Allevare ipocriti
Venerdì primo giugno, anno 2012: nelle scuole passa una circolare che invita (in realtà impone) per il lunedì successivo, ad osservare un minuto di silenzio per le vittime del terremoto in Emilia. Ti avvisa persino dell’orario: ore 10,30 al suono di una campana. Il secondo suono della stessa campana ordinerà a tutti la ripresa delle lezioni.
Mi coglie un tremore al ginocchio accompagnato da calore allo stomaco; senza controllo lancio il foglietto meticolosamente firmato dalla dirigente sulla cattedra. Uno scossone per tutta la classe altrimenti impegnata a sonnecchiare tra il Nepal e le Filippine!
Inizialmente non elaboro nemmeno io poiché il minutino di silenzio lo avevamo osservato anche la scorsa settimana per la ragazzina rimasta uccisa nella sua scuola di Brindisi. Poi la lettera sgrammaticata e sciatta dello pseudo-ministro. E lì c’ero cascata. Che pecorona!
Diamoci delle spiegazioni, bambine mie, perché la vostra professoressa di già bislacca stavolta pare averla fatta grossa: si oppone alla morale socialmente condivisa!
Che faccio? Proseguo nel raccontare alle ragazze quanto erano forti i Romani contro Annibale per poi tradurre che le oche del Campidoglio svegliarono la guardia o mi espongo fino in fondo?
Mi espongo fino in fondo, perché non v’è operazione più criminale che nascondere ai giovani la verità delle proprie idee lasciandoli in balìa di pensieri e comportamenti programmati.
Innanzitutto siamo programmati dalle decisioni di una campanella a sua volta programmata da alte sfere celesti che decidono quando e per quanto tempo stare in silenzio. Già il “minuto” è di per sé una barzelletta.
Inoltre né io né le ragazze siamo dei robot che possano spengersi a comando e a comando riaccendersi per proseguire il servizio!
Ma ciò che mi si snocciola dentro sempre più chiaro è il senso di rabbia per tanta manifesta, sfacciata ipocrisia:
uno stato antidemocratico, affamatore del propri cittadini, per nulla attento ai veri bisogni di un paese alla deriva culturale, sociale, economica, pienamente, scientamente, palesemente coinvolto in ogni fatto di sangue di cui io abbia memoria, mi viene ad imporre la commemorazione di morti per mancanza di strutture e sicurezze che lui, lo stato stesso, avrebbe dovuto avere cuore e impegno nell’implementare!
Come posso io, ugualmente ipocrita, tacerlo alle ragazze? A quelle stesse ragazzine che, durante la fuga dalla scuola, in quel martedì maledetto, osservavano che in caso di scossa tellurica più forte, di certo saremmo morte tutte, soffocate all’interno di una stretta scala tortile in un istituto privo di ogni via di sicurezza e di fuga.
Sono un funzionario pubblico, ma soprattutto una educatrice e non ho alcuna intenzione di educare ipocriti, semmai ho una voglia trascinante di tirare su menti partecipanti, cacchio!
Il Potere che obbliga me e loro a vivere e lavorare per ore in una trappola mal messa ci irride obbligandoci alla commemorazione. State pur certe bimbe mie che se dovesse accadere anche a noi, qualcuno dopo una settimana starà zitto per un minuto commemorandoci. Non vi sembra una consolazione degna?
Mi convincerò anche io di ciò, visto che in seguito alla mia denuncia per lo stato di sicurezza dell’istituto mi son vista recapitare una serie di dubbi richiami dalla dirigenza!
Nomi senza volto, volti senza occhi e anima, che da un iperuranio inarrivabile proseguono nello scopo di deprivarci della nostra coscienza, gli stessi che consentono la morte di operai sotto capannoni illegali e la morte di una giovane nella sua scuola.
Io parlo, poi…Boh!
Liana Vena da 34 rombi sul soffitto


(…) nel raccontare alle ragazze quanto erano forti i Romani contro Annibale per poi tradurre che le oche del Campidoglio svegliarono la guardia…
Ehm… Fra l'episodio (leggendario) delle oche del Campidoglio e la seconda guerra punica (Annibale contro Roma) passa più di un secolo.
Quanto al resto, nessuno è obbligato a fare l'insegnante. Lo si fa firmando un contratto. Firmato quel contratto, si accettano determinate condizioni.
Le filippiche (dio mio quanto stantie) generiche e scatte sullo stato che affama eccetera, vanno bene (diciamo così, giusto nel senso che c'è libettà d'opinione) in una qualche assemblea di movimento, in un blog, dove si vuole. Non durante la lezione. Questo vuol dire usare il proprio tempo di lavoro, i propri studenti, la propria cattedra (pubblica, pagata con soldi di tutti) per le proprie perorazioni politiche. E vuol dire anche (mi pare) sputare nel piatto dove si mangia. Lo so che è stato (per alcunoi probabilmente è ancora) normale per generazioni, ormai, di docenti "impegnati", nelle unibversità come nelle scuole.
E' anche per quello (non solo, nemmeno soprattutto, ma certamente anche) anche per quello, dicevo, che siamo nella merda in cui siamo.
che pena
Beh, Gualtiero, io non sono insegnante, ma sono stato "insegnato". Personalmente ho avuto più profitto (culturale) da quegli insegnanti che non percorrevano le vie dissestate dei "programmi ufficiali" del Ministero. Firmare un contratto con la Pubblica Amministrazione o col Ministero della Pubblica Istruzione non significa diventare schiavo di dispacci di "Nomi senza volto, volti senza occhi e anima" che seguono un protocollo standard nella gestione di fatti che comunque hanno un impatto emotivo notevole su persone che devono ancora comprendere i meccanismi di un mondo che sono comunque chiamate a cambiare. Ricordiamoci che gli insegnanti sono educatori. Educare è un verbo che ha un significato preciso: e-ducere. Condurre fuori, letteralmente. Gli insegnanti hanno il dovere/missione di condurre fuori dagli alunni il meglio di loro stessi. Mi chiedo se lo possano fare, ed eventualmente come lo possano fare, se devono sentirsi in obbligo verso un semplice pezzo di carta chiamato contratto di lavoro.
Caro Gualtiero, una cosa è insegnare le guerre puniche nel contesto di una disciplina chiamata storia e una cosa è tradurre un brano dal latino che richiami l'episodio (leggendario, certo) delle suddette oche, nel contesto di una disciplina che chiamasi lingua latina 🙂 Ti invito, perciò, a leggere con attenzione prima di sfrecciare.
Il mio contratto, vedi, non prevede che io lavori in una situazione di rischio per la mia vita né per quella degli studenti; il contratto che firmo ad inizio anno mi obbliga semmai a svolgere quel dato numero di ore di lezione, seguendo il dato calendario, nel rispetto tuttavia dell'intelligenza e dell'onestà mia e dei ragazzi. Come cittadino, come lavoratrice, ho l'obbligo e il dovere di dichiarare gli aspetti negativi del Paese in cui vivo, anzi viviamo, e ho l'obbligo e il dovere di denunciare là dove lo stato dovrebbe proteggerci. I soldi pubblici, anche quelli con cui viene elargito il mio stipendio, servirebbero anche a garantire il servizio di sicurezza delle scuole. Liana
Gualtiero, chiaramente ti ho pubblicato e risposto anche sul blog. Accetto ogni forma di confronto, anzi la anelo, desidero perché i tempi sono tali da richiedere energie da ogni parte. Liana