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Eretiche riflessioni, Politica, Società

Una questione di vita o di morte

E’ dovuto passare un anno, dall’inizio di questa psicosi collettiva, perché in tv iniziasse a trapelare qualche barlume di verità. In queste settimane, diverse inchieste giornalistiche (Presa Diretta, Report, Mezz’ora in più, Non è l’Arena) hanno confermato ciò che, la maggior parte di quelli che non hanno mai perso la testa, ha tentato di spiegare fin dal primo minuto ad un popolo che, in preda alla paura, ha reagito aggredendo verbalmente e mettendo a tacere chi non esprimeva “cieca fiducia” in una scienza e in delle istituzioni che si sono rivelate incapaci di prevedere e di affrontare alcunché.
Adesso è chiaro a tutti (o almeno dovrebbe esserlo, i veri negazionisti spesso sono la maggioranza) che l’emergenza non era dovuta all’aggressività del virus, come ci hanno raccontato, ma allo smantellamento del sistema sanitario (ad opera di tutti i governi, indistintamente, e fa specie che chi invoca a gran voce il voto, oggi, sia solo l’ultimo in ordine cronologico degli smantellatori); che è stata addossata sui cittadini la responsabilità del contagio quando le RSA e gli ospedali sono stati i focolai principali del virus; che i governi si sono consegnati mani e piedi alle multinazionali del vaccino firmando contratti vessatori; che la velocità di produzione dei vaccini non ne garantisce l’efficacia e impedisce di conoscerne l’evoluzione nell’organismo nel tempo; che l’immensa mole di denaro che è stata stanziata e che sarà stanziata per affrontare l’emergenza sarà solo l’ennesimo sperpero di denaro pubblico e che lasceremo ai nostri nipoti uno stato in mano ai curatori fallimentari. Il governo Conte dovrebbe avere il coraggio di chiedere scusa e sparire dalla circolazione, invece di cercare di fare il tris, in attesa che la procura di Bergamo faccia un pò di giustizia sulle menzogne che sono state raccontate in questo anno funesto.
Il Covid-19 con la crisi che stiamo attraversando non c’entra nulla. Anzi, come ho scritto all’inizio di questa pandemia, è un ottimo alibi per molti. E’ solo quel sassolino che ha bloccato e sta bloccando l’ingranaggio, ma è l’ingranaggio che funziona male se permette al sassolino di insinuarsi nei suoi spazi. Oppure manca chi controlla che il sassolino non entri.
Da anni mi domandavo cosa ne sarebbe stato della nostra società se si fosse trovata di fronte ad una difficoltà seria. La risposta è sotto i nostri occhi. Dal 2010 al 2016 ho tenuto un ciclo di conferenze nelle scuole calabresi dal titolo “IN CONTRO: IN classe CONTRO i luoghi comuni“. In quelle occasioni raccontavo ai ragazzi come la nostra fosse una società fragile, incapace di fare sacrifici, di affrontare problemi e di trovare soluzioni e del rischio che correvamo: quello di soccombere di fronte alle sfide che ci attendevano, di non essere attrezzati mentalmente e culturalmente per affrontarle. Elencavo le scorciatoie che prendiamo ogni giorno: dalla raccomandazione per un posto di lavoro o per un esame a scuola al gratta e vinci per risolvere il problema di vivere; dagli antinfiammatori per annullare il dolore agli integratori alimentari per continuare a correre; dalla frequentazione dei centri commerciali che preferiamo ai boschi perché a temperatura costante e privi di imprevisti, agli smartphone che sfioriamo con un dito (e che in futuro controlleremo col pensiero) per ridurre al minimo gli sforzi. Qualche professore credeva che esagerassi, che lo facessi per fare colpo sui ragazzi. No, stavo solo cercando di avvertire del pericolo imminente, il sassolino si sarebbe potuto incastrare in qualsiasi momento in questi ingranaggi fasulli. E quel momento è arrivato. Il Covid ci ha messo di fronte alle nostre fragilità, oltre che responsabilità. Non ci sono scorciatoie per nessuno, altro che vaccino.
L’arroganza che ci ha condotti fin qui ha ceduto il posto alla paura, ovviamente. Quando ti rendi conto che il monolite che hai costruito e sul quale avevi riposto tutte le speranze vacilla non ti resta che lottare o fuggire. Lottare non lo sappiamo più fare da tempo, non ce l’ha insegnato nessuno, resta la fuga. Una fuga quotidiana, soprattutto dalle responsabilità. Questo anno di follia generalizzata ha messo in chiaro soprattutto una cosa: chiunque, a qualunque livello, ha tentato di allontanare da sé le responsabilità raccontandoci che lo faceva per la nostra salute, per la nostra sicurezza, per la nostra incolumità. Ma non c’è che un solo modo per raggiungere tutte queste cose: ricercare la libertà, prima di tutto interiore. Se medici, infermieri, giornalisti, scienziati, professori, partitici, fossero stati liberi di esprimere il proprio pensiero, la narrazione dominante non sarebbe stata e non continuerebbe ad essere quella che ci ha condotti al disastro economico e sanitario. Invece nessuno ha potuto lanciare l’allarme, nessuno ha potuto raccontare quello che stava succedendo perché intimidito o sottomesso a qualcun altro. I media che stigmatizzano gli arresti di Putin in Russia o il colpo di stato in Myanmar o ancora le violenze al congresso americano sono gli stessi che hanno impiegato un anno per far trapelare uno spicchio di verità. Inchieste col senno di poi, che raccontano di fatti compiuti, che servono solo a confermare la sfiducia nelle istituzioni. D’altronde, se avessimo altri media e altri giornalisti non ci ritroveremmo questi partitici. Da oltre un decennio, attraverso l’aggettivo “eretica”, professo la libertà di impresa (intesa non in senso strettamente economico ma in senso di libertà di azione e di pensiero) mettendo in guardia dall’entrare nei vari recinti che le istituzioni hanno costruito e continuano a costruire per controllarci. Non è solo una questione di libertà personale. Oggi, forse stiamo iniziando a comprenderlo, è una questione di vita o di morte.

Massimiliano Capalbo

2 Febbraio 2021/1 Commento
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/fragile-1.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2021-02-02 13:48:432021-02-02 17:04:11Una questione di vita o di morte
Eretiche riflessioni, Politica, Società

Il male va trasformato, non solo condannato

Non so perché, ma le giornate dedicate alla commemorazione dell’Olocausto, così come quelle dedicate alle vittime di mafia, mi suscitano un sentimento contrario rispetto a quello che, chi le istituisce, si attenderebbe. Non riesco a sentirmi partecipe, c’è qualcosa che stona, che mi induce a diffidare. A quanto pare non sono l’unico, mi capita di confrontarmi sul tema con altre persone e di riscontrare analoghi dubbi, eppure non frequento e non ho mai frequentato nostalgici del fascismo o di altri regimi totalitari, al contrario.
Ho cercato, quindi, di analizzare le ragioni di tale sentimento di diffidenza rispetto, non ovviamente a quanto accaduto in quegli anni, già confermato e vagliato abbondantemente dagli storici, ma alla retorica che accompagna queste ricorrenze che ne limita, a mio avviso, la partecipazione (non tanto fisica) collettiva. E ho trovato due ragioni fondamentali.
La prima ragione è da attribuire ad una convinzione di fondo, radicata nella maggior parte delle persone. Si ritiene che il male sia prerogativa di un certo tipo di persone, con delle determinate caratteristiche psicologiche, ideologiche o sociali. Molti credono che cattivi si nasce, non sapendo, invece, che cattivi si diventa, che il male (così come il razzismo ed altre forme di negatività) è in ognuno di noi ed aspetta solo l’occasione per manifestarsi. Quasi sempre l’occasione è fornita da un’autorità superiore, alla quale decidiamo di ubbidire, come ha dimostrato Hannah Arendt, inviata del New Yorker per il processo contro il nazista Adolf Eichmann, nel suo libro “La banalità del male” o Philip Zimbardo e Stanley Milgram con i loro esperimenti di psicologia sociale. Oppure è fornita da una condizione di disagio, paura o scarsità. Quello che durante queste ricorrenze non viene detto, soprattutto ai giovani, è che il male è onnipresente e che va tenuto a bada innanzitutto dentro di sè e per farlo occorre fare silenzio e ascoltarsi, confrontarsi, ma soprattutto essere liberi interiormente, non sottomettersi a nessuno come invece fa quotidianamente la maggior parte di chi commemora (ad un’ideologia, un segretario di partito, un datore di lavoro, un sacerdote, uno scienziato, un’autorità in generale). Dunque essere responsabili delle proprie azioni, senza ricercare alibi, scorciatoie o attenuanti. La negatività, come abbiamo spiegato nel corso del secondo appuntamento di Eretica TV con il Prof. De Sario, è prerogativa di ciascuno di noi, a turno siamo tutti negativi. Non è una manifestazione occasionale ma frequente, non è attribuibile a qualcuno in particolare ma a ciascuno e non è localizzata ma diffusa. Il male e la negatività andrebbero accolti e trasformati non solo condannati, come si fa nel corso delle commemorazioni. La convinzione che il male sia prerogativa di qualcuno impedisce di prevenire l’avvento di nuove dittature e nuovi regimi, perché spesso è proprio la parte che si considera giusta, lontana da certi atteggiamenti, a nutrire in seno le condizioni che la porteranno alla trasmutazione ideologica.
La seconda ragione è che queste commemorazioni sono divisive e non unificanti. I fatti che si commemorano, quasi sempre, sono accaduti lontano nel tempo, i responsabili non sono più presenti oppure sono in schiacciante minoranza e, dunque, è più facile prendere le distanze da quanto accaduto e individuare in maniera precisa dei colpevoli, addossando su di loro tutte le responsabilità. Non è un caso, infatti, che non vengano commemorati allo stesso modo e con la stessa enfasi il genocidio dei Tutzi del Ruanda per mano degli Hutu o quello dei musulmani Bosniaci per mano dell’esercito Serbo-bosniaco durante la guerra dei Balcani, per fare due esempi recenti. Perchè i cadaveri sono ancora caldi, i Paesi in cui i fatti sono accaduti non possiedono i servizi di intelligence più bravi del mondo e non hanno la forza economica e culturale per imporsi e le responsabilità sono molto più diffuse di quanto si immagini. Chi commemora dovrebbe auto-dichiararsi complice e questo è il passo più difficile verso la trasformazione.

Massimiliano Capalbo

27 Gennaio 2021/1 Commento
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/shoa.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2021-01-27 19:31:452021-01-28 08:57:03Il male va trasformato, non solo condannato
Calabria, Comunicazione, Eretiche riflessioni, Politica, Società

Quelle affermazioni condivisibili dalla persona sbagliata

Le affermazioni di Corrado Augias hanno suscitato scalpore e reazioni contrastanti. Si tratterebbe di dichiarazioni in gran parte condivisibili se non provenissero da lui. Che la mafia abbia vinto, infatti, è sotto gli occhi di tutti, l’ho detto e scritto tante volte in questi anni, non perché abbia a sua disposizione questo o quel personaggio insospettabile ma perché la mentalità mafiosa è diventata mentalità collettiva e non solo al Sud. Sono tanti gli intellettuali calabresi che, nel tempo, hanno usato parole dure nei confronti della propria terra ma, quando queste nascono dallo sconforto e dal desiderio di rivalsa che si agita nel cuore di chi le pronuncia, hanno ben altro sapore e generano ben altre reazioni. Conoscendo Augias, invece, non si è trattato di dichiarazioni casuali, erano volte a suscitare le polemiche che hanno prodotto. Una persona di esperienza come lui, infatti, non può non prevedere gli effetti delle proprie dichiarazioni, in una società sempre più interconnessa.
Perché allora lo ha fatto? E quale scopo si era prefissato di raggiungere? Nessuno, semplicemente generare quello che ha generato. Si tratta di un atteggiamento tipico degli “intellettuali di sinistra” che, essendosi misurati con le problematiche che denunciano e, avendo fallito, sono mossi semplicemente da un atteggiamento di rivalsa nei confronti del problema che non sono riusciti a comprendere e piegare alla propria visione delle cose. Sembrano voler affermare: “se non mi avete capito non sono io che non mi sono saputo spiegare ma siete voi che non avete l’intelligenza, gli strumenti, la cultura per comprendermi”, sovvertendo qualsiasi principio fondamentale della comunicazione. A questa lunga schiera di “teorici senza successo” appartengono personaggi del calibro di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani, Marco Minniti, Piero Fassino, e compagnia fallendo.
Quando Corrado Augias, nel 1994, fu eletto parlamentare europeo dell’allora PDS per la circoscrizione meridionale, grazie anche ai voti dei calabresi, non considerava la regione una partita persa, almeno non pubblicamente. Quando ancora ero un giovane e povero illuso, attratto dai pifferai magici della sinistra, lo seguii per un’intera giornata nella sua campagna elettorale in Calabria. Pranzammo assieme a Crotone, perché avevo un amico, giovane militante della sinistra, che mi invitò a fare quest’esperienza con lui.
Nei suoi discorsi emergeva, già allora, come nei discorsi di tutti quelli che rientrano nella schiera precedentemente indicata, questa concezione platonica del governo dei migliori. “Chi deve governare?” si domandava Platone e la risposta era “i pochi, i prescelti, i migliori” dunque l’aristocrazia; questa assoluta mancanza di alternative all’élite di cui faceva e continua a far parte; questo considerare ciò che non gli assomigliava non degno di esistere e di considerazione e questo giudicare realtà socio-culturalmente così differenti dalla propria, come inferiori o non all’altezza della sfida e, infine, questo atteggiamento da professorino che continua a tenere, nel corso delle sue trasmissioni televisive, nei confronti dei malcapitati giovani che vi partecipano. In quell’occasione noi eravamo i suoi discepoli e lui ci stava indottrinando sulle sue teorie aristocratiche. La convinzione socratica “io so di non sapere quasi niente” avrebbe dovuto all’epoca, e dovrebbe ancora oggi, condurre alla prudenza il nostro amico. Tanto Socrate quanto Platone, infatti, esigono che l’uomo di Stato (o che ambisce ad esserlo) sia saggio. Ciò significa che lo statista dev’essere perfettamente conscio della propria palese ignoranza, soprattutto se non vive nel territorio del quale si erge a narratore.
Cosa ha fatto Augias da parlamentare europeo per ridurre questa condizione di irrecuperabilità della Calabria di cui parla oggi? Se oggi è così mal messa ci saranno delle responsabilità anche da parte di chi, come lui, ha chiesto la fiducia e il consenso per rappresentarla nei consessi parlamentari? Qual è stata la differenza di efficacia della propria azione politica rispetto a quella dei suoi avversarsi? E cosa ha generato di concreto?
Se Augias, e tutti gli altri come lui, non avessero miseramente fallito non starebbero oggi a rilasciare dichiarazioni di questo genere ma, dopo un’attenta autocritica, andrebbero a ricercare nuove chiavi di lettura, e scoprirebbero che nonostante la latitanza delle istituzioni di cui sono stati anch’essi rappresentanti, in questo territorio vi sono centinaia di imprese eretiche, che personalmente ho conosciuto e raccontato negli ultimi 12 anni, che spesso hanno sopperito alle loro mancanze, invece di limitarsi a parlare delle inchieste di Gratteri o di invocare interventi dall’alto inutili (non si capisce cosa ci sia di più alto del ruolo che ha ricoperto lui stesso), visto che il problema è di natura socio-psico-culturale. Ma così non è. Chi tiene veramente alle sorti di un territorio cerca di non nascondere le negatività oltre che le proprie responsabilità ma, nel contempo, di mettere in evidenza le positività, per non consentire alla sfiducia di prendere il sopravvento. Perché il raggiungimento o meno di un obiettivo è un lavoro di squadra, non un progetto calato dall’alto da chi si considera migliore.

Massimiliano Capalbo

25 Gennaio 2021/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/corrado-augias.jpeg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2021-01-25 14:48:542021-01-25 14:54:37Quelle affermazioni condivisibili dalla persona sbagliata
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Massimiliano Capalbo

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