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Economia, Eretiche riflessioni, Politica

L’eredità per le nuove generazioni

Lo ha capito perfino Matteo Renzi che dovremo convivere con il Coronavirus almeno per un paio d’anni. Peccato che non abbia ancora capito cosa c’è da fare dal giorno dopo la fine della quarantena, essendo uno dei principali esponenti del positivismo scientista che affollano ultimamente i media italiani, ma questa è un’altra storia.
Nonostante sia ormai chiaro un pò a tutti, siamo in attesa che una ristretta cerchia di “scienziati”, i prescelti dal governo, gli alti prelati della Cattedrale direbbe Eric Raymond, ci dica quando potremo riaprire, ovvero quando la curva di un grafico basato su numeri inattendibili ci dirà che è il momento di farlo.
Mentre in Europa c’è chi non ha mai chiuso completamente e chi sta per riaprire noi attendiamo che una regione su venti, la Lombardia, risolva i suoi problemi col virus (amplificati da una pessima gestione della sanità) causati, ormai è assodato, dal micidiale mix tra l’inquinamento che l’attanaglia da decenni, l’alta densità abitativa e le condizioni climatiche specifiche di quelle località.
Le problematiche specifiche di una singola regione sono diventate, ancora una volta, le problematiche di un intero Paese. Succede da centocinquant’anni e, ormai, ne siamo in qualche modo assuefatti. I governatori del Sud tacciono, privi di uno straccio di visione, di strategia o di idea. Subiscono, si accodano come sempre, col loro bel complesso di inferiorità, come pecore dietro al pastore, anzi non attendono altro che quelli del Nord mettano sul piatto un tema da discutere. Attendono soldi, tanto per cambiare. Quei soldi che alcuni membri dell’UE non vogliono darci perché sanno, per esperienza, che fine hanno fatto i precedenti. D’altronde li aveva messi sull’avviso anche Beppe Grillo nel 2014 in una conferenza stampa a Strasburgo.
Se invece di stanziare milioni di euro per finanziare indistintamente le imprese, il governo avesse speso molto meno per rifornirci fin dal primo minuto di dispositivi di protezione individuale (che a tutt’oggi non si trovano), di kit per l’autodiagnosi, di interventi di adeguamento all’emergenza negli ospedali considerati strategici (soprattutto nelle parti meno colpite dall’epidemia), per pensare al problema come Paese e non come singole regioni autonome, oggi l’Italia non sarebbe completamente paralizzata e non saremmo sull’orlo di una crisi economica senza precedenti.
Ma, soprattutto, se dopo una giusta e iniziale chiusura totale dettata dalla prudenza, invece di guardare con la solita lente del pregiudizio il Sud, si fosse intervenuto con le chiusure a macchia di leopardo, forse l’impatto sarebbe stato minore. Se il diffondersi dell’epidemia al Sud, infatti, fosse dipesa dalla maggiore o minore capacità organizzativa dei suoi amministratori e dirigenti o dal rigore nell’attenersi alle disposizioni di sicurezza fornite dalle autorità sanitarie, da parte dei suoi abitanti, saremmo già tutti infettati. A distanza di un mese e mezzo dall’inizio dell’epidemia, numerose inchieste giornalistiche hanno appurato l’assoluta impreparazione dei nosocomi meridionali ad affrontare neanche un quarto dell’emergenza affrontata al Nord, figuriamoci negli ambienti non ospedalieri. Al Sud il virus non attecchisce, per fortuna, per gli stessi motivi per cui invece attecchisce al Nord ma ancora gli alti prelati della Cattedrale non ci sono arrivati: meno inquinamento, minore densità abitativa, condizioni climatiche differenti. E questo era un dato da tenere in considerazione. Un buon condottiero deve conoscere il campo di battaglia per muovere velocemente i suoi soldati e vincere la guerra (per utilizzare termini molto in voga ultimamente), ma i nostri governanti non conoscono il territorio, ragionano solo utilizzando gli stereotipi veicolati dai media già quando le cose filano liscio, figuriamoci in situazioni di emergenza.
Tra qualche settimana o mese saremo costretti a riaprire e a convivere con la situazione con la quale avremo potuto convivere già da subito, con le stesse strutture sanitarie e gli stessi pericoli di oggi, ma con in più una crisi pesantissima da trascinarci dietro per i prossimi decenni e da lasciare in eredità alle nuove generazioni.

Massimiliano Capalbo

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10 Aprile 2020/0 Commenti
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