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Eretiche riflessioni, Politica, Società

Per rinascere occorre morire

In Italia è in atto, da giorni, e proseguirà per settimane, uno psicodramma collettivo. Dal giorno dopo le elezioni, che passeranno alla storia come tra le più truffaldine della storia della repubblica, non si fa altro che parlare di e accapigliarsi su cosa succederà adesso. Gli italiani sono andati alle urne, dopo cinque anni di colpetti di Stato, più o meno palesi, che hanno visto personaggi fantoccio ricoprire ruoli di primo piano in quelle che continuiamo a definire istituzioni, con una legge elettorale che ha di fatto impedito di poter avere un governo con una maggioranza monocolore. La legge è stata scritta appositamente per impedire che il partito (M5S) dato per vincente, non dai sondaggi ma dal logico fluire degli eventi, potesse andare al governo. Per impedire che un qualche cambiamento (possiamo discutere quanto lo sia effettivamente e in che misura) potesse arrivare.
Lo psicodramma si nutre di una narrazione di fondo che vede il PD come il partito che deve essere a tutti i costi salvato. I dibattiti televisivi gestiti dalla maggior parte dei giornalisti(?) italiani (che al 95% gravitano intorno alla sinistra), sono tutti incentrati a far comprendere alla dirigenza di questo partito di aver sbagliato e di dover riconoscere l’errore per recuperare gli elettori persi. Un impegno che vede protagonisti oltre agli stessi giornalisti, opinionisti, membri del partito, elettori e addirittura i loro avversari. I microfoni degli inviati sono diretti nelle piazze, nei luoghi di lavoro, ovunque si trovino degli elettori delusi ai quali far pronunciare la fatidica frase: “abbiamo votato M5S perché il PD ci ha deluso, si è dimenticato di noi” che lascia intendere con quanta consapevolezza e propositività sia stato espresso questo voto ma anche come si tratti di qualcosa di temporaneo, in attesa che il disguido si risolva in qualche modo e tutto ritorni come prima.
Nessuno si entusiasma per la novità, per la situazione caotica che si è creata, nessuno riesce ad intravedere nel caos l’ordine, nella confusione del momento la via d’uscita. La maggior parte profetizza disgrazie come nel Medioevo. Nessuno è capace di creare futuro perché tutti vivono con la testa rivolta al passato e quindi possono solo riproporre il passato. Occorre un pensiero laterale che i più non posseggono.
Il tanto atteso (quanto finto) cambiamento, proclamato a gran voce, adesso avverte la nostalgia del passato, perché la novità fa paura. Se c’è un timore che attanaglia chi deve prendere delle decisioni è quello di vedere cambiare le cose. Sono tutti alla ricerca di un modo per riportare indietro le lancette dell’orologio della storia. In realtà i partiti che sono usciti sconfitti dalle elezioni avrebbero un solo modo per rinascere: quello di morire, di sparire e di non lasciare alcuna traccia di sè. La storia li ha condannati, inutile tentare di resuscitarli, la parabola si è conclusa. Così come appare evidente, da tempo, che questa modalità di dare un governo al Paese è ormai obsoleta e inefficace. Ma gli esseri umani sono attaccati alle idee, così come alle cose ed alle persone, come le patelle agli scogli, sono terrorizzati all’idea di dover abbandonare abitudini, ruoli, strumenti, modi di fare e di pensare. Altrimenti non esisterebbero i nostalgici del periodo borbonico o di quello fascista o comunista. Si tratta di persone che hanno basato la propria vita su alcune convinzioni, è come se avessero puntellato le proprie case per farle resistere in eterno, non consapevoli del fatto che in natura tutto ha un inizio ed una fine. Rimuovere quei puntelli equivale a far crollare le loro costruzioni.
Il cambiamento non è qualcosa che arriva da sé ma è una conseguenza dalla capacità di vedere diversamente le cose, di spostarsi dal proprio punto di osservazione per assumerne uno nuovo, di lasciare andare ciò che ha terminato il suo ciclo. E questa incapacità è trasversale, spesso è insita anche nelle organizzazioni che hanno visto accrescere i consensi verso di sé e che pensano che questo sia sufficiente per poter parlare di cambiamento.

Massimiliano Capalbo

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13 Marzo 2018/0 Commenti
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