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Comunicazione, Eretiche riflessioni, Politica, Società

Grandi e vaccinati

Con il Dl 73 del 7 giugno il Governo ha decretato l’obbligo dei vaccini per accedere alla scuola dell’obbligo. Si tratta dell’ennesimo (ormai non si contano più) atto normativo di carattere provvisorio (divenuto consuetudine) a cui è ricorso per legiferare. Nato per affrontare situazioni di emergenza e urgenza, con il tempo il decreto legge è diventato il mezzo principale con cui i governi, di qualsiasi colore, portano avanti la propria agenda politica.
La legge, fortemente voluta dalla ministra della Salute Beatrice Lorenzin, legifera su 14 vaccini: dieci obbligatori e quattro ad offerta “attiva e gratuita”. Che si tratti di una commessa delle lobby farmaceutiche al governo è chiaro anche ai bambini che devono essere vaccinati ma non è questo su cui intendo soffermare la mia riflessione, quanto sulle reazioni di chi ritiene (legittimamente) non democratico tale provvedimento, la maggior parte delle quali, come sempre, materializzatesi sotto forma di protesta e non di proposta. E si, perché questo provvedimento potrebbe rappresentare invece un’ottima occasione, un’ottima scusa per offrire ai propri figli un’alternativa alla scuola dell’obbligo e salvarli non solo dalle vaccinazioni ma da un modello educativo che predispone all’obbedienza e alla morte delle coscienza, anticamere di questo come di altri provvedimenti.
Circola in Rete da qualche giorno la foto di un articolo, apparso su un quotidiano nazionale in cui l’autore, un certo Ferdinando Camon, ad un certo punto scrive una frase raccapricciante: “i bambini devono capire che quel che vuole lo Stato vale più di quel che vuole il papà o la mamma” che lascia trasparire una concezione miope e spaventata della vita. Scriveva, invece, molto più saggiamente Kahlil Gibran: “i vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di se stessa.”
Quando si parla di persone adulte affermare che ciascuno è libero, nel rispetto degli altri, di decidere cosa fare della propria esistenza appare ormai (tranne nei regimi dittatoriali) un’affermazione generalmente condivisa. Quando si parla di bambini tutto appare diverso, vengono considerati stupidi e incapaci di decidere per se stessi. La maggior parte delle persone, nel mondo, è convinta che saranno capaci di decidere solo dopo aver affrontato un percorso, definito di “educazione”, che qualcuno ha stabilito per loro, un percorso che termina con una parolina magica che è “maturità”, quasi a suggellarne la trasformazione, il compimento. Quando saranno “maturi” troveranno qualcun altro che stabilirà se e in quale università andare, quale ideale di donna o di uomo avere, quale sport praticare, quale partitico votare, quale pensione richiedere e così via in un crescendo di sirene predisposte lungo il cammino per sviarli dal vero destino, unico e irripetibile. L’esercito dei soldatini è pronto per dichiarare guerra alle proprie aspirazioni, alle proprie passioni, ai propri talenti che invece emergono nei bambini lasciati liberi (e dunque responsabili) di scegliere la propria vita, ascoltandosi. Ne incontro tanti nelle scuole e noto la differenza, più sono piccoli e più sono brillanti, saggi, coerenti, veri, trasparenti. Al crescere dell’età e dunque al procedere del percorso “educativo” cominciano lentamente a spegnersi. Il peggio si trova nelle Università, affollate di avatar incapaci di percepirsi nel qui ed ora ed educati “a dover fare” invece che “ad essere”, premessa di una vita fatta di frustrazioni.
Quale migliore occasione questa, dunque, per creare nuovi contesti di educazione non autoritaria, alternativi a quelli di Stato laddove non esitano già? Nicholas Bawtree, redattore del mensile Terra Nuova, nella prefazione al libro “Liberi di imparare” sottolinea la differenza tra il termine italiano amore e il corrispondente love in inglese. Mentre amore deriva dal sanscrito kama che significa passione sensuale, la parola love ha la stessa radice di leave che significa libero.
Secondo lui l’essenza dell’educazione democratica è un atto d’amore inteso nel senso della parola inglese love. “Si tratta – afferma – di una scelta senza dubbio difficile, perché ci costringe a fare i conti con i nostri egoismi, con le proiezioni che attuiamo sui nostri figli e, non ultima, con la volontà di controllo esercitata sulla nostra società, ansiosa di creare individui mansueti e facilmente manipolabili“. Tutto questo nonostante sia composta da individui grandi e vaccinati.

Massimiliano Capalbo

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18 Settembre 2017/0 Commenti
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