Siate pronti
Non ero mai stato al pronto soccorso. E neppure in ospedale. Ma il destino ha voluto farmi vivere anche questa avventura, che purtroppo non è ancora terminata.
La prima sensazione che ho avuto è di non essere più un individuo, ma un oggetto, fornito di numero identificativo. Il corpo è l’unico aspetto che viene preso in considerazione, mentre quello emozionale diventa assolutamente secondario.
La seconda sensazione è stata di assoluta incomunicabilità. Mi sono svegliato la prima mattina, con febbre a 40, con un’infermiera che mi diceva “non beva, non mangi e indossi questo camice perché probabilmente in mattinata la operiamo”. E neppure sapevo di che operazione parlasse. In breve tempo sono diventato un paziente “ostico”, perché chiedevo tutto, dal nome delle medicine alla funzione delle flebo che mi attaccavano al braccio. E mi sono rifiutato di farmi operare senza che prima mi spiegassero la mia situazione, firmando un registro in cui era scritto che mi assumevo tutte le responsabilità, poiché ero molto grave.
A quel punto incontro il primo dottore, il quale mi dice che dovevo fare due operazioni, ma privatamente (anche con lui, volendo) avrei potuto accorciare i tempi e farne una unica. Mi convince subito. Il dottore di turno il giorno dopo, sapendo che voglio firmare per uscire e farmi operare privatamente, mi dice che era un grande rischio farne una unica. L’infezione in atto avrebbe potuto creare danni permanenti. Ma entro dieci minuti dovevo decidere cosa fare. Firmare per uscire oppure operarmi subito per fermare l’infezione, perché doveva comunicarlo alla sala operatoria.
Hai due dottori, di uno stesso ospedale, che ti dicono due cose completamente diverse. E tu devi decidere a chi credere in 10 minuti. Decido di sentire l’opinione di un terzo medico, esterno all’ospedale. Ma in quel momento è irraggiungibile. Quindi nel dubbio rinuncio per la seconda volta ad operarmi, col dottore che mi dice che sto rischiando tantissimo e me ne potrei pentire.
Finalmente mi chiama il medico esterno, mi conferma che operandomi privatamente posso evitarne una delle due. Ma dopo un’ora mio cognato mi mette in contatto con uno dei migliori specialisti in quel settore, il quale mi dice “io potrei operarla privatamente la prossima settimana, ma lo dico contro i miei interessi: faccia immediatamente in ospedale quella per bloccare l’infezione” e finalmente mi spiega tecnicamente perché.
A quel punto mi faccio operare d’urgenza in ospedale, assisto ad una simpatica lite tra l’anestesista e il dottore chi mi sta operando (secondo lui l’anestesia era stata fatta male) e dopo due giorni eccomi finalmente a casa, in attesa della seconda operazione.
Ebbene, vi ho raccontato questa travagliata settimana, di questo travagliato mese di maggio, perché ho dovuto utilizzare tutte le mie risorse e competenze comunicative per non subire quello che vedevo subire ai miei compagni di stanza. Per non vivere passivamente la condizione di paziente, che non deve capire ma solo accettare quello che gli viene fatto e che se osa chiedere diventa “ostico”, “rompiscatole”, “diffidente“.
Allo stesso tempo devo ringraziare quei medici ed infermieri che, nonostante tutto, mantengono la propria umanità e la capacità di dialogare con l’individuo (non il paziente) che hanno di fronte. Non sono in grado di valutare se fossero i più bravi sotto il profilo “tecnico”, ma sono stati per me i più importanti in quei difficili momenti. Ho compreso ancora di più l’importanza del mio lavoro, perché davvero le capacità relazionali e comunicative fanno la differenza così come l’etica professionale e l’integrità morale. In un’azienda come in un ospedale pubblico.
Ed ho capito che bisogna essere preparati a tutto, per affrontare con consapevolezza e serenità le inevitabili sfide della vita. Così come è fondamentale essere circondati da persone di valore che facciano “quadrato” attorno a te nei momenti di difficoltà, dandoti affetto, consigli e qualche contatto utile. Io sono molto grato di questa esperienza, che ancora prosegue. Perché tutto quello che porta maggiore consapevolezza è, in ogni caso, un dono prezioso.
Fabrizio Cotza


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