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Eretiche riflessioni, Società

Il primo giorno di ignoranza

Non ho mai capito tutto il clamore che, ogni anno, i media riservano al primo giorno di scuola. Non l’ho mai capito in relazione a questo tipo di scuola, quella dalla quale siamo passati un pò tutti, portandoci dietro i segni dell’appiattimento, dell’assopimento delle passioni, della standardizzazione e del disinteresse.
L’attezione, nel primo giorno di scuola, è rivolta a tutto tranne al motivo per cui ci si dovrebbe trovare lì. I genitori degli alunni che si iscrivono alle prime classi (elementari, medie o superiori che siano) sono soprattutto preoccupati di sapere in quale delle sezioni il proprio pargolo capiterà. Perché anche a scuola funzionano le false credenze, riguardo a sezioni e istituti che sarebbero considerati migliori di altri, che valgono anche per tutte le altre scelte quotidiane. Sono convinti che una scuola o una sezione possano fornire più chance di altre ai propri figli. Oggi le false credenze corrono veloci, tramite Whatsapp e i social, e tutti (genitori e alunni) si sentono in dovere di giudicare, criticare, appiccicare etichette su professori, istituti, presidi e quant’altro, demolendo ogni autorevolezza e rispetto nei confronti di un’istituzione sempre più in balia degli umori generali. Gli studenti sono attenti alla copertina del diario, alla griffe dello zaino, ai compagni o agli amici che saranno in classe con loro, al modello dello smartphone, al jeans da sfoggiare in classe. Vanno all’appuntamento con la scuola dimostrando lo stesso interesse e la stessa attenzione che prestano nelle altre attività quotidiane.
Le giornate a scuola si riducono ad un trasferimento di nozioni da una testa ad un’altra senza sapere perché. Gli studenti sono considerati dei contenitori. L’importante è essere in linea con il programma ministeriale, far corrispondere le ore deputate a questo, fare in modo che formalmente tutto sia a posto. L’Italia, d’altronde, è il paese del “formalmente a posto”.
Il primo giorno di scuola è il primo giorno di un percorso verso l’ignoranza che parte a settembre e termina a giugno. A scuola si imparano la competizione, la sottomissione, il conformismo, la furbizia e tutti gli atteggiamenti che poi si metteranno in pratica nella vita sociale e lavorativa. La scuola, così come la società, è convinta che la tecnologia sia in grado di fare la differenza, e vi si affida ciecamente. La qualità di una scuola, oggi, è data dal numero di laboratori e di tecnologie che possiede che vengono pubblicizzati, alla stregua di un detersivo con potere sbiancante, per accaparrare più iscritti e dunque più finanziamenti, non dalla qualità degli esseri umani che la animano.
Nessuno spazio per l’essere, per la collaborazione, per le relazioni, per la riflessione. Il messaggio, nella maggior parte dei casi, è: per riuscire nella vita devi saper fare (possibilmente a discapito degli altri) e non essere (assieme agli altri) parte di una comunità. Poi questo fare si tramuta in ponti che crollano, navi che si incagliano, centrali che esplodono e industrie che inquinano e ci meravigliamo di come questo possa avvenire. Un agire individuale che non può che generare disastri.
Non è la scuola, dunque, a generare un cambiamento e a rendere la società più adeguata ad affrontare le sfide che l’attendono ma è la società che plasma la scuola a propria immagine e somiglianza annullando la sua missione di fondo e la sua efficacia e trasformandola in un palcoscenico della mediocrità. Finchè sarà così non potremo attenderci nulla di diverso da quello che registriamo quotidianamente sia fuori che dentro la scuola.
Il sapere è un processo collettivo e non individuale, andare a scuola non significa diventare più bravi degli altri, ma sapere essere assieme agli altri, pensare assieme agli altri, progettare assieme agli altri, riflettere assieme agli altri. Tutti quei fronzoli di cui ci circondiamo per distinguerci dagli altri stanno li a testimoniare che non siamo lì per crescere ma per restare immaturi e ignoranti. Il percorso formativo che la maggior parte dei genitori fa compiere ai propri figli spesso va nella direzione di creare distanze tra sé e gli altri. Il titolo di studio viene brandito come uno strumento di elevazione sociale quando non come un’arma da usare contro gli altri al momento opportuno. La maggior parte della gente è convinta che i successi ottenuti dagli uomini illustri, che hanno fatto la storia e che vengono raccontati a scuola, siano successi individuali frutto della loro intelligenza, che il grande scienziato abbia fatto le scoperte che ha fatto in solitudine e grazie alla tecnologia, che il mondo sia nato con lui. E che una volta compiute, queste scoperte, vadano chiuse in cassaforte per evitare che gli altri se ne possano giovare. Dopo essere stati “formati” ai ragazzi viene insegnato che ogni loro intrapresa può essere tutelata dalla “proprietà intellettuale” che lo Stato norma per garantire i privilegi (economici) di pochi (i più furbi) a discapito dei molti (che hanno contribuito). E la formazione è completa.
Le scoperte, invece, nascono dalla passione e dalla capacità di condivisione. Non esiste uomo al mondo che abbia raggiunto qualsivoglia risultato in solitudine e, soprattutto, da zero. Il progresso è il frutto di un lavoro di squadra, è un processo collettivo che va avanti per livelli e che è preceduto e seguito dal lavoro e dal pensiero di altri. Sarà per questo che, nella nostra società, sembra essersi arrestato?

Massimiliano Capalbo

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17 Settembre 2018/0 Commenti
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