Meno “esperti” e più appassionati
Dopo il crollo del ponte di Genova i commenti su come doveva essere costruito o su come bisognerebbe utilizzare le tecnologie oggi a disposizione per prevenire o rimediare ad eventi del genere, si sprecano. Tutti dimenticano, però, che il problema non è nelle tecnologie o nelle competenze utilizzate ma negli uomini che se ne fanno portatori. Da tempo ormai, quando sento che qualcuno ha interpellato degli “esperti” per risolvere un problema, tocco ferro o do una strizzatina ai gioielli di famiglia, perché so che saranno solo forieri di disastri. Innanzitutto gli esperti, nella società odierna, non esistono, perché tutto quello che si sa oggi domani viene messo in discussione dalla velocità con cui avvengono i cambiamenti. In secondo luogo la nostra società è fermamente convinta che un “esperto”, dotato di un’avanzata tecnologia, risolverà tutti i nostri problemi e vi si affida ciecamente. Non ha capito, invece, che l’esperto è tra le persone più pericolose in circolazione oggi perché ha molte conoscenze e poca saggezza.
Lo aveva scritto Georges Ivanovič Gurdjieff, filosofo, scrittore, mistico e maestro di danze armeno in tempi non sospetti. Secondo lui lo sviluppo dell’uomo “si effettua secondo due linee, ‘sapere’ ed ‘essere’. Ma affinché l’evoluzione avvenga correttamente, le due linee devono procedere insieme, parallele l’una all’altra e sostenersi reciprocamente. Se la linea del sapere sorpassa troppo quella dell’essere e se la linea dell’essere sorpassa troppo quella del sapere, lo sviluppo dell’uomo non può farsi regolarmente; prima o poi deve fermarsi.” Nell’era post-moderna la linea del sapere ha sorpassato di molto quella dell’essere e lo sviluppo dell’uomo si sta fermando. Maggiore è la quantità di conoscenze che l'”esperto” ha e maggiore è la sua pericolosità sociale. Perché, nell’80% dei casi, quelle conoscenze e quel sapere non poggiano su un essere virtuoso e spiritualmente elevato ma su un individuo mediocre (quando non meschino) adoratore del dio denaro considerato l’unico mezzo attraverso il quale dare un senso alla propria esistenza. Il risultato è quasi sempre funesto.
I nostri giovani sono allevati nella convinzione che il loro futuro possa essere garantito dalla quantità di informazioni o conoscenze che saranno in grado di accumulare piuttosto che dalla qualità dell’essere che le detiene. Glielo raccontano a scuola, a casa, sui media, ovunque. La maggior parte dei giovani che frequentano le università non sanno nemmeno perché si trovano lì e come possono utilizzare le nozioni che gli vengono trasferite, alla stregua delle merci riposte negli scaffali dei nostri supermercati. Seguono un percorso tracciato da altri, la scelta ricade quasi sempre sulle facoltà che danno più possibilità di trovare lavoro (ammesso che esistano) e dunque soldi. Nessuno spazio per le passioni, per la bellezza, per la crescita individuale.
Le scuole e le università traboccano di corsi che insegnano le tecniche, sono prive invece di corsi che insegnano l’etica, lo spirito, il senso della vita. Il risultato è una società di persone spaventate, ignoranti (nel senso che ignorano molte cose) costrette a registrare quotidianamente il risultato della propria mediocrità: ponti che crollano, navi che si incagliano negli scogli, case trascinate via dalla corrente dei fiumi o dalle onde del mare, centrali nucleari costruite dove ci sono terremoti del 7° grado, eppure tutti i progettisti, gli ingegneri, gli esperti che le hanno tirate su hanno gli uffici pieni di quadretti appesi al muro che certificano le loro competenze. Hanno tutti il tanto agognato pezzo di carta per il quale milioni di studenti sono disposti a sacrificare i dieci migliori anni della propria vita.
Forse è arrivato il momento di formare meno esperti e più saggi, di sbandierare meno arroganza e più umiltà, di rincorrere meno carriere e più passioni. Il mondo ne trarrebbe grande beneficio.
Massimiliano Capalbo


Caro Massimiliano
mi presento: ho 62 anni, ho sempre lavorato, sia come dipendente che come autonomo, e dovrei andare in pensione in tempi brevi.
Condivido le tue affermazioni. Con chi me la prendo?
Con la scuola, che bada poco e niente alla formazione etica?
Con i media, che badano soprattutto alla “forza” della notizia?
Con la politica, che bada solo alla campagna elettorale, ormai permanente?
O forse me la devo prendere con me, con la mia pigrizia, con la mia ricerca di sicurezza, con la mia gestione dell’immagine, con il mio disinteresse per i problemi altrui?
Non scrivo altro, ne ho viste tante, certo non tutte.
Una delle cose che ho capito, è che ci vuole il momento giusto per ogni cosa.
Ho visto tanti profeti, che sono morti senza aver visto maturare le cose buone che indicavano, e poi è arrivato un nuovo profeta che ha raccolto i frutti, perché nel frattempo la semina precedente aveva attecchito.
Ciao
Luciano