambiente, Eretiche riflessioni, Società

Nanga Parbat: come si umilia una montagna

Cara alpinista estrema Elisabeth Revol, ti scrivo dall’aria sottile dei miei 8125 metri di altitudine. Mi spiace molto che il tuo compagno Tomek Mackiewicz sia morto fra i miei ghiacci e che tu rischi di rimetterci un piede e le dita delle mani congelati. Quel che mi lascia perplessa è che tu racconti il terrore che hai vissuto quassù come un thriller, dici che rifaresti quel che hai fatto e che torneresti a trovarmi! E però, lo avete detto proprio voi alpinisti che in montagna, oltre una certa quota, si apre la “zona della morte”. Dove l’organismo umano può rimanere solo poche ore ed è sempre ad alto rischio di patologie mortali. Allora mi domando perché sei voluta salire deliberatamente nella mia zona della morte, per di più d’inverno, ed ora parli di me come di un luogo di terrore! Io non ti ho mai invitata a venire quassù! E non lo hanno fatto, né con te né con tutti gli altri alpinisti estremi del mondo cosiddetto civilizzato, le popolazioni che vivono nelle mie valli, le quali mai avrebbero pensato di poter violare i miei ghiacci né quelli delle mie sorelle. Fino a che non siete arrivati voi occidentali civilizzati, a portare denaro, a cancellare le loro culture, a renderli schiavi delle vostre stesse ansie consumistiche, a far smarrire il senso del sacro che, da tempo immemorabile, era radicato nelle loro comunità. Tutto questo per soddisfare le vostre ambizioni personali, la gloria delle vostre nazioni, il vostro delirio egoico. Il risultato sono le centinaia di morti fra i nostri ghiacci (comprese quelle, davvero assurde, degli Sherpa-portatori di materiali per i grandi atleti bianchi), le tragedie indicibili delle famiglie, l’immondizia occidentale sparsa a piene mani su di noi. E il risultato è anche simbolico: la dimostrazione che nulla può fermare la potenza dell’unico essere che pretende di essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio, l’uomo! “Da animali a dei” recita il titolo di un fondamentale libro del tuo fratello umano Yuval Noah Harari. E davvero degli dei dovete credere d’essere divenuti, voi umani, dacché siete comparsi sulla terra come scimmioni, se potete pensare di sfidare impunemente perfino la morte. Devo dirti anche che non mi convince affatto la tua storia. E’ strano. Parli di rischi calcolati e poi giungi in vetta alle 18, contro ogni più elementare regola di prudenza (il poter dire al mondo di avermi conquistata, di essere più forte di me era più importante di qualsiasi cosa). Racconti quando sei stata costretta ad abbandonare Tomek in quel crepaccio dove vi eravate riparati. E per giustificarti dici di ricordare perfettamente i segni dell’edema polmonare sul suo volto, la cecità dei suoi occhi congelati. Ma non avevi detto che nel crepaccio avevi le allucinazioni al punto che ti saresti tolta uno scarpone per regalarlo a un’ombra che ti offriva del the caldo? Delle due l’una: o eri vigile o eri allucinata! Forse sarebbe stato più onesto che dicessi che per salvare te stessa sei stata costretta ad abbandonare Tomek. Nessuno avrebbe potuto biasimarti. A me sembrate tutti un pò matti ed esibizionisti. Come quel tuo collega, Silvio Gnaro Mondinelli, che pubblicizzava nudo, tutto muscoli, l’attrezzatura sportiva della Mico sulle pagine della rivista del CAI, nel numero di novembre/dicembre 2006, blaterando di forza e coraggio. Ma forza e coraggio per cosa? Per aver tentato il suicidio e non esserci riuscito? Per me la forza e il coraggio ce l’hanno avuti gli ebrei nei campi di sterminio nazisti e ce l’hanno tutti coloro che vivono in condizioni di miseria ogni giorno. O come quell’altro, Reinhold Messner, che per primo ha salito tutti e quattordici gli ottomila della Terra ingenerando una folle emulazione in migliaia e migliaia di persone e ora critica quelli che vorrebbero imitarlo. O come i vostri filosofi che blaterano di montagne come aperta sfida al desiderio di superamento dell’uomo: come se fosse colpa nostra se la gente vuol salire in vetta a tutti i costi. Dunque, cara Elisabeth, piuttosto che rilasciare interviste farneticanti, se fossi io al tuo posto cercherei il conforto di uno strizzacervelli. Ma io sono solo una montagna, fatta di pietre e ghiacci. Senza anima, senza diritti, senza voce. Mentre tu sei una donna-dea, cui è riconosciuta ogni libertà, che ora aggiunge ai suoi meriti anche lo status di eroina dell’alpinismo estremo. Fammi un favore Elisabeth. Dimentica le mie pietre e i miei ghiacci. Impara a guardarmi dal basso, con affetto e umiltà. Aiutami a sopravvivere alla protervia degli umani. E, ti prego, evita di umiliarmi ancora in pubblico. Con compassione. Nanga Parbat.

Francesco Bevilacqua

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7 Febbraio 2018/0 Commenti
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