La Calabria, come tanti altri territori italiani, è una regione piena di problemi. Molti di questi rappresentano delle vere e proprie zavorre che si appesantiscono sempre di più, trascinate da tempo (e nel tempo), che affondano le loro radici in un passato difficile e controverso. All’origine di tutto ciò vi sono due atteggiamenti che hanno caratterizzato da sempre le popolazioni che hanno abitato la regione: diffidenza e campanilismo.

Il calabrese medio se può tagliare le gambe all’altro calabrese lo fa molto volentieri, le guerre tra poveri scatenate e manovrate a piacimento dalla borghesia e dai ceti più abbienti di questa regione, infatti, non si contano. Mentre, quando arriva il neocolonialista da fuori (meglio se dall’estero) ad inquinare e devastare il territorio, in accordo con la partitica locale, le porte sono sempre spalancate e il calabrese, improvvisamente prigioniero del proprio complesso di inferiorità, diventa prono e sottomesso.
Questi due atteggiamenti hanno sempre rappresentato il migliore alleato per chi è giunto in questa regione con propositi di conquista o di speculazione. In molti hanno costruito le proprie fortune strumentalizzando e utilizzando queste contrapposizioni come un grimaldello. A farne le spese, ovviamente, è sempre il territorio ed i suoi abitanti che restano in una condizione di perenne povertà culturale prima che economica.
Questi problemi si ingigantiscono ogni giorno di più a causa della mancanza di una strategia, ma soprattutto di un metodo. La maggior parte delle battaglie portate avanti, anche nobilmente, in questa regione da gruppi più o meno illuminati o organizzati di cittadini, sono sempre naufragate per mancanza di metodo. Anzi, chi prende l’iniziativa, spesso, proprio per mancanza di metodo, finisce per essere additato come nemico del territorio, e isolato, perchè le sue battaglie (nobili ma improduttive) producono solo articoli sui giornali o servizi tv che mettono in cattiva luce il territorio.
La mancanza di metodo porta al fallimento, il fallimento genera sfiducia (perchè se non ci sono riusciti quelli prima di me figurarsi se posso farcela io), più fallimenti generano più sfiducia che sfocia poi in rassegnazione. Nessuno ci prova più e la rassegnazione diventa il sentimento maggiormente diffuso, soprattutto nelle realtà meno dinamiche.
E’ nei posti dove regna maggiormente la rassegnazione che il neocolonialista trova il terreno più fertile per coltivare i propri interessi. Ad una popolazione depressa e rassegnata si può proporre di tutto, soprattutto scorciatoie che mettono al riparo da sforzi e sacrifici a cui l’uomo post-moderno occidentale non è più abituato. Occorre dunque attrezzarsi con un metodo se si vogliono ottenere risultati e uscire da questa condizione di impasse.
Innanzitutto l’errore più grande che si può commettere è pensare che le cosiddette “istituzioni” siano nostri alleati e che il massimo che si può riuscire a fare, come cittadini, è protestare per attirare la loro attenzione in maniera che si attivino, al posto nostro, per risolvere il problema. La storia insegna che chi affida la propria sorte alle istituzioni è destinato a rimpiagere amaramente questa decisione, perchè le istituzioni sono i migliori alleati degli affaristi e degli speculatori (per non dire altro). Il partitico, nella maggior parte dei casi, è un disperato in cerca di una zattera a cui aggrapparsi per risolvere il proprio problema di vivere, non i problemi della comunità che dovrebbe rappresentare, dunque in attesa spasmodica di poter contrattare con i neocolonialisti delle soluzioni che possano garantire a lui il proseguimento della propria carriera e a loro lauti guadagni. Per farlo è disposto a vendere l’anima al diavolo, è lui il primo nemico del territorio e dei suoi abitanti. Occorre dunque tenersi opportunamente alla larga dai partitici, almeno fino a quando non si è creato un esercito in grado di affrontare una battaglia democratica per costringerli ad eseguire il piano che i residenti hanno in mente per il proprio territorio.
In seconda battuta occorre coinvolgere, oltre ai residenti, le imprese virtuose, quelle che hanno a cuore le sorti del territorio, quelle che lo coltivano e che dall’inquinamento/devastazione ne subirebbero un danno, perchè è da esso che traggono sostentamento e dunque le imprese turistiche, agricole, culturali, artigianali. Perchè è su questi quattro asset che occorre puntare per creare occupazione ed economia in questa regione, vocata naturalmente a tutto ciò. Occorre diventare guardiani del territorio, ricominciare a coltivarlo come sta già succedendo in alcune zone della regione. I cittadini devono farsi istituzione ma, soprattutto, devono trasformare la carenza di lavoro in un’opportunità, guardarsi intorno e trasformare in valore le risorse che li circondano, che sono infinite, diventando contemporaneamente imprenditori di se stessi e guardiani del territorio. E’ solo svincolandosi da quello stato di necessità che li continua a mantenere in condizione di inferiorità e di debolezza nei confronti della partitica e dell’imprenditoria rampante che potranno prendere in mano il destino proprio e quello delle comunità nelle quali vivono.
Occorre, infine, mettere da parte le diffidenze reciproche e concentrarsi sugli obiettivi da raggiungere, pianificando una strategia che punti a ridurre il danno e ad accrescere invece le iniziative virtuose. Come nel gioco del Risiko, occorre piazzare i propri soldati sul territorio e circondare il nemico lavorandolo ai fianchi fino alla resa finale.

Massimiliano Capalbo

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