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Eretiche riflessioni, Società

La fragiletà

La nostra società è sempre più demotivata, priva di stimoli, incapace di reagire alle difficoltà. La vita può essere considerata una disgrazia o un’opportunità dipende da come scegliamo di viverla. Spesso decidiamo di auto-sabotarci, commettendo errori cognitivi (di pensiero), partendo già sconfitti, rinunciando a lottare in partenza. Quella che stiamo vivendo può essere considerata, con un gioco di parole, la fragiletà.
Il Financial Times, in un articolo pubblicato il 19 novembre scorso, ci racconta qual è il campo dove stanno investendo di più le grandi compagnie del settore farmaceutico in questo momento, quello della lotta al dolore. Perchè? Perchè la nostra società tende sempre più a rimuovere tutto ciò che è considerato sacrificio.
Ansia, tristezza, noia, frustrazioni, dolore, nella nostra cultura sono considerate a torto “emozioni negative” come afferma Pietro Trabucchi nel suo “Perseverare è umano”. Non occasionali e ineluttabili sentimenti umani ma problemi da curare ed eliminare nel più breve tempo possibile. La conseguenza è che la tristezza, ad esempio, si tramuta spesso in depressione con la complicità di medici e case farmaceutiche che su questo fanno business. La depressione molte volte viene confusa con il dolore, ma a differenza del dolore manca di valore, non ha un senso e una motivazione. Il dolore è una consapevolezza, la depressione no, è impotenza, non c’è riscatto. Una situazione di dolore prefigura una redenzione nella felicità, invece la depressione non dà prospettive, ti lascia in bilico, in sospeso. Il dolore è un’esperienza che aiuta a crescere, la depressione trattiene le persone in uno stato di non miglioramento.
Queste emozioni, al contrario di come possa sembrare, sono altrettanto importanti di quelle cosiddette positive. Sono segnali che ci avvertono che qualcosa non sta funzionando, non sono dunque da mettere a tacere ma da ascoltare.
Invece abbiamo assunto un atteggiamento, nei confronti della vita in generale, che tende a tacitarle. Chi considera la vita una disgrazia passa il tempo a scommettere o a grattare pezzetti di carta che promettono illusoriamente, con una vincita milionaria, di risolvere una volta per tutte il problema di vivere; chi considera lo sforzo fisico un sacrificio inaffrontabile si imbottisce di anabolizzanti o farmaci che promettono l’ottenimento di un fisico da far invidia in breve tempo; chi considera il lavoro fisico appannaggio degli sfigati trascorre il tempo giocando (è proprio il caso di dirlo) in borsa; chi non ha voglia di leggere il manuale di istruzioni acquista dispositivi sempre più facili da maneggiare ma che in cambio della comodità ti chiedono di rinunciare alla libertà di scelta; chi (è il caso di una categoria di imprenditori) vuole ottenere in breve tempo le autorizzazioni dove non è possibile ottenerle ricorre alla bustarella per corrompere il politico o il funzionario; chi avverte i primi sintomi di un semplice mal di testa, dovuto spesso al ritmo stressante con cui conduciamo le nostre vite, ricorre subito alla bustina di antidolorifico per annullarlo e così via.
Fin dai più semplici e banali contrattempi tutto è trattato con l’unico obiettivo di evitare il benchè minimo sacrificio o dolore. Tutto ciò ci rende incapaci di reagire quando ci troviamo di fronte alla sofferenza imprevista. Ci rende sempre più fragili.
Scriveva Byron: “Il dolore è conoscenza: coloro che più sanno devono soffrire più a fondo per la verità fatale, l’albero della conoscenza non è quello della vita.” I segnali, messi a tacere, ci impediscono di avvicinarci alla comprensione di noi stessi e forse anche dei problemi che ci circondano che si moltiplicano a dismisura. Sarà per questo che siamo sempre più incapaci di risolverli?

Massimiliano Capalbo

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2 Dicembre 2012/0 Commenti
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