I recinti della legalità
La mafia non scrive sui muri, sui muri scrive chi non ha altri spazi a disposizione per esprimersi. La mafia non ha bisogno di comunicare la sua esistenza, perchè è già ben presente nella mente di ogni italiano che si rispetti, da qualche decennio. La mafia non ha bisogno di pubblicità, c’è tanta gente e tanti media che ogni giorno si prodigano, gratis, per mitizzarla. La mafia non ha tempo da perdere con le beghe localistiche, è impegnata in operazioni internazionali.
Me li immagino i mafiosi, quelli veri, che sorridono mentre osservano in tv le passerelle che periodicamente vengono organizzate dalle istituzioni, quelle stesse che gli hanno costruito porti per far arrivare la droga, bandi per costruire opere pubbliche interminabili o gestire centri di accoglienza per immigrati, baraccopoli per fornire manovalanza a basso costo ai caporali, connivenze per sotterrare rifiuti pericolosi. Da decenni assistiamo a sceneggiate che non solo non hanno sconfitto la mafia ma l’hanno resa ancora più forte di prima.
La mafia si sconfigge rendendo le persone libere, non creando nuovi tutori, nuovi recinti, dove sentirsi “dalla parte della legalità”. La mafia è un aggettivo (che qualifica i comportamenti di ciascuno di noi) non un sostantivo (inafferrabile). La mafia ha per le istituzioni la stessa attrazione che le mosche hanno per gli escrementi. Perché? Perché va dove ci sono soldi, tanti soldi. Non possiamo cambiare la mentalità di un luogo avendo le stesse aspirazioni, gli stessi desideri, usando gli stessi mezzi di chi è artefice di quella mentalità. Così come i partiti sono stati sconfitti dal capitalismo (destra e sinistra sono sempre stati in conflitto su tutto tranne che sul consumismo), lo Stato è stato sconfitto dalla mafia, perché fino a qui ha utilizzato i suoi stessi strumenti: soldi, immobili, organizzazioni e su quel terreno non può competere. La vittoria dello Stato non è data dal numero di arresti eseguiti fino ad oggi, perché la mentalità non si può arrestare, si può solo cambiare con l’esempio.
Io non mi fido delle istituzioni, non mi fido delle sovrastrutture, non mi fido delle organizzazioni, io mi fido degli uomini che hanno un nome e un cognome. Io non mi fido della magistratura, mi fido di Nicola Gratteri; non mi fido della Protezione Civile Regionale, mi fido di Carlo Tanzi; non mi fido degli imprenditori, mi fido di Stefano Caccavari; non mi fido di Libera, mi fido di Don Ciotti; non mi fido dell’assessorato della mia regione ma del funzionario, che ha un nome e un cognome, che lavora con passione e onestà e si accolla magari anche il lavoro degli altri colleghi parassiti; non mi fido dell’ospedale ma di quel preciso medico che sopperisce alle carenze di organico e così via. Mi fido, fino a prova contraria, ovviamente, perché siamo tutti esseri umani, dunque fallibili.
L’errore più grande che continuiamo a commettere, da trent’anni a questa parte, è di far coincidere la parte con il tutto, di continuare a costruire sovrastrutture e rilasciare patenti che richiedono ruoli, incarichi, immobili, rappresentanze, organizzazioni e quindi denaro, molto denaro (proveniente ovviamente dalle nostre tasse, dal nostro sudore), che finisce per attirare le mosche prima o poi, come molte inchieste della magistratura hanno dimostrato.
C’è tantissima gente che ogni giorno, in silenzio, agisce autonomamente, liberamente, non per combattere la mafia (non è il caso di aggiungere nuovi martiri ai tanti caduti fino a qui perché credevano in quelle stesse istituzioni che li hanno traditi e che oggi li ricordano) ma per creare impresa e dunque lavoro (unico passaporto per la libertà) e trasformare la mentalità del territorio, magari partendo dalle scuole, da quei giovani che finiscono spesso per essere utilizzati strumentalmente per riempire le piazze a favore di telecamere. Lo fanno senza soldi pubblici, senza bisogno di entrare nei “recinti della legalità” che le istituzioni hanno costruito e che finiscono per creare altre forme di dipendenza. A queste persone non viene dedicata nessuna attenzione, a queste persone lo Stato non fa sconti, il piccolo imprenditore onesto paga le tasse (magari indebitandosi a vita e finendo nelle mani degli usurai) alla stregua del mafioso che col suo centro commerciale ricicla denaro (e che invece se lo può permettere perché ha tanti soldi). Per lo Stato non c’è differenza tra i due, l’importante è essere in regola con le rate. Ancora una questione di soldi.
Questi eretici hanno già sconfitto la mafia e la narrazione mediatica che tenta periodicamente di rilanciarla, semplicemente perché hanno agito facendosi essi stessi istituzione, sono diventati esempio per gli altri, hanno messo a frutto i propri talenti, non fanno le vittime (nonostante tutto) e riescono a fare rete, a essere più forti e ad avere successo. La sconfiggono ogni giorno nel proprio condominio, nel proprio quartiere, nel proprio ufficio, nella propria scuola, nella propria mente. Se la Calabria è tra le mete turistiche internazionali del 2017 lo si deve all’umile e discreto lavoro di queste persone che hanno avviato ormai un processo inarrestabile perché hanno capito che siamo ciò che diciamo e facciamo, riceviamo ciò che emaniamo, è la legge di attrazione, una legge della fisica prima che dello Stato.
Massimiliano Capalbo


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