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Ambiente, Eretiche riflessioni

Gli alberi, i primi esseri da abbracciare dopo la quarantena

Quando, nel 2014, dopo aver progettato il primo percorso eco-sensoriale in Calabria ho cominciato a far abbracciare gli alberi ai clienti che frequentavano Orme nel Parco, percepivo in loro un certo imbarazzo. Quella pratica veniva percepita dai più come bizzarra, alcuni si rifiutavano altri lo facevano ridendo, in pochi (soprattutto i bambini) avvertivano la plausibilità del gesto. Eppure fra noi e gli alberi si produce uno scambio reale di energia e anche il prestigioso HeartMath Institute della California, si è proposto di studiare sperimentalmente le relazioni energetiche tra alberi ed esseri umani con un progetto, chiamato Interconnectivity Tree Research Project, suddiviso in tre fasi (quest’anno è entrato nella seconda fase).
Questi studi partono da quelli sull’elettromagnetismo, quella forma di energia invisibile che consente i processi vitali di piante, animali ed esseri umani sul pianeta. Nel grande involucro nel quale viviamo (la biosfera), come ci spiega benissimo James Lovelock, ideatore dell’ipotesi Gaia sulla manifestazione della vita sulla terra, gli esseri viventi non hanno bisogno solamente di adeguate condizioni ambientali ma anche di adeguate sorgenti di energia vitale. L’energia principale che riceviamo viene dal Sole (radiazioni elettromagnetiche) che consente alle piante di fotosintetizzare, ma il Sole produce anche un potente campo magnetico che condiziona quello geomagnetico del pianeta e a questo si aggiungono gli effetti generati dalla gravitazione dei corpi celesti e dalla rotazione della nostra galassia.
Di questo erano più consapevoli gli antichi che i contemporanei. Già Teofrasto, nell’antica Grecia, senza possedere le potenti tecnologie di oggi, suggeriva di tagliare la legna in fase di luna calante per ottenere un legname più duraturo. “Questi fenomeni – ci spiegano Marco Mencagli e Marco Nieri – sono resi possibili dalle diverse manifestazioni di forze elettromagnetiche che sono alla base della struttura stessa della materia. Possiamo anche definirle come il linguaggio biologico fondamentale di cui si serve la natura per consentire a ogni elemento, dagli atomi che compongono la materia alle strutture più complesse degli esseri viventi, di interagire e trasmettere istantaneamente informazioni che regolano processi vitali“.
Le nostre cellule, in particolare, emettono e ricevono una grande quantità di segnali (radioonde, microonde, frequenze luminose visibili e invisibili, infrasuoni) che usano per comunicare le informazioni vitali. Le energie fisiche, quindi, possono modulare e interferire con i comportamenti delle cellule. Le cellule si nutrono sia a livello chimico sia a livello elettromagnetico, funziona così sia nelle forme di vita animale (quindi anche nell’uomo) che in quelle vegetali. Gli studi di Walter Kunnen, che nel 1960 fondò ad Anversa il primo centro specializzato nelle ricerche sulle influenze della biosfera sugli esseri viventi e nello studio della bioenergetica, hanno dimostrato che la cellula non vive in un campo magnetico statico, ma emette una propria specifica frequenza che le permette di attrarre il suo nutrimento attraverso un processo di osmosi. La cellula, come ci spiega molto bene il fisico e saggista Fritjof Capra, è una struttura dinamica separata da una membrana che la protegge dall’ambiente circostante. Nelle reazioni metaboliche della cellula (che utilizza per nutrirsi) entrano in gioco gli ioni (atomi a carica elettrica positiva o negativa). La membrana, che separa l’interno dall’esterno della cellula, tende a mantenere all’esterno una carica magnetica a predominanza negativa mentre al suo interno è a predominanza positiva. I campi elettromagnetici possono influire su queste polarità e se la cellula viene colpita da un campo elettromagnetico con intensità maggiore sulla polarità negativa la membrana inverte la propria carica esterna (perdendo la propria polarità) diventando permeabile a sostanze nocive, come i radicali liberi che sono a carica negativa ad esempio, e si ammala. Questo significa danneggiare il nostro sistema immunitario e, di conseguenza, essere maggiormente esposti alle infezioni e ai virus.
Il dibattito che in questi ultimi mesi imperversa sugli effetti del 5G sulla salute degli uomini e di tutti gli altri esseri viventi appare, quindi, assolutamente fondato e le istituzioni non possono far finta di nulla come hanno fatto con il Coronavirus. Già le frequenze 4G che sono in uso hanno il loro impatto sulle nostre cellule, non è pensabile che il 5G, che ha una potenza 10 volte maggiore di quelle attuali, non possa interferire con le frequenze della natura e quindi degli organismi viventi. Ma anche le piante (gli alberi in particolare) influenzano e sono influenzati da queste correnti elettromagnetiche al punto tale che queste possono interferire sulla loro capacità di fotosintesi. Come? Ve lo spiego la prossima volta, intanto abbiamo scoperto che abbracciare gli alberi non è poi un gesto così bizzarro, anzi forse sono i primi esseri che dovremmo correre ad abbracciare una volta terminata la quarantena.

Massimiliano Capalbo

31 Marzo 2020/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/abbracciare-gli-alberi.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2020-03-31 14:05:212020-03-31 14:05:21Gli alberi, i primi esseri da abbracciare dopo la quarantena
Eretiche riflessioni, Hacking, Politica, Società

Hack the crisis invece di piangere

Negli ultimi tempi mi trovo d’accordo con Matteo Renzi, pensate un pò di cosa è capace questo virus. L’ex presidente del Consiglio ha proposto prima di riaprire le librerie e poi di cominciare a pensare da subito alla ripartenza (cosa intenda per “ripartenza” resta ovviamente da chiarire, ma conoscendolo qualche timore ce l’ho).
Non sono d’accordo nel riaprire le scuole (che sono sempre state, e non da oggi, un incubatore di virus a causa della modalità d’utilizzo dei loro ambienti) ma sono d’accordo nel riaprire (forse non le avrei mai chiuse) con le dovute precauzioni e i relativi dispositivi di protezione, tutte le imprese strategiche e necessarie per governare e superare la crisi, soprattutto al Sud.
Se il governo (e i medici), come la maggior parte degli italiani, non fossero schiavi del pregiudizio nei confronti del Sud e conoscessero meglio le caratteristiche ambientali e climatiche del territorio italiano, avrebbero potuto comprendere (come si sta palesando) che l’aggressività del virus al Sud è molto ma molto meno accentuata che al Nord, non per motivi di razzismo ma per le caratteristiche climatiche, morfologiche e ambientali del territorio che i più (medici e governatori compresi) purtroppo disconoscono. Si sarebbe potuta creare una task force (qui si che sarebbero serviti i militari) per creare e potenziare i presidi medici necessari a contenere eventuali contagi in questa parte del Paese e consentire di agire in questa direzione. Invece continuiamo a ragionare come l’Italia dei comuni e non come una nazione.
Se questa crisi non fosse stata governata fino a qui con il pensiero unico del Nord, che ha sempre diretto le scelte e le logiche fallimentari di questo paese, e ci fosse stata una maggiore unità di intenti (leggi condivisione e coesione territoriale), invece di chiudere avremmo innanzitutto aperto alla condivisione di idee e strategie per combattere il virus e, poi probabilmente, la parte meno colpita del Paese (il Sud) avrebbe potuto rappresentare una risorsa ed un aiuto per la parte più colpita (il Nord). Non solo, il momentaneo squilibrio operativo avrebbe consentito al Sud il recupero di quel ritardo che da secoli viene auspicato ma che mai è stato realmente favorito, soprattutto dai meridionali stessi. Certo, questo ragionamento avrebbe dovuto presupporre un meridione più maturo (a partire dai suoi amministratori) ma d’altronde se ci fossero state queste condizioni non staremmo qui a scriverne.
Invece gli italiani piangono, in questa domenica proclamata dal Papa “la domenica del pianto”, i media continuano a diffondere depressione, le persone restano chiuse in casa (per un tempo indeterminato) e il virus continua ad infettare medici e infermieri nei luoghi nei quali ha trovato fin dall’inizio e continua a trovare il proprio brodo di coltura: gli ospedali. Non mi pare una strategia.
Mentre i governi che se lo possono ancora permettere si apprestano a regalare soldi ai propri cittadini, nei Paesi che hanno sempre tirato la cinghia, come l’Albania, i cittadini si organizzano. Hanno lanciato un Hackathon (una sorta di maratona online) dal titolo “Hack the crisis Albania“, che si svolgerà dal 3 al 5 aprile, per tirare fuori proposte e strategie per uscire fuori dalla crisi generata dal Coronavirus, salvare vite, comunità e imprese. Un evento questo che nasce in Estonia, fa parte del movimento internazionale “Hack the Crisis” avviato in queste settimane da Garage48, Accelerate Estonia e dall’intera comunità di startup in Estonia. In accordo con il presidente dell’Estonia, Kersti Kaljulaid, che vuole dimostrare, si legge sul sito: “l’attitudine degli estoni che in tempi difficili non perdono la testa ma si mettono a lavorare ad una soluzione. In tempi difficili abbiamo sempre due opzioni: rimanere seduti mentre la terra brucia o cominciare a cercare soluzioni. Noi scegliamo la seconda opzione!” Oltre all’Albania e all’Estonia, stanno organizzando un Hackathon anche la Lituania, la Polonia, la Finlandia, la Lettonia, l’India, l’Ucraina, il Canada, la Germania, il Regno Unito e altri lo stanno facendo e potranno farlo. Anche l’Italia lo ha tenuto proprio in questi giorni per iniziativa di una serie di volontari.
“In questo momento di crisi – si legge sul sito di Garage48 – il nostro obiettivo è quello di lavorare insieme, come una nazione, per risolvere una delle più grandi crisi del nostro tempo.” E per farlo hanno capito che il migliore atteggiamento è quello hacker, to hack, ovvero quello di mettere mano ai problemi, coinvolgere le migliori intelligenze per evitare di entrare in (prima che cercare di uscire da) una crisi dagli esiti imprevedibili. Hack the crisis invece di piangere il messaggio che ci inviano.

Massimiliano Capalbo

29 Marzo 2020/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/hack-the-crisis.png 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2020-03-29 15:59:002020-03-29 18:19:32Hack the crisis invece di piangere
Ambiente, Eretiche riflessioni, Politica

Meno biodiversità più malattie

A metà febbraio ho partecipato, a Milano, alle giornate di studi organizzate da Orticola di Lombardia. Tra gli interventi quello di Alessandra Gagliardi, dell’Istituto Oikos Onlus, che ha parlato dei boschi e delle foreste considerate autostrade verdi per la mobilità della fauna. Nel suo intervento ha evidenziato i tre trend principali a cui stiamo assistendo: la progressiva perdita di terreni agricoli, l’aumento delle aree artificiali (nuclei urbani) e, al contrario di quanto si pensi, l’aumento della superficie forestale (dovuto all’abbandono delle aree interne) di cui ha parlato sempre nel corso delle giornate di studi, il dott. Enrico Calvo, dirigente dell’Ersaf (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) della Lombardia, evidenziando come in Italia il bosco sia passato dai 5,5 milioni di ettari del 1950 ai quasi 12 milioni di oggi.
La diminuzione della superficie dei terreni agricoli avviene a causa dell’aumento degli altri due fattori: città e foreste. I terreni agricoli non solo si riducono di numero ma quei pochi rimasti vengono convertiti a tipologie di agricoltura intensiva industriale che comportano l’utilizzo di pesticidi, concimi chimici, mezzi meccanici, sistemi di irrigazione insostenibili, che impoveriscono i terreni riducendo la biodiversità. La crescita delle aree artificiali, soprattutto nel Nord Italia, è sempre crescente a discapito dei terreni agricoli. L’espansione forestale per alcune specie faunistiche può essere un fattore positivo, per altre un problema perché la scomparsa di praterie, ad esempio, non consente ad alcune specie di vivere. Non tutte le foreste sono in aumento: i boschi igrofili (quelli che sorgono lungo le sponde di corsi d’acqua e dei laghi), ad esempio, sono in via di diminuzione proprio a causa dell’urbanizzazione e dei conseguenti sistemi di regimazione delle acque così come i boschi planiziali (quelli di pianura) presenti in particolare nella pianura Padana.
Quando si perde la copertura di superfici naturali si perde la connettività e aumenta l’effetto margine che impedisce agli animali selvatici di passare da una zona ad un’altra e questo comporta la perdita di variabilità genetica che sul lungo periodo può portare ad estinzioni locali di popolazioni. Questo comporta anche l’alterazione del microclima, l’ingresso di specie aliene, l’alterazione delle comunità e la perdita di biodiversità. E la diffusione di virus e batteri?
Al termine dell’intervento della dott.ssa Gagliardi ho posto una domanda: se poteva esistere una correlazione tra la frammentazione delle aree naturali, la perdita di connettività e lo scatenarsi di epidemie come quella da Coronavirus (che in quei giorni in Italia aveva interessato solo una coppia di cinesi a Roma). Ho letto negli sguardi dei presenti un certo stupore (compresa la dott.ssa Gagliardi) che si è affrettata a liquidare la mia domanda affermando di non essere un virologo e di non sapermi rispondere.
Forse è proprio qui il problema, i ricercatori appartenenti ad ambiti diversi non si parlano, non incrociano i dati, ognuno diffonde i suoi ma nessuno li mette in relazione. Così come aveva capito l’immunologo e premio nobel per la medicina Frank Mcfarlane Burnet quando si occupò della malattia di Lyme: “I batteriologi… non si preoccupavano molto di che cosa fossero in sé questi microorganismi che provocano le malattie, e del modo in cui la loro natura e la loro attività quadrassero nello schema generale degli esseri viventi” la maggior parte si preoccupava solo della cura e della prevenzione delle malattie, tralasciando di inquadrare le infezioni come fenomeno biologico, come effetto di relazione tra individui di specie diverse. Le malattie infettive, infatti, “possono essere utilmente considerate, da un punto di vista ecologico, come una lotta per l’esistenza fra uomo e microorganismo.”
La risposta a quella domanda l’ho trovata in questi giorni leggendo il libro di David Quammen, Spillover: “una lezione che ci viene dalla malattia di Lyme – scrive Quammen – è che una zoonosi può diffondersi con maggiore probabilità in un ecosistema minacciato e frammentato rispetto a uno intatto e pieno di biodiversità.” La malattia di Lyme si sviluppò a metà degli anni Settanta nella cittadina di Lyme, in Connecticut, nei cui boschi erano molto diffuse delle zecche che vennero chiamate “zecche dei cervi” perché i primi indiziati furono proprio i cervi (molti dei quali vennero soppressi dalla caccia all’untore che sempre si scatena in questi casi non solo nei confronti degli animali). I microbiologi trovarono un batterio, mai visto prima, nell’intestino di alcune di queste zecche che provocava artrite reumatoide nelle persone morse da queste zecche. Furono necessarie le ricerche di un eretico, l’ecologo Richard S. Ostfeld, per appurare che i cervi erano solo dei catalizzatori, cioè che la loro presenza era importante nel processo di infezione ma non la loro abbondanza. I veri responsabili erano quattro specie di piccoli mammiferi (roditori) che alimentavano, portandole sul proprio corpo, il 90% delle zecche e che spadroneggiavano nel loro territorio per l’assenza dei predatori.
“Mi sentirei più sicuro – risponde Ostfeld a Quammen – se sapessi che nella mia zona ci fosse una certa biodiversità… Un boschetto circondato da strade ed edifici è in un certo senso un’isola ecologica. La sua popolazione di animali non volatori è insularizzata, perché chi cerca di entrare o uscire viene quasi sicuramente schiacciato da una macchina.” I boschetti o i fazzoletti di verde conterranno meno specie animali delle aree di foresta più vaste.
Di fronte ad una frammentazione delle aree naturali è necessario mantenere il collegamento tra le diverse isole che la nostra antropizzazione ha generato, creando dei corridoi naturali. Occorre aumentare la quantità di habitat idonei e la qualità di quelli che esistono. Lo possono fare tutti quelli che possiedono un terreno aggiungendo siepi, nidi, stagni, aumentando la complessità biologica.
Le malattie infettive “sono un conflitto fra l’uomo e i suoi parassiti; questo conflitto in un ambiente costante, tenderebbe ad un equilibrio, a uno stato di climax in cui ambedue le specie sopravviverebbero indefinitamente; ma l’uomo vive in un ambiente continuamente modificato dalla sua attività e poche tra le sue malattie hanno raggiunto un simile stato di equilibrio.“

Massimiliano Capalbo

28 Marzo 2020/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/effetto-margine.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2020-03-28 13:06:332020-03-28 13:06:33Meno biodiversità più malattie
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L’autore:

Massimiliano Capalbo

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