Il declino dell’Occidente, all’improvviso
Ieri sera avevo appena terminato di leggere (complice un viaggio in treno) “Occidente, ascesa e crisi di una civiltà” di Niall Ferguson, brillante storico inglese che insegna storia moderna ad Harward, quando ho appreso dalla tv la notizia di molteplici e contemporanei attentati terroristici nel centro di Parigi, quasi come se il caso (o sarebbe meglio dire il caos) mi avesse voluto mettere davanti l’evoluzione di quanto appena letto.
Avevo appena finito di leggere una delle teorie che indagano su come il modello Occidentale sia riuscito a dominare il mondo fino ad oggi, (e tentano di dare una risposta al dilemma se ciò a cui stiamo assistendo sia un possibile tramonto di tutto ciò), che improvvisamente mi si stava materializzando davanti, in tempo reale, una possibile risposta.
La prima considerazione che si può fare, al termine di questo interessante excursus riguardo le sei killer applications che hanno consentito all’Occidente di dominare il pianeta negli ultimi cinquecento anni (dal XV al XX secolo), è come mai l’elenco delle popolazioni disposte a vendicarsi delle miriadi di nefandezze compiute ai loro danni dall’Occidente, in giro per il mondo, sia così ristretto. Visto che da Manuele I di Portogallo fino ai giorni nostri lo sterminio diretto o indiretto di intere etnie, lo sfruttamento delle risorse naturali ed energetiche, l’accaparramento di quelle minerarie, la confisca di terre, le sperimentazioni mediche, l’interramento di rifiuti nocivi e via devastando e imponendo, garantiti dall’instaurazione in quei territori di regimi dittatoriali fedeli ai colonizzatori, non ha conosciuto soste.
La seconda considerazione è che delle sei killer applications (competizione, rivoluzione scientifica, stato di diritto, medicina moderna, società dei consumi ed etica del lavoro) elencate da Ferguson, che hanno consentito fino ad oggi all’Occidente di ottenere un vantaggio competitivo sul resto del pianeta, le uniche che ancora vengono viste come un traguardo, e scimmiottate dai governi di paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, sono l’etica del lavoro e il conseguente consumismo che, nello stesso Occidente, cominciano ad essere messi in discussione da nuovi stili di vita emergenti maggiormente sostenibili (aspetto che Ferguson si lascia sfuggire quasi completamente). La domanda conseguente è dunque questa: siamo sicuri che le sei killer applications continueranno ad esserlo anche domani? Ferguson non si sbilancia ma io ho i miei dubbi.
La terza considerazione riguarda quella che, nell’ultimo capitolo, Ferguson cita come la teoria dell’evoluzione ciclica delle civiltà che ha sempre affascinato e continua ad affascinare molti teorici e studiosi, secondo la quale, in buona sostanza, tutte le civiltà, per quanto solide e magnifiche possano essere, sono destinate al declino ed alla caduta. La maggior parte delle teorie (da Polibio a Diamond) partono dal presupposto che la storia abbia un ritmo, un andamento ciclico. In realtà, scrive Ferguson: “Le civiltà sono sistemi estremamente complessi, costituiti da un numero molto elevato di fattori interagenti e non simmetricamente disposti… si muovono a metà strada tra l’ordine e il disordine, “ai margini del caos”, per usare l’espressione coniata dall’informatico Christopher Langton. Tali sistemi possono operare in modo stabile, apparentemente in equilibrio, ma in realtà in costante adattamento. Ma arriva un momento in cui entrano in fase critica. Una piccola perturbazione può mettere in moto una fase di transizione da un positivo equilibrio a una crisi: un granello di sabbia può far crollare un castello apparentemente indistruttibile.” Un piccolo elemento può generare quello che viene definito “effetto amplificatore”. Ecco perché tutte le analisi, le previsioni che sentiamo fare attraverso i media sono di poca utilità. Ecco perché le dichiarazioni dei presidenti che ci comunicano che le loro reazioni daranno il via ad una procedura (più o meno democratica) di risoluzione del problema entro un tempo definito, fanno sorridere. Perché le relazioni casuali non sono affatto lineari. E questo è talmente vero che neanche Ferguson nel suo libro riesce a fare previsioni, può solo limitarsi a descrivere ciò che è avvenuto in passato e ciò che sta avvenendo oggi ma non può fare previsioni sul futuro (o meglio sui possibili futuri) può solo sollevare altre domande più che fornire risposte.
La quarta considerazione è che finanche le guerre, che hanno rappresentato per l’Occidente uno strumento per acquisire il predominio e garantire la sicurezza fino ad oggi, appaiono non solo inefficaci ma controproducenti, generatrici di ulteriori conseguenze. Il 13 novembre (e chissà quante altre date dovremo aggiungere domani) di Parigi dimostra che la guerra oggi ha metodi e strategie del tutto nuove e imprevedibili rispetto al passato e che diventa veramente impossibile arginarla con gli strumenti fin qui utilizzati. I terroristi appaiono macabramente più creativi. L’uomo occidentale (se così possiamo definirlo) che continuasse a ragionare come purtroppo sembra abbia intenzione di fare, non avrebbe scampo alla morte e al declino poichè essa può essere o fisica (per mezzo di un terrorista) o relazionale (a causa della chiusura delle frontiere e delle relazioni). Il sorpasso dell’Occidente sull’Oriente infatti cominciò quando, nel 1424, l’imperatore cinese Yongle morì e si decise di adottare un rigido isolamento, interrompendo i viaggi oceanici esplorativi che avevano caratterizzato il suo impero.
La quinta considerazione è che per gestire civiltà che si muovono “ai margini del caos” occorrono leader capaci di avere una visione globale delle cose ma soprattutto a lungo termine. Il tema irrisolto dell’inquinamento globale, ad esempio, è indice del disinteresse dei leader politici nell’affrontare problemi che si manifesteranno probabilmente tra un centinaio d’anni ma che quando si manifesteranno faranno collassare di colpo le civiltà che non se ne sono occupate per tempo. “Il passaggio dall’apice della potenza imperiale alla distruzione e alla desolazione non è ciclico. E’ improvviso…” e rapido.
La sesta considerazione è che l’Occidente (in particolare l’Europa occidentale), al contrario dei suoi nemici, non crede più in nulla e qui non intendo focalizzare l’attenzione tanto sui credi religiosi (in America è boom di sette religiose che credono prima di tutto nel denaro e nel consumismo) quanto sulla fiducia e la condivisione di valori comuni da utilizzare per immaginare un futuro insieme. Ferguson scrive: “…oggi l’Occidente è in effetti inondato da innumerevoli culti postmoderni, nessuno dei quali capace di offrire qualcosa di anche lontanamente paragonabile alla vecchia etica protestante come fattore di stimolo allo sviluppo economico. Peggio ancora, questo vuoto spirituale rende le società dell’Europa occidentale particolarmente vulnerabili alle sinistre ambizioni di una minoranza di persone che invece sono animate da una fede religiosa, come anche dall’ambizione politica di estendere il potere e l’influenza di quella fede nei propri paesi di adozione.”
E’ in questa incapacità di trovare stimoli, sensi e significati che sta tutta la crisi del “pacchetto Occidente”. E’ in questa perdita di contatto con le proprie radici e la propria storia/cultura, in questa ignoranza diffusa tra le sue genti che genera fantasmi e contrapposizioni. Le conclusioni di Ferguson sono molto occidentali: “La civiltà occidentale è riuscita negli ultimi cinquecento anni ad imporsi perché ha creato le condizioni per la piena espressione dei suoi più brillanti talenti. La vera domanda è se siamo ancora capaci di riconoscere la superiorità di questo pacchetto.” E’ in questo credersi superiori, a mio avviso, l’errore di fondo. Le leadership riescono ad imporsi solo quando sono capaci di rappresentare per gli altri un modello a cui ispirarsi. Puoi anche dominare per cento, duecento, cinquecento anni il mondo con la forza ma prima o poi dovrai fare i conti con i tuoi nemici. “Forse la vera minaccia non è rappresentata dall’ascesa della Cina e dell’Islam o dall’aumento dell’emissione di anidride carbonica, ma dalla nostra stessa perdita di fiducia nella civiltà che abbiamo ereditato dai nostri progenitori.” conclude Ferguson. E questo forse è il vero campanello d’allarme che ci avvisa che è arrivato il momento di cambiare davvero.
Massimiliano Capalbo


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