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Comunicazione, Eretiche riflessioni, Società

La comunicazione autistica

Più passano gli anni e più aumenta il rumore. Più aumentano i mezzi di comunicazione e più aumenta l’esposizione. Più si moltiplicano le occasioni per farlo e più la comunicazione muore. E’ il paradosso della nostra era, l’era delle scatole vuote, dei contenitori privi di contenuto.
In realtà il primo assunto, il presupposto perchè ci possa essere comunicazione, è mettersi in ascolto, un atteggiamento che dovrebbe avere, come conseguenza, l’entrare in relazione con il destinatario della nostra comunicazione. Ma questo presupporrebbe una messa in discussione delle nostre convinzioni, una disponibilità a decentrarci, a fare spazio all’altro e a sforzarci di comprenderne bisogni e aspirazioni.
Siamo circondati da gente che crede di comunicare ma che non fa altro che sommarsi al rumore generale, nel quale ormai viviamo immersi, al punto che ciò che riesce a catturare la nostra attenzione è ciò che nel rumore riesce a farsi sentire, il silenzio.
Le bocche cucite, per protesta, degli immigrati rinchiusi nei CIE hanno fatto molto più rumore di tante parole e sono il simbolo di questo autismo comunicativo di cui la nostra società è affetta. Stridono con il chiasso dei media che vomitano inutilmente sulle nostre vite fiumi di parole e di immagini che non comunicano più nulla e che traboccano di personaggi vuoti, circondati da “consulenti” della comunicazione autistica.
Siamo vicini all’overdose. All’assuefazione, infatti, corrisponde la somministrazione in dosi sempre più massicce di informazioni e, di conseguenza, l’abuso di un linguaggio sempre più estremo, stressato, esasperato. Strage, tempesta, efferato, scontro, catastrofe, genocidio, sono solo alcuni dei termini che i tg e i quotidiani utilizzano sempre più frequentemente per raccontare gli avvenimenti. Quando tutto è strage niente è più strage. Quando tutto è disordine niente è più disordine. Il rischio è la confusione, l’incapacità di distinguere, di soppesare per chi ha voglia di farlo ma soprattutto la crescita di una generazione di giovani col rifiuto dell’ascolto che preferisce difendersi dal rumore che li circonda isolando le orecchie con l’auricolare di turno. Plutarco ci racconta che “Senocrate invitava ad applicare i paraorecchi ai ragazzi più che ai lottatori, perchè a questi ultimi i colpi sfigurano le orecchie, mentre ai primi i discorsi distorcono il carattere“.
La parola può essere compresa soltanto nell’ascolto silenzioso perchè il silenzio è rispetto dell’altro inteso non solo come essere umano ma come essere vivente, come ecosistema. L’uomo post-moderno non sa più comunicare perchè non sa più mettersi in ascolto di ciò che lo circonda. L’allontanamento dalla natura e l’artificializzazione dell’ambiente in cui vive lo ha reso sempre più sordo e insensibile. L’assenza di leadership, che caratterizza la nostra società, deriva dal sempre minor numero di ascoltatori che finiscono per ricoprire ruoli di comando. L’ultimo che ce l’ha fatta è stato proclamato uomo dell’anno, si chiama Francesco e ci lascia prefigurare la speranza di un’imminente inversione di tendenza.

Massimiliano Capalbo

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26 Dicembre 2013/0 Commenti
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