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Eretiche riflessioni, Società

Gli invisibili e gli schiavi

Parcheggio l’auto in una piazza della mia città e mi sento osservato da alcuni ragazzi di colore che sostano li intorno; entro in un supermercato e sull’ingresso c’è un ragazzo di colore che mi guarda senza parlare; vado in posta e un ragazzo di colore sorridente mi apre la porta gentilmente; entro in farmacia e seduto a terra davanti all’ingresso c’è un ragazzo di colore con lo sguardo fisso nel vuoto. Sono gli invisibili, quelli che incontriamo tutti i giorni e che abbiamo imparato a non considerare esseri umani.

L’unico che non mi ha guardato ha attirato la mia attenzione, quello con lo sguardo fisso nel vuoto, mi sono fermato per un attimo io a guardare lui. Avrei voluto entrare nei suoi pensieri per comprendere, per provare compassione, ma quel vortice di movimenti automatici che chiamiamo “routine” mi ha risucchiato dentro.
I libri di storia ci raccontano che la Dichiarazione universale dei diritti umani è stata firmata a Parigi il 10 dicembre 1948, la realtà ci dimostra che è rimasta solo una dichiarazione che non ha trovato e continua a non trovare applicazione negli stati membri delle Nazioni Unite.
Un tempo, quando le dichiarazioni universali non erano ancora state scritte, quando uno straniero arrivava in pace in un villaggio il capo villaggio lo accoglieva, lo ristorava e lo introduceva agli altri membri della comunità. Lo straniero raccontava di sè, da dove veniva ed era un’occasione di arricchimento culturale per tutta la comunità. Oggi queste persone appaiono all’improvviso nelle nostre vite, nei nostri spazi quotidiani senza essere annunciati da nessuno e noi ci troviamo faccia a faccia con loro e con il loro dolore e la loro sofferenza senza avere il tempo, il modo e gli strumenti per interiorizzarli, per interpretarli, per riconoscerli. Non riesco a prendermela col passante che utilizza l’indifferenza per difendersi dal loro sguardo, lo facciamo tutti, è facile condannare, parlare di razzismo. Manca piuttosto il capo villaggio, quello che introduce, manca quel rito di presentazione che rende lo straniero meno straniero, e forse anche più interessante agli occhi di chi lo accoglie, non sappiamo nulla di lui e nulla ci dirà nessuno, perchè la nostra comunità è strutturata per non sapere, le uniche notizie che apprendiamo sono quelle che appaiono nelle pagine di cronaca dei giornali o nei tg, dopo che l’irreparabile è avvenuto. Manca chi li introduce perchè manca l’interesse per l’altro, perchè siamo rinchiusi nelle nostre società opulente (ma ormai in declino), ubriachi di certezze e pensiamo di possedere la chiave dell’esistenza nostra e altrui. E invece non sappiamo nulla. Siamo stati capaci di trasformare in business persino la sofferenza altrui, le forme di sfruttamento si sono evolute. Siamo più fragili di loro che, costretti a viaggiare e ad abbandonare le loro certezze, imparano sulla loro pelle cosa significa stare al mondo. Chi sono gli schiavi? Loro o noi? Noi. Schiavi dell’attaccamento alle nostre paure, alla nostra ruotine, alle convenzioni sociali, alla nostra brama di potere e ricchezza, alle nostre certezze, alle nostre leggi. Qual è la schiavitù che ci tiene prigionieri? E’ una schiavitù mentale che ci impedisce di riconoscere e incontrare l’altro da noi e che ci costringerà ad impoverirci. Loro sono e restano esseri umani, invisibili.

Massimiliano Capalbo

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7 Agosto 2015/0 Commenti
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