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Economia, Eretiche riflessioni, Politica

Le imposte che soffocano

Ci sono invenzioni che hanno accelerato il progresso sociale e ce ne sono altre che l’hanno frenato quando non ucciso. Spesso un’invenzione, partorita con le migliori intenzioni, poi col tempo degenera e si trasforma in una mostruosità. Ma ce ne sono alcune che nascono male e crescono peggio: è il caso delle tasse.
Non si sa esattamente chi le abbia inventate ma sappiamo che di esse se ne ha conoscenza fin dai tempi degli Assiri. Ma ci sono due elementi che restano costanti nella storia delle tasse (vi consiglio di leggere “Tassati e tartassati, origini e storia delle tasse” di Donata Allegri).
La prima costante è rappresentata dal fatto che la loro applicazione è quasi sempre servita per “mantenere” in un modo o nell’altro i ceti sociali più elevati. Che si sia trattato dei faraoni egiziani, della polis greca, degli imperatori romani, dei vassalli, degli zar o dei nostri parlamentari, i soldi che i contribuenti di qualsiasi epoca e classe sociale hanno versato all’esattore di turno sono sempre serviti a mantenere innanzitutto gli “apparati” statali, militari, economici, religiosi etc. di cui queste classi sociali si sono sempre servite per campare.
Anche se, dall’epoca moderna ad oggi, si è cercato e si cerca di indorare la pillola motivandone l’imposizione con l’esigenza di creazione di un “sistema di welfare” per la società, la storia non è mai cambiata. Se poi, come accade in Italia, a fronte di un elevatissimo regime di tasse ciò che lo Stato fornisce in termini di servizi resi in cambio è di bassissimo livello, possiamo ben comprendere da dove scaturisca l’odio nei loro confronti.
Finanche le carte costituzionali, spesso, ripetono questo clichè. L’articolo 75 della Costituzione italiana, per esempio, vieta al popolo la possibilità di indire un referendum per le leggi tributarie e di bilancio ma non ai parlamentari di stabilirsi lo stipendio o l’esenzione dalle tasse. Se l’obiettivo dei costituenti era quello di evitare che i cittadini si autoriducessero le tasse, sottraendo risorse allo Stato, mi pare che si possa affermare, senza timore di smentite, che il problema fatto uscire dalla porta sia rientrato dalla finestra, perchè quelle stesse risorse non solo non hanno reso lo Stato più efficiente ma, al contrario, l’hanno condotto al fallimento.
La seconda costante riguarda il colore politico dei provvedimenti. Nella storia delle tasse se il mutare dei sistemi finanziari è sempre avvenuto sull’onda dei cambiamenti economici, l’influenza del colore politico sulle politiche tributarie è sempre stata relativa. Anche in seguito alle rivoluzioni, dopo un immediato e breve periodo di equità retributiva, le varie caste al potere hanno sempre preferito autotutelarsi.
Occorre ripensare il concetto di “tassa” per una società post-moderna che non lo comprende e regge più.
Il peso, in Italia, soprattutto per chi decide di fare impresa (onestamente e seriamente) ha raggiunto ormai livelli insopportabili, è tale da scoraggiarne il pagamento e indurre all’evasione. Non è più una questione di opportunità ma di sopravvivenza.
L’imprenditore o rischia, evadendo e assumendo in nero per poter investire e continuare a campare o si ferma, riduce allo stretto necessario il personale, paga le tasse allo Stato e lascia andare la barca finchè c’è corrente.
L’economista americano Arthur Laffer teorizzò, sulla base dell’esperienza del governo Reagan, che all’aumento delle aliquote per un pò di tempo corrispondeva un aumento delle entrate, ma ben presto i contribuenti venivano scoraggiati dal lavorare e guadagnare di più ed erano spinti ad evadere e così lo Stato incassava di meno. Aumentare le tasse è la strategia migliore per soffocare l’economia e uccidere l’iniziativa individuale.
Nella storia delle tasse ne troviamo alcune anche molto bizzarre ma ce n’è una emblematica, in tal senso, una tassa che il Governo Francese mise nel 1799, sulle finestre e sulle porte. Ogni cittadino era tenuto a pagare a seconda della quantità di aria e di luce che entrava in casa sua. In conseguenza di ciò molte finestre furono murate, la case divennero malsane e vi fu un aumento di turbercolosi nelle città. Sarà per questo che da allora le finestre si chiamano anche imposte?

Massimiliano Capalbo

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15 Novembre 2012/2 Commenti
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https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/finestra1.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2012-11-15 15:43:512015-11-02 09:09:19Le imposte che soffocano
2 commenti
  1. Nuccio Cantelmi
    Nuccio Cantelmi dice:
    16 Novembre 2012 in 09:39

    La tassazione è espressione della funzione sociale dell’uomo. Essa è una base contributiva volontaria che ciascuno decide spontaneamente di devolvere al sostegno della socialità ed in questa misura essa è diretta espressione del patto sociale. Quando lo Stato si prende carico dell’esazione fiscale, esige che il cittadino paghi, la cosa cambia. Da gesto di socialità diviene atto di imperio. Il singolo viene schiacciato dalla forza prevaricante dello Stato che sa pretendere senza nulla offrire e pretente oltre ogni ragionevole limite. Io credo si debba distinguere tra gli effetti sociali della tassazione (le tasse che servono per coprire i costi di scuola, ospedali, giustizia etc), e funzione di servizio della stessa (le spese che servono per coprire i servizi al cittadino come la PA, Agenzia delle Entrate etc…). In questo secondo caso sarebbe molto meglio che ill cittadino paghi per il servizio ricevuto, quando lo riceve e se lo riceve nella qualità e nei tempi desiderati, al pari di quanto avviene nel settore privato. Mentre, infatti, i servizi pubblici essenziali devono essere sostenuti da tutti indipendeentemente dai costi, i servizi al cittadino devono rispondere ai principi di qualità ed efficienza cui tutti noi siamo sottoposti quotidianamente. Rubo un’idea di Max ed affermo che, in questi casi, il cittadino deve rilasciare alla PA una dichiarazione di efficacia in difetto della quale l’Amminisrtazione non potrà pretendere il pagamento e dovrà rivalersi nei confronti del dirigente che nn sa organizzare il suo settore in termini di efficienza. Come lo Stato ci chiede il Durc per poter essere pagati, così noi gli daremo la DEP (dichiarazione di efficacia della PA) per pagarli!

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  1. » L’alibi della crisi ha detto:
    17 Giugno 2013 alle 15:38

    […] sociali (che ora fa figo chiamare welfare) è una bufala che ci hanno rifilato per troppo tempo. La verità è che le tasse servono a “mantenere” in un modo o nell’altro i ceti sociali più […]

    Rispondi

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