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Ambiente, Economia, Eretiche riflessioni, Politica

L’interesse privato spacciato per decisionismo pubblico

Uno dei modi per far si che il politico in auge possa procedere senza intoppi verso i propri obiettivi (e non verso quelli della comunità che rappresenta) consiste nel costruirgli intorno una sceneggiatura, plausibile, a misura del protagonista che dovrà recitarla e convincere l’opinione pubblica della sua veridicità. Come è avvenuto ieri con Berlusconi, infatti, sta avvenendo oggi con Renzi.
Con Berlusconi la sceneggiatura prevedeva un Paese in cui i comunisti ed i giudici (cattivi) avevano come unico obiettivo quello di perseguitare l’imprenditore-eroe che si era fatto da solo e che, coerentemente con la sua storia ed il suo stile, prometteva di far diventare grande l’Italia scendendo in campo e utilizzando gli stessi metodi. Nel caso di Renzi la sceneggiatura prevede la comparsa sulla scena, in un Paese di vecchi, di un giovane ammiccante pieno di idee innovative, dal linguaggio trendy, che combatte contro i conservatori (i nuovi cattivi) che impediscono al Paese di progredire bloccando o ostacolando il processo delle riforme. Entrambe gli eroi hanno in comune l’arma a disposizione: il decisionismo.
Ma mentre Berlusconi, nonostante la più ampia maggioranza nella storia della Repubblica e la più ampia copertura mediatica a suo favore, non è riuscito a decidere un bel nulla, Renzi sprizza ottimismo da tutti i pori. Sarà perché Renzi è riuscito a fare più compromessi di Berlusconi? Lo vedremo.
In ogni caso, per avere maggiori chance di funzionare, la sceneggiatura deve essere fatta propria e rilanciata dai media. E sabato scorso, nel corso della trasmissione Omnibus andata in onda su La7, abbiamo assistito ad un esempio di diffusione di questa nuova sceneggiatura.
Nella nostra epoca l’economia appare più forte della politica, gli interessi delle multinazionali non coincidono con quelli dei cittadini e i politici post-moderni, privi di personalità ed idee, invece di ricoprire il ruolo di mediazione tra i due interessi si piegano al volere del più forte. Nei media, quindi, comincia a farsi largo la tesi da diffondere che diventa la seguente: visto che dobbiamo modernizzare il Paese, dobbiamo decidere di fare delle cose e queste cose non si devono decidere in accordo con i cittadini (che secondo la Costituzione dovrebbero essere sovrani) che rappresentano solo un ostacolo ma in accordo con le multinazionali. Perchè la “modernizzazione” del Paese, a loro dire (ma anche a detta dei sindacalisti), passa dalle industrie, un concetto vecchio come il cucco che viene riproposto in salsa post-moderna. E, quindi, succede che si invita qualche giornalista o pseudo tale e un rappresentante di una di queste multinazionali (in questo caso l’AD di Q8) per spiegare ai telespettatori in ascolto che, ad esempio, le trivellazioni nel Mediterraneo sono un’occasione di modernizzazione che l’Italia non riesce a cogliere per l’ostruzionismo di chi vuole impedire il “progresso”. In realtà il progresso e il decisionismo di cui parlano i signori in giacca e cravatta in studio lo abbiamo già inseguito e sperimentato per oltre cinquant’anni, soprattutto al Sud, e i risultati sono quelli ottenuti dall’Ilva di Taranto, dalla Fiat di Pomigliano, dalla Marlene di Praia a Mare, dall’Italsider di Bagnoli, dalla Pertusola di Crotone, per citarne alcuni, ovvero: inquinamento, morte, devastazione, miseria. Non si può, dunque, affermare che ci sia stata una carenza di decisionismo, in Italia, negli ultimi cinquant’anni quanto una carenza di decisioni sagge, sensate e coerenti con la vocazione del territorio, l’esatto opposto di quelle che si continuano a propagandare vergognosamente con l’avallo di chi dovrebbe svolgere il ruolo di cane da guardia della democrazia, e che se prese una volta per tutte forse farebbero scomparire improvvisamente i cattivi conservatori, additati (secondo le convenienze) come unici responsabili dell’immobilismo.

Massimiliano Capalbo

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16 Luglio 2014/0 Commenti
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