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Comunicazione, Eretiche riflessioni, Politica

Obama e Osama, la civiltà e la barbarie.

Tutti d’accordo, tutti allineati, nessun dissenso. Il giorno dopo l’uccisione di quello che i media ci hanno sempre raccontato impersonificare il barbaro, il nemico numero uno dell’Occidente civilizzato, Osama Bin Laden, sono tutti concordi nell’affermare che giustizia è fatta, che il bene ha trionfato sul male.

Come nei migliori film d’azione americani, dopo una lunga rincorsa il cattivo è stato raggiunto, scovato e giustiziato e le vittime delle sue malefatte vendicate. La sceneggiatura del film “11 settembre”, cominciato appunto quel giorno di 10 anni fa, si è compiuta. Sullo schermo scorrono i titoli di coda.
Da quel giorno nessuno (capi di governo, politici, giornalisti, intellettuali, storici ecc.) ha colto (o ha voluto cogliere?) appieno il senso delle barbare azioni terroristiche compiute dai gruppi riconducibili alla cosiddetta organizzazione “Al Qaeda”.
La trama del film, confezionata ad arte dai media occidentali e raccontata per anni, è stata la seguente: dei pazzi, barbari, incivili, che hanno nel dna la vocazione all’efferatezza, in preda al fanatismo religioso o a un sentimento d’intolleranza nato chissà da quali oscure ragioni, hanno deciso un bel giorno di dichiarare guerra, attraverso l’esecuzione di stragi senza precedenti nella storia dell’umanità, ai Paesi “democratici” e “pacifici” di questo pianeta. E noi abbiamo assistito da bravi spettatori al film, sgranocchiando pop corn.
Non ho mai creduto a questa sceneggiatura. Ho sempre sostenuto, invece, che ci trovavamo e ci troviamo ancora di fronte a un problema di comunicazione.
La comunicazione tra gli individui (e quindi tra i popoli) sta diventando sempre più patologica. Paul Watzlawick nel suo libro “Pragmatica della comunicazione umana”, nel 1969, formulò il seguente assioma: “Qualsiasi comunicazione ha un aspetto di contenuto ed uno di relazione”. Ossia, per contenuto intendiamo ciò che comunichiamo, il messaggio, mentre per relazione il comportamento che assumiamo con il prossimo attraverso il nostro modo di comunicare. Il messaggio che si vuole comunicare, come tutti sappiamo, può essere espresso attraverso il linguaggio ma, quando non è possibile o sufficiente, anche attraverso delle azioni e, così facendo, ci si pone automaticamente in relazione con il prossimo. Le due cose non possono essere separate, avvengono contestualmente.
Gli attori di questa comunicazione patologica, ieri come oggi, nel mondo, sono due: il Sud che vive un disagio sempre crescente e il Nord chiuso nel suo benessere individualista e sordo al grido che si leva inesorabile. Il contenuto del messaggio proveniente dai Paesi più poveri fatica a raggiungere quelli più ricchi, perché non trova spazio nei vari G8, non dispone di un canale di comunicazione, mentre quello dei Paesi industrializzati è dominante e diventa sempre più prepotente e invadente. I Paesi del Sud non contano assolutamente nulla nello scacchiere internazionale e la comunicazione non è data. La disastrosa politica estera dei Paesi industrializzati l’ha annullata. L’assoluta mancanza di spessore politico e culturale, di saggezza, di idee e di carisma che caratterizza, oggi, i capi di governo della maggior parte delle nazioni più industrializzate del mondo (mai raggiunto un livello così basso) non fa che peggiorare la situazione. Il disagio deve trovare comunque una valvola di sfogo e quando lo sfogo non può utilizzare i percorsi “convenzionali” finisce per usare quelli non convenzionali.
La comunicazione diventa allora patologica. Gli attentati sono un mezzo di comunicazione barbaro, incivile, inumano, immorale, diamogli l’aggettivo che preferiamo, ma sono l’unico mezzo di comunicazione a disposizione di questi popoli. Il messaggio, infatti, quell’11 settembre è arrivato, forte, prepotente. La relazione ci dice che il Sud non ci sta a essere la pattumiera del mondo perché questo significa morire in silenzio e se non c’è alternativa alla morte allora che sia morte per tutti. Un messaggio tremendo, angosciante, senza via d’uscita.
I Paesi industrializzati che si definiscono civili, che hanno speso e continuano a spendere denaro, tempo e risorse per creare moderni mezzi di comunicazione (cellulari, computer, palmari), hanno deciso di usare lo stesso linguaggio primitivo di quelli definiti “barbari”, il linguaggio delle armi. Hanno fallito e continuano a fallire miseramente. Dov’è la differenza? In cosa si concretizza la nostra civiltà? Quale messaggio alternativo abbiamo inviato finora?
Lo abbiamo ucciso, giustizia è fatta. Questo è quello che è stato capace di affermare il Presidente della nazione che si definisce più progredita e civile dell’Occidente, questo il messaggio che ha inviato in diretta tv l’altra notte al suo popolo e al mondo. Un messaggio che fa comprendere come la differenza tra Obama e Osama stia tutta in quella diversa consonante.
La saga continuerà, come nella migliore tradizione di Hollywood, il sequel è già in preparazione, dopo Osama un altro cattivo salirà alla ribalta delle scene per fornire materiale utile ad imbastire una nuova sceneggiatura.

Massimiliano Capalbo

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4 Maggio 2011/0 Commenti
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https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/osamaobama1.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2011-05-04 16:14:472015-11-02 12:25:56Obama e Osama, la civiltà e la barbarie.
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