Nel sud dell’Anatolia, in Turchia, si trova lo straordinario sito archeologico di Hasankeyf. Si tratta di un museo a cielo aperto che conserva la memoria di 10.000 anni di storia e di tutti i popoli che lo hanno attraversato e vi si sono insediati: Assiri, Parti, Romani, Bizantini, Arabi, Ottomani.
Nella zona sorgono moschee e palazzi, sospesi sulle acque del Tigri, ci sono grotte abitate scavate nella roccia, ci sono antichi cimiteri e resiste ancora un ponte sul Tigri costruito dagli Assiri. Stiamo parlando di uno dei luoghi della terra più affascinanti e ricchi di testimonianze storiche, la vera culla della civiltà. Il governo turco possiede dunque un vecchio, vecchissimo, baule che potrebbe, se accuratamente gestito e protetto, trasformarsi in un forziere di inestimabile valore, generare moltissimi posti di lavoro, arricchire l’economia turca, dare una prospettiva alle popolazioni che vivono in questi luoghi, contribuire a rimettere al centro degli interessi culturali-archeologici-turistici dell’Europa il Paese. E invece cosa ha deciso di fare? Realizzare una diga, la diga di Ilisu.
Il progetto fa parte del Grande Piano Anatolico, che prevede di incanalare in grandi infrastrutture – grazie all’appoggio di banche ed istituti di credito internazionali – le acque del Tigri, in una zona vicina ai confini caldi con la Siria e l’Iraq. Oltre ad Hasankeyf, la diga distruggerà ben 289 siti archeologici, patrimonio culturale di tutta la Mesopotamia, che verranno sommersi per sempre da milioni di metri cubi di acqua. Le popolazioni che vivono in quella meravigliosa area dovranno lasciare le loro abitazioni. Un’intera area naturalistica verrà cancellata.
Le motivazioni ufficiali di questo progetto sono le solite, la rincorsa alla “modernizzazione” a tutti i costi, il tentativo perenne di scimmiottare quel modello occidentale che tanti danni ha fatto e continua a fare nel mondo non industrializzato e creare nuovi posti di lavoro. Gli osservatori più acuti sospettano, invece, che la costruzione della diga sia un modo per ottenere il controllo sul territorio, là dove la questione dell’acqua si interseca con quella curda.
A nulla, finora, sono valse le proteste di intellettuali, storici, ambientalisti di tutta Europa. Il governo turco continua, impassibile, il suo cammino, spalleggiato da Svizzera, Austria e Germania che sembrano intenzionate a prendere parte al progetto. In difesa del sito archeologico di Hasankeyf si sono sollevate le più grandi personalità della cultura turca: il premio Nobel Orhan Pamuk, lo scrittore Yashar Kemal, il cantante Tarkan, perché la memoria di Hasankeyf non venga sommersa dalle acque.
Recentemente Euronews ha sollevato l’attenzione sul tema mentre, per fermare la costruzione della diga e salvare Hasankeyf numerosi siti hanno lanciato petizioni e azioni. Diamo anche noi il nostro contributo in difesa della civiltà, costruiamo una diga umana per proteggere Hasankeyf.

Massimiliano Capalbo

Commenti

Lascia un commento

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *