Tra afonia e anglomania
Passeggio nello splendido lungomare di Soverato e ad a un certo punto noto uno sbarramento per lavori in corso, leggo in un cartello: “lavori di riqualificazione del waterfront”. Waterfront? Non va più bene “lungomare”? Agli architetti (ben 3 in questo progetto) evidentemente no, da decenni sono abituati a un’uniformità architettonica che si è trascinata l’appiattimento a un’unica lingua, quella della comunicazione internazionale.
Anche in Grecia, a Salonicco, hanno usato il termine “waterfront” quando hanno ristrutturato il lungomare, un termine generico al posto di un termine specifico. Eppure qui in Calabria siamo sulle sponde dello Jonio, un mare che è all’origine dell’intera civiltà occidentale, dove sono ancora avvertibili, per chi ha “orecchie”, gli echi del mondo antico e, soprattutto, qui si avverte che molti stimoli antichi possono avere sviluppi attuali. Si, numerosi sono i richiami alla Magna Grecia, ma sembra un passato che, appunto, è passato. Molti preferiscono l’americanismo. Il lungomare a me evoca un Dipla sti thalassa non il waterfront.
Leggo, poi, un avviso di un evento che si richiama a Scolacium, zona archeologica di grande bellezza: “Viaggio nel food antico”. Food? Qui siamo al paradosso, promettono un viaggio che non inizia perché la parola sta nell’oggi e il passato è ignoto. Infatti, a ben leggere, mi accorgo che la cucina sarà romagnola. La Romagna come passato della Calabria?
Un giovane amico fb calabrese mi chiede se conosco la storia dei duo-siciliani. Duo-siciliani? Mi chiedo perché mai un calabrese accetta di essere chiamato duosiciliano, cioè secondo una locuzione che viene da una storia di monarchie estere (Regno delle Due Sicilie). Concludo che il libro di Pino Aprile ha avuto involontariamente, effetti suicidi.
E’ come se la Calabria non avesse un suo linguaggio. Perché non vede il suo passato, è sospesa tra nostalgia di ricerca di regni estranei e attrazione dell’attualità.
A Bologna una piccola vivace associazione di valorizzazione culturale (succede solo a Bologna), ha pubblicato recentemente un proprio dèpliant usando tre lingue: italiano, dialetto bolognese, inglese. L’accostamento produce un effetto stimolante, è come viaggiare parallelamente su binari diversi. La musicalità del dialetto, l’armonia dell’italiano, il pragmatismo efficiente dell’inglese.
Una mia amica di Palmi ha usato la parola Lunajanka per il suo b&b e a me, che calabrese non sono, la parola suscita una sensazione melodica, quasi esotica. Vedo invece decine di pizzerie intitolate blu moon, la banalità televisiva. Passeggerò ancora a Soverato e mi sentirò in un Dipla sti thàlassa.
Giuliano Buselli


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