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Economia, Eretiche riflessioni, Politica, Società

Partite o restate ma senza tante menate

La polemica sulle affermazioni del ministro Poletti avrebbe del ridicolo se l’argomento non fosse serio. Il ministro ha fatto delle affermazioni condivisibili ma il vittimismo che caratterizza una buona parte degli italiani emerge puntualmente ogni volta che qualcuno gli sbatte in faccia la realtà. Ci lamentiamo di avere al governo gente incapace ma in realtà quando qualcuno si esprime diversamente dagli altri, con parole sue, viene subito invitato a rientrare nei ranghi del politically correct (leggi banalità).
Non ho molta simpatia nei confronti del ministro in questione, come della maggior parte dei suoi colleghi poichè li ritengo parte del problema e rappresentano solo un costo inutile per lo Stato, ma condivido le sue affermazioni se contestualizzate opportunamente come sto per fare.
Premesso che questa discussione sul partire o restare è semplicemente ridicola e provinciale e tiene banco solo in Italia perché altrove, da che mondo è mondo, la gente è sempre partita e tornata senza tante menate, ancor di più oggi in un mondo globalizzato dove non ha più senso considerarsi stanziali, visto che siamo tutti nomadi del presente (questo la dice lunga su quanto stanziale sia il nostro pensiero, prima ancora del nostro lavoro) ci sono dei comportamenti che andrebbero una volta per tutti stigmatizzati. Allo stesso modo non si capisce perchè, chi resta, debba essere considerato alla stregua di un eroe.
Esiste, in verità, una parte del Paese che farebbe bene ad andare e restare all’estero (non so se il ministro pensasse a loro quando ha fatto quelle affermazioni) per due ragioni:
1) nella migliore delle ipotesi perchè ha contribuito (assieme ad altri) a generare la situazione in cui ci troviamo, determinata, non dalla mancanza di provvedimenti da parte di un governo piuttosto che di un altro (che lasciano il tempo che trovano) ma dalla cecità di cui sono affetti che impedisce loro di riconoscere il proprio talento e le risorse che li circondano per creare occupazione e ricchezza. Mi riferisco, dunque, a tutta quella gente che non capisce che è proprio questo atteggiamento vittimistico e irresponsabile a determinare il non cambiamento. Infatti, chi si lamenta del fatto che in Italia non ci sia la meritocrazia, a causa di un sistema organizzato in maniera tale da non consentirne l’esistenza, è proprio lo stesso che vorrebbe farne parte e perpetrarlo, seguendo alla lettera tutto il percorso pensato per riprodurlo esattamente così com’è. Anela a diventare un ingranaggio del sistema ma, siccome non ci riesce, decide di andare a cercarselo altrove dove, con un’efficienza maggiore di qui, si regge ancora. Siccome tutto questo in Italia non funziona come altrove, invece di provare a immaginare un percorso diverso (perchè richiede sforzo e sacrificio), come hanno già cominciato a fare alcuni (ancora minoranza), ci comportiamo come i bambini a cui è stato negato il giocattolo e l’andar via dal Paese diventa un gesto di rivalsa più che un’occasione per mettersi in gioco e il rancore, spesso, si trasforma in denigrazione costante delle proprie origini e della propria terra (i peggiori leghisti, infatti, sono sempre stati i meridionali emigrati);
2) nella peggiore delle ipotesi è il caso di quei genitori che hanno fatto parte del sistema e che, dopo aver contribuito a desertificare il territorio, lasciando solo macerie, e fiutato che questo non avrebbe consentito ai figli di avere un futuro, li hanno preparati (narrando loro una versione di comodo) all’esodo fin dalla più tenera età.
La maggior parte di noi crede ancora in un percorso professionale che comincia dalle scuole elementari e arriva all’università per poi proseguire con un master, uno stage e magari un concorso statale, perchè convinti che il lavoro sia un percorso a tappe costruito da altri (le istituzioni) e non un atto creativo, che si trovi come i funghi nel bosco e non che si crei. Pensiamo, erroneamente, che il lavoro non abbia a che fare col territorio e con gli altri ma solo con i nostri bisogni primari e secondari che vengono prima di tutto il resto. La maggior parte di noi è convinta che l’imprenditore sia uno baciato dalla buona sorte che ha soldi, che costruisce il capannone, che assume gente, che ha la partita iva, che gira col macchinone perchè questo è stato fino ad oggi. In realtà le esperienze che attraverso Ereticamente raccontiamo ogni giorno, da sei anni a questa parte, ci dimostrano che l’imprenditore, oggi, è chi riesce a organizzare la propria vita prima e meglio di quella degli altri. Ecco perchè sorrido quando mi viene rivolta l’obiezione (leggi alibi) “non tutti nascono imprenditori!”. Essere imprenditori significa avere la capacità di creare, di generare cambiamento innanzitutto per se stessi, di prendere in mano il proprio destino e si può esserlo anche alle dipendenze di qualcuno, anche senza partita iva. Cosi come, al contrario, si può non esserlo anche essendo autonomi. Certamente non è una precondizione, imprenditori non si nasce, si diventa facendo, mettendosi in gioco, rischiando. Ovviamente chi va via senza aver scoperto qual è il proprio talento finirà per fare la fame comunque e dovunque, perché non ho mai conosciuto persone di talento che non abbiano avuto successo ovunque si trovassero. Altro discorso vale per chi le idee chiare ce le ha, il talento pure, e decide di andare e venire come e dove gli pare e piace per metterli a frutto. Ma non è il caso della maggior parte dei bamboccioni italiani allevati in cattività e incapaci di prendere in mano il proprio destino, al di fuori del nido in cui sono cresciuti, che si sono sentiti punti dalle parole del ministro.

Massimiliano Capalbo

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22 Dicembre 2016/0 Commenti
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