Si chiamava Shira, aveva 16 anni, ed è stata accoltellata a morte, assieme ad altre cinque persone, nel corso della manifestazione gay friendly gerosolimitana svoltasi a Gerusalemme alla fine di luglio. L’omicida, un attivista ultraortodosso, si era reso protagonista di una simile aggressione dieci anni fa ed è stato nuovamente arrestato. 
La cosa più banale, e meno eretica, che potrei fare adesso è unirmi al coro di sdegno che in queste circostanze si leva in difesa dei “diversi”. Voglio, invece, farvi riflettere ancora una volta sulla modalità di relazione che caratterizza i membri della società attuale e che accomuna presunte vittime e presunti carnefici. Che si tratti di omosessuali, di vegani, di amanti degli animali, di naturisti, di testimoni di Geova, di elettori o di qualsivoglia altra tribù alla quale oggi ciascuno di noi sceglie di appartenere, la relazione che si instaura con il “diverso da me” non è mai di interesse, di curiosità, di apertura, ma quasi sempre di contrapposizione palese o nascosta che sia. La prima cosa che fa, chi crede di far parte della massa “normale” degli esseri viventi, è etichettare l’altro, il diverso, farne una questione di genere. Come scrivevo tempo fa “etichettare significa rinchiudere in un ghetto, in un recinto l’etichettato e, come quasi sempre avviene, studiare una legislazione speciale che lo protegga, che lo aiuti. La storia dimostra che questa operazione non fa altro che trasformare in vittima l’etichettato che da quel momento in poi smette di crescere, resta nella condizione di immaturo nella quale sovente si trova, e comincia a credere di essere come il panda del WWF“, una specie rara da sottoporre a tutela. E, dunque, l’esemplare raro che fa parte della minoranza, per reazione, comincia a sbatterti in faccia la sua “diversità” in segno di vendetta. Ha bisogno di organizzare un Gay Pride per esternare il proprio modo di intendere il sesso; ha bisogno di descriverti come un sanguinario assassino per giustificare la propria scelta vegetariana; ha bisogno di farti credere incapace di relazionarti con gli animali per giustificare lo scorazzare del suo cane dovunque, cucina compresa; ha bisogno di farti sentire responsabile del destino della tua nazione perchè continui a votare quelli lì, e via accusando e imponendo. In entrambi i casi si riscontra un’incapacità di comprendere la sensibilità altrui, di comprendere qual è il limite da non superare per non urtare la suscettibilità degli altri che può condurre anche a gesti estremi, come è avvenuto a Gerusalemme. Parafrasando la celebre affermazione di Martin Luter King, “la mia libertà finisce dove comincia la vostra”, potremmo dire “la mia diversità si afferma negando la vostra.”
Venerdì scorso tre ragazzi arrivati al Parco del Valentino per la serata “Bananamia”, una delle più famose e frequentate della scena notturna torinese e in programma per tutta l’estate nella discoteca Life, si sono visti negare l’ingresso nel locale dal buttafuori perchè “non gay“.
Qualche giorno fa, sul poster promozionale del tour del cantautore Mika, affisso a Firenze, è stata appiccicata l’etichetta “frocio”. Il cantautore ha pensato di: “farne una bandiera da tenere alta sopra le teste di quelli che scrivono, che pensano così. Era la grandezza di Oscar Wilde: prendeva le ipocrisie e le buttava in faccia alla gente, a volte non c’è nulla di più appropriato dei gesti inappropriati!” e ha aggiunto, motivando la sua scelta, “avrei potuto scrivere cinquemila parole, mandarli a quel Paese, dire che non sarei mai tornato a Firenze … buttar giù uno sfogo paragonando l’omofobia al sessismo e al maschilismo. Ma con quella «dichiarazione visiva», con quel graffito diventato bandiera, ho fatto tutto questo senza essere violento o aggressivo, senza perdermi in prediche. Ed è stato bello vedere come un’immagine possa rivelarsi potente…” Ma questo gesto, per quanto originale e controcorrente, non è stato e non può essere risolutivo. “La cosa più complicata – è stato costretto a concludere lo stesso Mika – adesso è capire come andare oltre quell’immagine, proprio per la sua forza.
In realtà, mentre siamo tutti convinti di essere dalla parte giusta, quella più numerosa, non ci accorgiamo di essere ormai parte di una delle tante tribù, di una delle tante minoranze sempre più piccole, sempre più circoscritte che affollano la nostra quotidianità. L’individuo post-moderno si aggrega, sempre più, sulla base di passioni e interessi circoscritti, il quadro che ne viene fuori è quello di una società frammentata composta da individui alla ricerca di un’identità che forse non troveranno mai, incapaci di vedere oltre il proprio recinto che prima di essere fisico è mentale. La maggioranza non c’è più, ci sono miriadi di minoranze in lotta tra loro. Per diventare maggioranza occorre aprirsi agli altri, accogliere, invece di escludere. Mettersi in ascolto per decifrare la diversità, unica possibilità che abbiamo per sentirci parte di un tutto.

Massimiliano Capalbo

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