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Ambiente, Eretiche riflessioni, Società

Aboliamo le riserve naturali

E’ giunto il momento di abolire le riserve naturali e i parchi nazionali. Si, avete letto bene, non sono impazzito e non sono neanche sarcastico. Sono, al contrario, sempre più convinto che siano causa dell’aumento dell’inquinamento (di qualsiasi genere) che ci circonda. Per un semplice motivo: sono la certificazione della pericolosità dell’uomo post-moderno. Stanno lì a ricordarci di cosa saremmo capaci se non mettessimo un recinto a protezione della natura. A maggior ragione direte voi, occorre preservare quel poco che resta. No, vi sbagliate, occorre fare l’operazione esattamente inversa. Trasformare i luoghi della nostra quotidianità in riserve naturali, in luoghi dove l’uomo posso finalmente tornare a convivere, in armonia, con il resto del creato, prima che sia troppo tardi. Anche perché non è un recinto o una linea tracciata su una cartina ad impedire che l’inquinamento di una centrale turbogas piuttosto che di un inceneritore raggiunga le altre aree, quelle cosiddette “protette”. Occorrono circa 24 ore (a seconda dei venti) perché l’inquinamento dell’Ilva di Taranto, ad esempio, per citare il mostro più vicino, raggiunga il nostro territorio. Non è, dunque, qualcosa che non ci riguarda come pensiamo.
I parchi e le riserve sono uno degli strumenti al servizio dell’ipocrisia dell’essere umano, secondo il quale il tratto di fiume che ricade in un parco deve essere incontaminato e l’ultimo tratto che sfocia al mare può tranquillamente trasformarsi in una cloaca a cielo aperto. Sono la migliore giustificazione ai crimini che decidiamo quotidianamente di commettere ai danni del territorio. In città si può morire di inquinamento, nei parchi no.
Trascorriamo la maggior parte della nostra vita in città e centri urbani inquinati, tristi, sporchi, brutti e poi ci ritagliamo delle ore da trascorrere nel parco (trasferendo li dentro, tra l’altro, la nostra inadeguatezza non solo comportamentale ma anche materiale). “Ci si prospetta di vivere insieme a qualcosa che non amiamo. Questo è il nostro destino odierno: dover vivere con molte cose che non sentiamo di amare” scrive Raimon Panikkar autore di Ecosofia. L’ipocrisia raggiunge livelli altissimi quando si decretano le riserve marine, come se l’acqua del mare potesse essere confinata e delimitata, come se non ci stessimo mangiando, da ormai sette anni, il pesce di Fukushima, la centrale nucleare che continua a riversare in mare il prodotto interno lordo dello sviluppo tecnologico umano. L’uomo è ancora convinto che la terra sia piatta e che non giri. Altro che progresso.
Per lo stesso motivo è possibile installare un impianto eolico, come quello che abbiamo potuto “ammirare” l’altro ieri assieme a Francesco Bevilacqua e altri amici, sui monti Rossia, Rossino e Serra Grande nel comune di Lauria, in Basilicata o una centrale biomasse nel comune di Parenti, in Calabria. E’ sufficiente essere qualche centinaio di metri al di fuori del perimetro del parco. Peccato, però, che il panorama, così come la salubrità dell’aria o la purezza delle acque, non conoscano confini ma semmai, come in questi caso, nemici agguerriti.
“La natura umana è cultura – ci ricorda ancora Panikkar – il che implica coltivazione. Coltivare significa prendersi cura, rendere più bello, portare alla perfezione, non tramite il possesso e il dominio ma attraverso una amorosa plasmazione dell’opera del Creatore e custodendola nell’atto stesso di plasmarla.” Occorre dunque riprendere a coltivare il territorio in cui si vive, trasformare le nostre comunità in parchi, in contesti naturali, armoniosi. E’ la proposta, ad esempio, che Stefano Caccavari ha fatto all’assessore all’urbanistica, al verde e all’agricoltura del comune di Milano, Pierfrancesco Maran. Coltivare gratuitamente un campo di grano in centro città, con l’intento di replicarlo in ogni città. Lo scopo è tornare ad essere parte della natura, non dominarla, compiere attività che ci danno gioia e benessere, cominciare a reintrodurre la natura laddove è stata scacciata. Chissà che non sia proprio da questa iniziativa che si possa avviare quel meccanismo virtuoso in grado di portare la natura nelle nostre “civiltà” invece che le nostre “civiltà” nella natura.

Massimiliano Capalbo

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9 Gennaio 2018/0 Commenti
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