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Ambiente, Calabria, Comunicazione, Eretiche riflessioni, Politica, Società, Turismo

Tra i due litiganti…

Un sabato mattina del mese scorso, in compagnia del noto scrittore ed escursionista calabrese Francesco Bevilacqua, mi sono recato su suo invito a visitare la Cascata della Tiglia, un’altra meraviglia della natura calabrese che ricade nella frazione Panetti del comune di Platania (CZ).
Un breve sentiero leggermente in salita conduce alla base della cascata per raggiungere la quale si lambisce o si attraversa (questo non ci è dato saperlo con esattezza) la proprietà di un contadino locale che incontriamo sulla strada del ritorno pronto a redarguirci. “Di qui non dovete passare – ci intima in dialetto – perché questa è proprietà privata.” Ci presentiamo, gli spieghiamo chi siamo e perché siamo lì e comincia un’istruttiva conversazione tra Francesco e il contadino che mi limito ad ascoltare, intervenendo qua e la solo per rafforzare il ragionamento di Francesco che, con grande sensibilità e affabilità, riesce ad instaurare un dialogo apparentemente impossibile con questa persona che, lo capiamo subito, appare limitato nella proprie capacità di ragionamento e di relazione. Ci spiega, in soldoni, che non vuole che la gente venga a visitare la cascata perché questo significherebbe mettere a rischio le proprie colture, visto che già più volte è stato vittima di furti, mentre non si mostra per nulla preoccupato dall’eventualità che in quel posto venga realizzata una piccola centrale idroelettrica, “queste sono cose dello Stato” risponde, indicandolo come un affare tra quel corpo estraneo e straniero quale, fin dai tempi dell’unità d’Italia, è stato considerato lo Stato in questa parte dello stivale e il neocolonizzatore di turno. Un indizio che ci fa capire come, col tempo, la diffidenza nei confronti del compaesano sia divenuta più forte di quella nei confronti dello straniero. In questo il contadino non differisce per nulla dal resto dei calabresi. Il mio orticello è più importante delle risorse che abbiamo in comune, sembra affermare. Ma tra i due litiganti il terzo gode, almeno in Calabria si è sempre verificato questo.
E’ un dialogo tra due mondi, è un confronto tra due bisogni quello a cui assisto. Quello dell’uomo post-moderno di ristabilire un contatto con la natura e di godere delle sue bellezze e quello dell’uomo arcaico e primitivo che vede nella natura, e in particolare nel suo orto, l’unica forma di sostentamento e dunque il suo unico mondo possibile e di conseguenza, nei potenziali visitatori, una reale minaccia al punto da disseminare il sentiero di cartelli minacciosi. Ascoltandolo parlare mi vengono in mente i tanti episodi che i viaggiatori dell’800, in Calabria, raccontano nei loro diari di viaggio. In particolare il discorso inaugurale per l’anno giudiziario 1893 del Cav. Domenico Ruiz, riportato nel suo diario da Cesare Lombroso, medico, antropologo, criminologo e giurista italiano che, nel 1862, prese parte alla campagna di repressione del brigantaggio. Lombroso, che fu tra i primi ad intuire che la Calabria sarebbe stata condannata all’illegalità e al crimine se il suo popolo non fosse stato prima liberato dalla miseria, dall’ignoranza e dal sottosviluppo nel quale si trovava, scrive: “I reati di sangue hanno un rapporto colle esagerate patronanze feudali e colle abitudini alla difesa, e alla offesa personale colle armi, resa necessaria, in tempi anteriori, dalla viabilità rudimentale, dalla poca sicurezza pubblica, dal brigantaggio diventato istituzione, sicché era un pericolo farsi anche solo sull’uscio delle case tutte munite di saettiere come nel Medio Evo: d’onde la necessità dell’arme. Ma molti altri reati, osserva lo stesso Ruiz, sono piuttosto apparenti, artificiali, direbbe il Garofalo, che non reali. Così 500 querele per violazione di domicilio non sono che effetto di litigiosità ridicole o avide per vendicarsi del passaggio di qualcuno nel proprio campo. Ma se vi è violenza qui, dice il Ruiz, è quella che si fa al buon senso, che dovrebbe essere la fase del diritto ma che spesso è costretto a svelarne scacciato dalla dottrina.”
Chi, oggi come allora, dovrebbe mediare tra le due esigenze se non le istituzioni? Quale altro ruolo dovrebbero avere se non quello di mediare tra gli interessi? Ma le istituzioni che ci siamo dati appaiono incapaci sia di vedere le une e le altre esigenze sia di mediare tra esse, di elevare il diritto e dunque le norme a regola della vita dei membri di una comunità. Sono incapaci, nel nostro caso, di difendere il contadino dai furti e di rendere fruibile la cascata agli appassionati. Anzi, le istituzioni, spesso, sono impegnate a contrattare con il terzo soggetto, il neocolonizzatore che, in nome del dio profitto, è determinato ad appropriarsi, a norma di legge, dei beni comuni come l’acqua, l’aria, la terra.
Come aveva intuito già all’epoca Lombroso: “…per la esecuzione di queste misure non bisogna affidarsi alle autorità locali. I sindaci sono timidi, o sopraffatti dall’opinione pubblica di campanile, che sospetta ed avversa quanto viene dal Governo. Le autorità di pubblica sicurezza sono spesso conniventi, timide o di una singolare pigrizia. Ogni altra autorità, se non si vende… si lascia intimidire o ingannare, o sotto la continua e noiosa lotta si irrita e poi si stanca. Nè si può, d’altra parte, esigere che i ministri sieno dappertutto… ma essi potrebbero stimolare e sorvegliare lo zelo degl’impiegati locali con visite improvvise e continue d’ispettori intelligenti e severi che godessero, in via straordinaria, di tutte le facoltà di un ministro, e non fossero avvinti da alcun legame, nè da alcun timore.”
Forse occorre farci istituzioni, come scrivo da qualche anno, diventare ciascuno di noi istituzione, compiere quell’operazione di mediazione tra gli interessi che solo dal buon senso può scaturire e relegare le altre istituzioni (quelle che dovrebbero esserlo ma non lo sono) a ruolo di notaio, di garanzia e suggello dell’accordo tra le parti.
La figura dell’ispettore richiamata da Lombroso potrebbe coincidere con una nuova e più moderna figura, quella dell’interprete ambientale, una o più persone in grado di interpretare gli umori e gli interessi degli ambienti sociali e trovarne la chiave di volta, il punto di incontro, intorno al quale suggellare il patto davanti al notaio-istituzione. Occorre dunque cominciare a tracciare una strada diversa, come quella che può consentire ai visitatori di fruire della cascata senza costituire una minaccia agli occhi del contadino, è il compito che spetta a chi ha la capacità di mediare tra i vari interessi in gioco ed è l’unico modo per disarmare i due litiganti e impedire al terzo (il neocolonizzatore) di avvantaggiarsene.

Massimiliano Capalbo

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13 Aprile 2015/0 Commenti
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