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Eretiche riflessioni, Società

Il rischio di evitare il rischio

Quando succede una disgrazia o un incidente l’essere umano, invece di riflettere sulle cause e cercare di trovare dei rimedi per ridurre le possibilità che si verifichi nuovamente, si mette in moto alla ricerca delle responsabilità. E’ necessario trovare a tutti i costi un capro espiatorio, qualcuno a cui “farla pagare” appioppandogli tutta la responsabilità. Nelle nostre società è il compito del giudice. Si celebrano grandi processi, che durano anni, al termine dei quali si scopre puntualmente che la verità processuale (quella che emerge durante il processo) non coincide quasi mai (perché non può coincidere) con la verità vera. Questo modo di agire serve quasi sempre a tranquillizzare le coscienze, sembra dare soddisfazione nell’immediato salvo poi scoprire che, spesso, è ciò che contribuisce più di ogni altra cosa a nascondere sotto il tappeto la polvere che, al prossimo evento funesto, verrà puntualmente risollevata. Non ci si concentra sul problema ma sul protagonista.
Sembra che la nostra società non ne voglia sapere di assumersi le proprie responsabilità, che non sia matura a tal punto da ammetterle, chiedere scusa e cercare di rimediare in qualche modo. E questo vale in ogni ambito della vita sociale.
Recentemente ho avuto modo di partecipare ad un convegno, ad Aosta, sulla dimensione pedagogica del rischio nelle esperienze all’aria aperta con i bambini, ad esempio, e anche qui è emerso come l’attenzione di tutti, insegnanti, genitori, personale ATA (si chiamano così oggi i bidelli) e di chiunque abbia in affidamento un minore non sia volta a garantire la sicurezza e la qualità dell’esperienza del bambino, quanto ad allontanare da sé ogni responsabilità nella malaugurata ipotesi di un incidente. Questo, ovviamente, compromette e rende farraginoso ogni tentativo di fornire al bambino la giusta dose di autonomia e di libertà, di poter esperire il mondo, accrescendo ancora di più, paradossalmente, il rischio di incappare in situazioni pericolose perché mai prima d’ora vissute e dunque difficilmente affrontabili senza l’aiuto di qualcuno. Insomma, evitare il rischio è rischioso.
Ci sono società americane che, consapevoli della fragilità della nostra società hanno fiutato il business, hanno messo a punto sistemi di protezione personali che possono essere allertati premendo semplicemente un bottone, per ogni membro della propria famiglia, ad un modico costo mensile. Una sorta di Protezione Civile personalizzata che ci aiuti a sopravvivere alla nostra incapacità di adattamento più che ai reali pericoli e da poter denunciare, magari, in caso di inefficienza.
Insomma riusciamo sempre meno a fare i conti con la realtà, non ci va proprio di accettarla per come è. E forse è proprio questo il motivo della nostra incapacità di uscire da questa crisi che non è causa ma, semplicemente, conseguenza del nostro modo di essere. La crisi coincide con il rifiuto di guardare in faccia la realtà, è composta da tutti quei granellini di polvere che fino ad oggi abbiamo accumulato sotto il tappeto: rifiuto di cambiare stile di vita e modalità di consumo, abitudini, mentalità, comportamenti, decisioni.
“Le fasi di crisi – spiega lo psicoterapeuta Giuliano Guerra – sono necessarie per affrontare con responsabilità i nostri impegni di uomini che vivono nel mondo. Non si possono evitare. Attraverso le fasi critiche della vita prendiamo coscienza della nostra vera natura. I momenti esistenziali difficili ci mettono in discussione e, piano piano, se intraprendiamo un lungo percorso di risveglio e di autoconsapevolezza, riusciamo a liberarci dalle convinzioni limitanti, dai pregiudizi, dai condizionamenti familiari, sociali, religiosi, culturali di cui siamo vittime.”
La vita è una danza, un moto ondoso che ci porta in continuazione su e giù, pretendere di controllarla e di fissarla in una condizione di immobilismo permanente, al fine di ridurne il rischio, è una scelta contronatura e pertanto altamente rischiosa.

Massimiliano Capalbo

26 Gennaio 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/foto.jpg 315 798 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-01-26 18:11:112018-08-23 06:56:32Il rischio di evitare il rischio
Eretiche riflessioni, Politica, Società

Noi lo sappiamo

Non esprimerò consenso nei confronti di nessuno dei candidati alle prossime elezioni partitiche e, per chi mi legge o ascolta da tempo, non è una notizia. Ho smesso di farlo da un pò, da quando ho capito che non è questo il punto. Non pretendo che la mia scelta sia condivisa o sostenuta, il mio non è un tentativo di convincervi, è semplicemente una riflessione ad alta voce. Anche perché il nocciolo del problema non è andare a votare o meno. Qualsiasi cosa decidiate di fare il prossimo 4 marzo le cose non cambieranno per una semplice ragione: non dipende da questo. Abbiamo sempre creduto, e continuiamo a credere, che il cambiamento dipendesse da qualcosa di esterno rispetto a noi, in realtà è qualcosa che ha a che fare con la nostra coscienza. Se non saremo noi stessi a scendere in campo, a candidarci quotidianamente a fare il nostro dovere di cittadini, imprenditori, insegnanti, ingegneri, geometri, avvocati, architetti e via elencando, a cambiare il nostro modo di ragionare e di vivere tutto resterà com’è. Perché la realtà è e sarà sempre a nostra immagine e somiglianza. Se la città è sporca non è perché il sindaco non ha messo in piedi un servizio efficiente di raccolta dell’immondizia ma perché noi siamo sporchi; se non troviamo lavoro non è perché il partitico non l’ha saputo creare ma perché noi non abbiamo gli occhi per vederlo, la professionalità per svolgerlo e la capacità di crearlo; se la sanità non funziona non è perché il partitico non ha stanziato i soldi per costruire l’ospedale ma perché noi che ci lavoriamo non siamo professionali o siamo causa degli sprechi che hanno generato il deficit che la attanaglia e via sabotando. Votare qualcuno delegando a lui la propria vita è un ottimo alibi per allontanare da se stessi le responsabilità. Una comunità non può prosperare se ognuno dei suoi membri non contribuisce al raggiungimento dell’obiettivo, dal primo all’ultimo. Così come non può fallire senza la collaborazione di tutti.
La conferma di ciò la troviamo nei libri di storia ma, per chi non li avesse studiati, anche nella cronaca quotidiana. Quelli che abbiamo immaginato essere i potenti si rivelano, ogni giorno di più, impotenti. Sindaci, assessori, capi di stato e di governo, al di là delle loro più o meno vere o sincere intenzioni o capacità, alzano sempre più frequentemente bandiera bianca. Non solo sono sempre più incapaci di imprimere una svolta all’andamento delle comunità che si prefiggono di rappresentare ma stanno diventano la causa dei problemi che ci troviamo ad affrontare quotidianamente (qualche giorno fa abbiamo commemorato il terremoto del Belice, dopo mezzo secolo c’è ancora gente che vive nei container). Tutto questo per due altre semplici ragioni.
1) Le persone di valore agiscono nella loro vita e incidono sulle loro comunità a prescindere dal ruolo che ricoprono e senza bisogno di chiedere il permesso a nessuno. Perché oggi abbiamo tutti gli strumenti per raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo, non ci sono scuse, semmai mancano gli obiettivi. Se un tempo chi non andava bene a scuola veniva mandato a lavorare mentre oggi lo candidano in un partito, è normale che il livello è e sarà sempre più basso, inutile meravigliarsi, si tratta di una logica conseguenza. Anzi più la persona è incapace meglio può essere manovrata, si tratta del candidato perfetto, l’utile idiota, al servizio dei veri poteri forti, le multinazionali. In campagna elettorale si descrivono come dei superman, in grado di risolvere tutti i nostri problemi, una volta eletti cominciano a riversare le responsabilità su chi li ha preceduti, scoprendo in quel momento di “avere ereditato una situazione difficile” e di essere degli insignificanti esseri umani.
2) Le sovrastrutture (leggi burocrazia) ci impediscono di agire a prescindere dalle intenzioni. Anche se elegessimo San Francesco, una volta entrato nel sistema perverso delle istituzioni che abbiamo creato, fatto spesso di dirigenti e funzionari nella migliore delle ipotesi demotivati e restii al cambiamento nella peggiore corrotti e in malafede, e di norme contorte e incomprensibili, sarebbe costretto ad agire come il peggior delinquente per far funzionare questa macchina diabolica che sta fagocitando le nostre vite e che rappresenta il vero cancro da debellare. Qui entra in gioco ancora una volta ciascuno di noi. Se gli elettori tenessero il fiato sul collo degli eletti, chiunque essi fossero, allora questi si potrebbero trasformare da utili idioti in perfetti funzionari atti a far funzionare gli ingranaggi del sistema istituzionale nell’attesa della sua riforma. Ma questo richiede una collaborazione e una sinergia tra gli elettori che non si intravede all’orizzonte. L’iniziale appellativo di “dipendente pubblico” coniato da Grillo (o da chi ne muoveva i fili), agli albori del M5S, mi era piaciuto ma ormai ha lasciato il posto anche li dentro al protagonismo, la vanità nella società post-moderna è più forte della coerenza.
Ho scelto, come molti altri, di candidarmi alla mia vita (una bella definizione presa in prestito dal mio amico Francesco Bevilacqua) quando nel 2004 ho deciso di tornare in Calabria per fare la mia parte, mentre la maggior parte delle mie conoscenze continuavano a delegarla a qualcun altro (partitici, datori di lavoro etc.). Ho smesso di mettere una x su una scheda di carta da tempo, da quando ho deciso di metterla invece sulle persone che hanno deciso di farsi istituzione come me e con me e di fare politica, ogni giorno, attraverso l’agire concreto. Molti commentano questa scelta come una resa, un’astensione o addirittura un rifiuto delle istituzioni, al contrario. Non hanno capito nulla. Leggo in queste critiche, piuttosto, una resistenza al cambiamento, un attaccamento nostalgico al già visto, alle consuetudini (siccome finora ha funzionato così deve continuare ad essere così) e la paura di salpare, di lasciare il porto dell’abitudine, delle sicurezze, per navigare verso il nuovo e, dunque, l’ignoto. Chi vive con la testa rivolta al passato non può generare futuro, può solo riproporre il passato.
Siamo noi che abbiamo cambiato e continueremo a cambiare il nostro territorio in silenzio, senza grandi proclami, perché, prima di tutto, abbiamo scelto di cambiare noi stessi e il nostro modo di pensare e di agire, senza ricercare alibi ma assumendocene in toto la responsabilità e poi perché i risultati del nostro agire si possono toccare con mano. Stiamo scoprendo un nuovo modo di fare politica, quella con la P maiuscola. Sono certo che da queste esperienze (che da 8 anni a questa parte mi piace definire eretiche) nascerà un nuovo modo di intendere la politica e l’impegno civile, ci vorrà tempo, certamente decenni. Noi, probabilmente, questo cambiamento non lo vedremo ma non è importante sapere quando avverrà. Per un vero politico è importante sapere che avverrà. E noi lo sappiamo.

Massimiliano Capalbo

19 Gennaio 2018/1 Commento
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/noi-lo-sappiamo.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-01-19 18:19:252018-01-19 18:51:46Noi lo sappiamo
Calabria, Eretiche riflessioni, Società

La migliore opera d’arte di Rocco

Martedì 26 dicembre sono stato invitato alla presentazione di un libro a Cassano allo Ionio e fin qui, voi direte, cosa c’è di eretico? Le presentazioni di libri non si contano sul territorio (comprese le mie) e, quasi sempre, sono anche noiose. Vero, ma questa è stata proprio eretica. Non solo per la modalità con cui è avvenuta quanto per la qualità delle persone che l’hanno ideata e per le particolari caratteristiche del territorio nella quale si è svolta.
Chi non è mai stato a Cassano non può capire. Ci troviamo in un territorio veramente molto difficile, l’aria pesante si respira ovunque nelle vie di questo paese. Il comune è stato recentemente sciolto per infiltrazioni mafiose; l’emigrazione conosce picchi elevatissimi; le costruzioni orrende degli anni ’70 e ’80 la fanno da padrone; se capiti all’ora di pranzo è praticamente impossibile trovare un locale dove mangiare a parte qualche piccolo bar; la segnaletica stradale per raggiungerlo è inesistente; le iniziative culturali un miraggio. Insomma è quasi come se tutto fosse finalizzato a tagliare i ponti con il resto del mondo, per creare le condizioni perchè il malaffare e la criminalità possano agire indisturbati. Eppure, così come è dal letame che crescono i migliori fiori, è nei posti più difficili che spuntano le idee migliori, così come è nei posti più improbabili che vivono le persone più straordinarie che decidono di farsi istituzione al posto di quelle inutilmente deputate a farlo.
Mentre la maggior parte delle opere dell’uomo a Cassano, come in Calabria, lasciano a desiderare ma sono contemporaneamente le più raccontate dai media, quelle della natura sono meravigliose e puntualmente ignorate. Quello che la maggior parte delle persone non sa, infatti, è che a Cassano ci sono tantissime grotte, le più famose delle quali sono quelle di Sant’Angelo. E’ per questo motivo che qui ha sede un’associazione speleologica che si chiama Liocorno che, alcuni mesi prima dell’evento di cui vi sto per parlare, ha fatto visita ai locali seminterrati del Santuario-Abbazia della Madonna della Catena che si trova un pò fuori dal centro abitato, in un luogo molto suggestivo, certamente dotato di un genius loci. Lo scopo era quello di individuare eventuali collegamenti sotterranei tra gli ambienti seminterrati e quelli sotto la chiesa superiore del complesso monastico. “Restammo colpiti – ci racconta Carlo Forace, presidente dell’associazione – dalle condizioni in cui questi ambienti erano ridotti, divenuti un deposito di materiali di ogni genere, nell’abbandono più totale.”
Rosa Maria Alario aveva un marito artista. Si chiamava Rocco Tunno. Era nato a Castrovillari nel 1960 ed è scomparso prematuramente a soli 39 anni nel 1999. Ha vissuto tra Cassano e la Germania, a Freiburg per la precisione, dove ha sviluppato gran parte del suo percorso creativo. La sua arte è suddivisa in varie forme di espressione e diverse fasi, può essere percepita con un tutt’uno, un’unica opera con significati e contenuti nati nel secolo scorso, ma proiettati per la loro vivacità e attualità, nel nostro presente.
L’occasione di presentare il libro “Il concetto e l’azione, pensieri di un artista”, uscito nel mese di luglio per raccontare l’idea di arte di Rocco Tunno, e di realizzare una mostra delle sue opere ha incontrato, quindi, la voglia dei soci del Liocorno di poter ripulire e riutilizzare quegli ambienti abbandonati e dimenticati. Carlo e Rosa Maria decidono quindi di rivolgersi alle autorità ecclesiastiche e offrirsi di ripulire e riportare al loro antico splendore i locali seminterrati dell’antico santuario. “Chiedemmo a Don Nunzio e a Suor Caterina se potevamo ripulire, sistemare e utilizzare gli ambienti per l’evento e, dopo un ovvio scetticismo dovuto allo stato veramente pietoso in cui versavano, ci diedero il consenso“. Al termine di due mesi di lavoro che hanno visto impegnate circa 6 persone sono stati riportati alla luce (è il caso di dirlo) oltre a 13 stanze e una grande sala a doppio livello che risalgono alle prime tra le varie fasi costruttive dell’abbazia (con molta probabilità, ma saranno necessari approfondimenti storici, risulta la primitiva chiesa naturalmente anteriore al 1500) anche elementi marmorei di antichi altari; due angeli preganti di fattura molto pregiata; una piccola lastra di marmo di Carrara che riporta il nome dell’artista cassanese Giacinto di Vardo del 1893; numerose pietre con reliquie di santi; visi di angeli e numerose decorazioni e solo 8 di 14 litografie datate 1821 e realizzate dal famoso artista Bartolomeo Pinelli raffiguranti una via crucis, che sono state ripulite e inserite in nuove cornici di legno e affisse per l’occasione.
Il 26 dicembre a Cassano non è stato presentato un libro e non è stata allestita una mostra. E’ stato riportato alla luce un monumento sconosciuto ai cassanesi e alla Calabria intera di grande valore storico e spirituale. E’ stata riportata la cultura e l’arte in un luogo ammalato proprio per l’assenza di cultura e arte. Centinaia di persone hanno partecipato all’evento che è iniziato con una performance teatrale curata dall’associazione culturale Khoreia 2000 di Castrovillari, in cui gli attori, alla stregua dei membri dell’associazione Liocorno, con un gesto fortemente simbolico, si toglievano reciprocamente di dosso la polvere dell’indifferenza. In questa storia c’è la curiosità che spinge a portare alla luce quello che è dimenticato, c’è la voglia di collaborare insieme al raggiungimento di un obiettivo comune, c’è la voglia di rischiare dove altri non oserebbero mai, c’è la generosità di restituire alla comunità qualcosa che si è perso. Ci sono tutti gli elementi che Rocco Tunno esprimeva con la sua arte. Lui cercava l’incontro diretto con la realtà di tutti i giorni per non fare della sua arte un’arte esclusiva. Voleva un’arte in movimento. Percepiva che l’uomo si allontanava sempre più da se stesso e dal suo “essere umano” per diventare sempre più solo forma. E questa è stata l’ultima e forse la migliore opera d’arte che, per mezzo dei suoi amici più cari, ha regalato alla sua comunità.

Carlo Forace e Rosa Maria Alario saranno tra i protagonisti del prossimo Raduno delle Imprese Eretiche.

Massimiliano Capalbo









14 Gennaio 2018/1 Commento
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/IMG_0012.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-01-14 12:59:332018-01-14 13:01:02La migliore opera d’arte di Rocco
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L’autore:

Massimiliano Capalbo

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