Gli abiti dell’indipendenza
Trump in questi giorni sta affrontando la rivolta di alcuni stati africani contro i vestiti americani, una bazzecola a confronto della trattativa con la Cina sui dazi, ma un episodio altrettanto significativo, la globalizzazione non è più piatta uniformità. Ruanda e Kenia hanno varato leggi che vietano di importare abiti usati dagli USA a partire dal 2019. Secondo i dati statistici, l’80% degli africani veste abiti di seconda mano provenienti dagli USA e dall’Europa.
Non compriamo più i vostri vestiti usati, dicono, è un principio di dignità, vogliamo sviluppare una nostra industria di tessuti con i nostri stilisti (per la maggior parte donne). L’abito come segno di identità e di indipendenza.
Indossare i vestiti degli altri può esser avvertito come limitazione perché l’abito usato che indossi in qualche modo ti trasmette il modello di chi lo abitava prima, come sapevano quei ragazzi che una volta, al compimento dei 18 anni, chiedevano ai propri genitori di non indossare più i loro vestiti riaggiustati, ma dei nuovi creati per loro (oggi impensabile visto che si compra tutto nuovo per i figli fin dai primi anni.. e non so proprio se è meglio, pedagogicamente).
Mi vien da pensare ai corpi agili ritmici veloci di tanti giovani africani che si trovano ad essere infagottati goffamente in vestiti occidentali studiati per persone sedentarie. All’opposto penso a certi vestitini modesti che, indossati dalle nostre adolescenti, le rendono eleganti e belle più di donne tedesche che indossano abiti firmati. Le italiane hanno l’eleganza in sé, una cosa che non si può comprare (ma si può rovinare con l’ostentazione come fanno tante donne ricche e famose).
Insomma l’abito non farà il monaco, ma può aiutare il sentimento della propria indipendenza.
Giuliano Buselli


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