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Calabria, Eretiche riflessioni, Società

La tragedia nella tragedia

Ogni volta lo stesso clichè, tutto secondo copione. Succede un fatto di cronaca che mette in cattiva luce la nostra regione e cosa succede? Nessuno fa autocritica, ma tutti si precipitano a vestire i panni delle vittime, ad individuare e additare il persecutore che vuole metterci in cattiva luce.
E’ successo con il piccolo Nicholas Green, ucciso per sbaglio nel 1994 sulla SA-RC, da alcuni rapinatori. E’ successo dopo l’omicidio Fortugno. E’ successo dopo ogni alluvione. E’ successo il giorno dopo la strage di Duisburg. E’ successo quando è scoppiato lo scandalo delle navi dei veleni e quello dei depuratori. E’ successo dopo i fatti di Rosarno. Sta succedendo ora dopo l’omicidio di Fabiana, la sedicenne di Corigliano. Succede sempre.
Per 365 giorni l’anno veicoliamo notizie che definire negative è un eufemismo e la colpa è di chi le riprende e ci ricama su, non di chi gliene da adito.
Il calabrese ama nascondere la testa sotto la sabbia, lo fa da centocinquanta anni, ma soprattutto ama recitare il ruolo di vittima. La caratteristica principale del ruolo di vittima è il continuo sottrarsi alle responsabilità. Indossare i panni della vittima significa cercare di trovare qualcuno a cui attribuire l’origine di tutti i nostri mali. E di scandalo in scandalo, di vergogna in vergogna il calabrese continua ad additare sempre qualcun altro: la sfiga, i media cattivi, il governo, la n’drangheta, la povertà, la mancanza di infrastrutture, la mancanza di soldi (anche se ne sono arrivati tanti). E’ sempre colpa di qualcun altro. Lui non c’entra.
Succede sempre che il giorno dopo i vergognosi fatti esca un articolo sul giornale o su qualche altro media in cui qualcuno sottolinea le nostre miserie e appena tocca il nervo scoperto subito avviene la reazione, il calabrese si chiude a riccio e archivia la pratica fino al prossimo tragico evento.
Quando accadono episodi di cronaca che mettono in cattiva luce la sua regione la preoccupazione principale diventa quella di far sapere che non ci sono solo cose negative ma anche quelle positive, perché sono i media cattivi che si accaniscono ingiustamente mettendo in evidenza solo le brutture.
Invece, spesso, è proprio lui a non saperlo. La vera tragedia, infatti, è data dal fatto che il calabrese non conosce la Calabria e, tragedia nella tragedia, che si rifiuta di approfondirne la conoscenza soprattutto quando la realtà (che non conosce) irrompe prepotentemente nella sua vita attraverso la cronaca.
Non ho mai incontrato non-calabresi che non fossero affascinati e rapiti da questa regione e rispettosi della nostra storia e delle nostre tradizioni. Non ho mai conosciuto non-calabresi che non fossero dispiaciuti (loro per noi) dello stato di degrado in cui versano la gran parte delle nostre realtà. Ho sempre sentito ripetere, per il mestiere che svolgo, la fatidica frase: “bellissimo, peccato che…” Ho visto gente dispiaciuta (loro per noi) del degrado sociale, ambientale e culturale in cui viviamo.
La disonestà comunicazionale della vittima, invece, consiste nel comunicare agli altri il proprio dolore e la propria debolezza, negando la propria forza. La vittima è convinta di non avere la capacità e il potere di cambiare le cose, di plasmare e trasformare la realtà. Resta perennemente immatura perché non sviluppa e non scopre la propria forza interiore, finendo per perdere la propria dignità.

Massimiliano Capalbo

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28 Maggio 2013/1 Commento
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https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/testa-sotto-la-sabbia.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2013-05-28 06:26:062015-08-28 13:59:50La tragedia nella tragedia
1 commento
  1. Mariateresa
    Mariateresa dice:
    1 Ottobre 2013 in 21:49

    Credo che la vittima non voglia cambiare le cose piuttosto che sentirsi incapace di cambiarle!! La sua forza sta proprio nel sapersi dichiarare e mostrare bisognoso di sostegno,di aiuto perché è così che ha sempre trovato il modo per sbarcare il lunario senza faticare più di tanto! Un popolo, quello calabrese, presuntuosamente assuefatto all’assistenzialismo da così tanti secoli che è diventata una impresa davvero lunga e difficile riprendersi la dignità di persone che, lavorando con le proprie mani e il proprio cervello, riescono a realizzare progetti, idee, prospettive di vita e di lavoro per sé e per altri. Sono calabrese e sono arrabbiata di esserlo ma solo perché rientro in quella sparuta e poco incisiva minoranza contraria all’andazzo generale.

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