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Ambiente, Calabria, Comunicazione, Economia, Eretiche riflessioni, Politica, Società, Turismo

L’oblio che conserva, in attesa della rigenerazione

Qualche giorno fa ho confidato ad un amico di essermi pentito di aver invitato molti amici su Fb a votare per far vincere il platano millenario di Curinga, come Albero Europeo dell’anno 2021. Le immagini di questi giorni, apparse su qualche sito di informazione locale, che immortalano file di auto in colonna verso il monumento verde, non erano ancora circolate. Il pentimento nasceva al termine della lettura di un contributo dal titolo “Le macerie dell’ipersfruttamento turistico” a firma di Giovanni Attili, professore di Architettura e Urbanistica a Roma, contenuto all’interno di un volume dal titolo: “Biosfera, l’ambiente che abitiamo”.
Il turismo, ci racconta Attili, è l’industria più importante del nostro tempo, soprattutto in termini di inquinamento, dovuto in larga parte all’introduzione dei voli low-cost negli anni Novanta del secolo scorso. Il 30 giugno del 2018, ci ricorda Attili, è stato “il giorno più trafficato nella storia del trasporto aereo: in quel giorno sono stati tracciati oltre 202 mila voli con 30 milioni di posti a disposizione.” Avete letto bene, duecentoduemila aerei hanno sorvolato il pianeta nel corso di quella sola giornata! Un traffico pazzesco generato non da esigenze improrogabili ma dalla facilità (non solo economica) di accesso ad un servizio che consente a chiunque di volare da una parte all’altra del mondo per fare quello che potrebbe fare, senza inquinare in questo modo, standosene a casa.
E’ stato calcolato che ogni passeggero produce 285 grammi di CO2 per chilometro percorso (7 volte di più di un’auto). La compagnia aerea Ryanair, da sola, produce più biossido di carbonio di qualsiasi centrale a carbone esistente sul pianeta. Se aggiungiamo poi le navi da crociera, i consumi energetici di un albergo di medie dimensioni, la produzione di rifiuti nelle località turistiche, l’alterazione della biodiversità, la distruzione dell’identità dei luoghi, la privatizzazione degli spazi pubblici e la mercificazione del paesaggio, gli effetti negativi dell’overtourism appaiono allarmanti.
La pandemia da Covid-19 ha inflitto un duro colpo al settore del turismo in generale e alle compagnie aeree in particolare. Una pandemia che nasce, come tutte le altre che l’hanno preceduta, dall’alterazione della biodiversità e dalla devastazione ambientale cui abbiamo sottoposto il pianeta nei secoli passati. E’ qual è il primo provvedimento a cui i governi e le compagnie aeree stanno lavorando? La creazione di un passaporto vaccinale per consentire al più presto ai passeggeri di tornare a volare, segno che non abbiamo capito nulla di quanto accaduto e di quanto potrebbe riaccadere.
Chi ha subito le maggiori conseguenze dai vari lockdown imposti dai governi? Le grandi località turistiche, quelle che sul turismo avevano costruito un’industria: Venezia, Firenze, Rimini, per citare le prime che vengono in mente. Le località dove le multinazionali del turismo hanno investito per costruire mega strutture che se non vengono prese d’assalto diventano un costo insostenibile. Chi invece resiste? Le attività a conduzione familiare, spesso eccellenze che non puntano sulle economie di scala ma che hanno fatto della loro attività una ragione di vita e che spesso costituiscono la motivazione del viaggio. Sono loro le uniche in grado di resistere agli eventi imprevisti o catastrofici, sono loro quelle che impattano meno sull’ambiente e sul territorio e che rappresentano il futuro del comparto. Non la concentrazione del denaro nelle mani di pochi e fragili soggetti ma la distribuzione sul territorio a molteplici e resilienti soggetti. L’ho sempre detto e scritto in passato e oggi ne abbiamo la palese conferma.
Alla luce dei cambiamenti climatici e delle emergenze ambientali e sanitarie che stiamo vivendo si sta facendo largo un nuovo concetto di viaggio: il viaggio rigenerativo, un concetto dall’impatto ancora più radicale. Se il viaggio sostenibile, infatti, serve per ridurre al minimo i danni all’ambiente, il viaggio rigenerativo significa lasciare i luoghi che visitiamo meglio di come li abbiamo trovati. Non si tratta semplicemente di non distruggere ma di ripristinare i luoghi, rigenerare la natura, contribuire fattivamente a rendere migliori le destinazioni che si visitano scegliendo compagnie che hanno nella loro mission quest’obiettivo. E’ il caso di Tourism New Zealand, Svart o Tomorrow Air che misurano il successo del turismo non in base al denaro generato ma alla salute e al benessere della comunità e dell’ambiente che promuovono e dei servizi che erogano. La prima impegnandosi a migliorare le proprie prestazioni ambientali nelle sue aree di attività; la seconda realizzando strutture capaci di produrre più energia pulita di quella che consumano; la terza cercando di aumentare la tecnologia di rimozione del carbonio per compensare la CO2 che i viaggi aerei producono ogni anno. Buoni esempi che accresceranno i tentativi di imitazione.
Anche in Italia i grandi leader del turismo hanno imparato la lezione e stanno lavorando per cambiare approccio. Come Graziano Debellini, presidente di Th Resorts tra i primi gruppi industriali del turismo, che in una recente intervista ad AdnKronos ha affermato: “Noi negli ultimi tre mesi abbiamo aggiunto 3 nuove strutture alla nostra offerta. La risposta imprenditoriale alla crisi è crescere. Noi in questi giorni abbiamo annunciato che nei prossimi anni vogliamo raddoppiare il nostro fatturato se non addirittura di più“. Lasciate ogni speranza voi che viaggiate verrebbe da dire.
Ecco perché accendere i riflettori su territori che non sono pronti ad accogliere i potenziali turisti è pericoloso. “Il capitalismo dell’iperconsumo – scrive sempre Attili – trova nella mercificazione turistica del territorio uno dei suoi terreni più fertili“. Si comincia con una notizia, con un premio, con una richiesta di tutela (candidature a siti Unesco) che sposta i riflettori sulla località o sul bene specifico e si prosegue con lo stanziamento di finanziamenti che quasi sempre servono ad arricchire consulenti ed esperti e ad attrarre gli industriali del turismo, a museificare e desertificare ciò che prima era semplicemente autentico e vissuto. Forse l’oblio è la scelta conservativa migliore in territori che ancora non hanno scelto di percorrere la strada della rigenerazione e, soprattutto, in un periodo come quello attuale caratterizzato dall’astinenza da viaggio che lascia presagire futuri assalti.

Massimiliano Capalbo

4 Marzo 2021/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/overtourism.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2021-03-04 13:32:572021-03-04 14:03:10L’oblio che conserva, in attesa della rigenerazione
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La rivoluzione eretica di Vaccarizzo

Scrivo questo pezzo con gli occhi lucidi di commozione, perché oggi è un giorno importante. Perché sono orgoglioso e onorato di far parte di una comunità, quella di Vaccarizzo, e perché sono consapevole che ha in mano i destini del Mezzogiorno e forse anche del resto d’Italia, anche se ancora non lo sa.
Questa mattina, in questa piccola frazione di un piccolo comune (quello di Montalto Uffugo) di una sperduta provincia dell’Italia (Cosenza), di una regione tra quelle considerate dai grandi economisti, locali e nazionali, come un problema più che una risorsa (la Calabria), è stata inaugurata la Putiga, un piccolo emporio di prodotti alimentari. Voi direte: embè? Non credi di esagerare? Dove sta la rivoluzione? No, non credo affatto di esagerare. Credo invece, come ho sempre creduto fin dal primo minuto, che ci troviamo di fronte ad un prototipo di comunità che genererà tantissimi tentativi di imitazione e, quindi, quel cambiamento tanto evocato e mai raggiunto, che è poi anche lo scopo finale di questo progetto.
Vaccarizzo è un borgo di poche centinaia di anime, vittima dello spopolamento, come la maggior parte dei borghi del Meridione e non solo. La differenza è che qui c’è un’eretica, che si chiama Roberta Caruso, che dopo aver creato Home for Creativity, nella vicina Montalto, è riuscita a coinvolgere in un progetto di rigenerazione sociale il Mit di Boston. Dopo un percorso di consapevolezza e di riscoperta delle risorse e delle potenzialità della comunità e del territorio nel quale si trova, che è andato oltre l’esperimento iniziale col Mit, il progetto “I live in Vaccarizzo” ha continuato a camminare con le proprie gambe, approdando alla costituzione di una Cooperativa di Comunità che ha generato a cascata: la ristrutturazione del bar principale del paese, la riapertura dell’ufficio postale, l’apertura qualche mese fa di un emporio di prodotti per la casa e, questa mattina, l’inaugurazione della seconda attività commerciale (nel borgo era rimasto aperto solo il bar principale) una bottega di prodotti alimentari. Ma, cosa più importante, il trasferimento di sei nuovi abitanti, una coppia e quattro single (italiani, lettoni e argentini). Si tratta di studenti Erasmus Plus, artisti e un professore. Gli stranieri sono giunti tramite la piattaforma Workaway, alla ricerca di un posto in cui trasferirsi, tutti pagano un affitto e occupano le case abbandonate del borgo che comincia a ripopolarsi nell’entusiasmo generale. Inutile dire che le richieste di sistemazione, per valutare l’acquisto di immobili e sperimentare il clima del borgo, sono in aumento.
Tutto questo è stato prodotto facendo leva principalmente sulle proprie risorse umane ed economiche: un crowdfunding e un prestito bancario. La Cooperativa, grazie alla sua determinazione, si è aggiudicata poi il bando CoopStartup per progetti legati alla costituzione di cooperative di comunità. “Questo non è il lavoro di un singolo ma un lavoro di squadra – ha affermato Roberta, nel corso dell’inaugurazione – questo è solo l’inizio di un percorso che ci porterà lontano.”
Di tutto questo, oggi, non troverete traccia sui principali media italiani più interessati a far sapere agli italiani come fa colazione Mario Draghi. Eppure, se oggi volete trovare dei veri economisti, dovete venire in Calabria, in Aspromonte oppure alle pendici della Catena Costiera, in quei posti considerati irrecuperabili perché hanno resistito alle sirene del profitto senza fine e della crescita infinita. Qui troverete esseri umani che non sono stati de-formati dai master di qualche prestigiosa università italiana, americana o inglese. Qui troverete persone che hanno messo passione, talenti, gioia, allegria, entusiasmo prima che competenze, al servizio di un progetto di vita comune, persone che sono ancora in grado di sorridere e accogliere l’altro essere umano, quello spaventato che fugge da quegli enormi agglomerati urbani che i grandi economisti, dalla faccia triste, hanno teorizzato prima e convinto poi la partitica a produrre. Se chi vi propone un progetto non è il primo a farne parte, ad esserne protagonista, vuol dire che sta recitando una parte, che non crede in quello che afferma, che il progetto è strumentale al raggiungimento di altri scopi.
Nell’era del Covid, nell’era delle chiusure, a Vaccarizzo si apre, si rinasce, si crea economia, perché una comunità ha deciso di farlo, dopo aver compiuto un percorso che ha consentito ai suoi membri di relazionarsi, di far cadere le barriere e le diffidenze che li tenevano separati, di incontrarsi di persona intorno ad una tavola imbandita invece di isolarsi davanti alla tv o ad un computer, di mettere al servizio di tutti le proprie competenze e i propri talenti. Quello che il resto del Paese dovrebbe fare in questo momento difficile e non fa. Non hanno aspettato che un’istituzione lo facesse al posto loro (si sono fatti loro stessi istituzione); che un ente locale mettesse tanti soldi (indebitando oltremisura la comunità) per commissionare un progetto a qualche “esperto” (hanno trovato loro le risorse e le motivazioni); non hanno atteso che si facesse una legge che gli desse l’autorizzazione di agire (hanno posto le basi per definire un modello di sviluppo socio-economico realmente sostenibile). Sul loro esempio si potrebbe scrivere un trattato socio-economico-politico.
Qui non siamo di fronte all’operazione di marketing turistico di facciata, sempre più frequente, che strumentalizza e inflaziona la parola “borgo” per camuffare l’ennesimo sperpero di denaro pubblico. Qui non siamo di fronte a quei meccanismi perversi che producono la distruzione dell’identità dei luoghi e la loro omologazione ad uno schema disegnato a tavolino o peggio ancora la loro museificazione secondo il modello Matera. Qui non si mettono in atto la privatizzazione degli spazi pubblici e la mercificazione del paesaggio. Vaccarizzo non possiede il grande monumento storico, la grande opera d’arte, non ha dato natali a grandi personaggi storici, non ha esemplari rari di piante, non è facilmente raggiungibile, non ha le “infrastrutture”, secondo i grandi consulenti di economia turistica non avrebbe le carte in regola per essere attrattivo. In realtà la sua vera attrazione è costituita dalla sua comunità. Qui c’è la cosa più difficile da creare e da imitare, una comunità di persone in carne ed ossa, reale e coesa, che vive, lavora, fa la spesa, prende il caffè, litiga, dialoga, organizza, brinda quotidianamente ai propri successi e si interroga di fronte ai fallimenti con un unico obiettivo: il ben-essere collettivo. Quella comunità che servirebbe al nostro Paese per uscire da una crisi che prima che economica è di fiducia e di scopo. Questa è la vera rivoluzione che volevo raccontarvi, silenziosa, sotto traccia ma inesorabile e inarrestabile che ci travolgerà lentamente e senza far rumore. Perché le imprese eretiche sono prima umane e poi economiche.

Massimiliano Capalbo

 

si ringrazia per la foto: Piero Sciammarella

27 Febbraio 2021/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/i-live-in-vaccarizzo.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2021-02-27 14:56:572021-02-27 18:08:01La rivoluzione eretica di Vaccarizzo
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E quando i vaccini non c’erano? C’era la Sila

Venti piccoli cosentini dai 3 ai 12 anni confinati sulle montagne della Sila per 642 giorni. Non è uno dei tanti stupidi reality dei tempi moderni, è un racconto di vita vera che arriva dal tempo in cui non esistevano i vaccini. La chiamavano semplicemente «bonifica umana», era una selezione naturale combattuta da esistenze fragilissime. Si era nel mezzo di un’epidemia di malaria, una malattia che ancora oggi uccide circa 500mila persone ogni anno, in gran parte bambini. E’ l’estate del 1910 quando Felice Migliori (nome omen, a Cosenza portano il suo nome una via e un reparto di chirurgia), direttore dell’ospedale cosentino, scriveva: «è un male universalizzato che non rispetta né contrade, né paesi e come tale non può nemmeno rispettare Cosenza». Ai primi del secolo le scudisciate di questo morbo si abbatterono soprattutto sui più deboli: ospedale, brefotrofio, piccoli ospizi di periferia conoscevano lo strazio di quei teneri organismi letteralmente consumati da febbri, anemie, chechessie con associati tumori alla milza, ingorghi epatici e glandulari.
Molti quartieri cittadini erano allora vere e proprie latrine a cielo aperto, ricettacolo di batteri di ogni sorta. Così la «cura chininica intensiva» alla quale venivano sottoposti nei primi anni di vita i bambini non produceva vantaggio perché, sempre a detta del Migliori: «Quando ai mezzi della terapia non sono associati gli altri fattori igienici non possono accendersi i caduti poteri vitali». La “soluzione” del malariologo piemontese Bartolomeo Gosio, subito accolta dall’associazione dei medici condotti ed ufficiali sanitari, dal sindaco di Cosenza Francesco Cundari e dal senatore Francesco Mele, assunse in fretta l’appellativo di “bonifica umana”: «La malaria è per eccellenza malattia da sanatorio – spiegava Gosio alla buona borghesia cosentina – queste terre hanno in sé mezzi naturali molto propizi per porgere un riparo ed attenuare le conseguenze, fino ad ora deplorevoli».
La Sila come una medicina, insomma. Così, «in quella plaga di Sila incantata che si raggiunge dopo circa un’ora di vettura dalla Serra di Acquafredda, d’accosto alla rotabile che arriva a San Giovanni in Fiore, in mezzo al folto dei pini, in una brughiera deliziosissima», ad un’altitudine di 1200 metri, venne impiantato il Sanatorio Silano: inizialmente solo due tende “Gottshalk” alle quali poi si aggiunse un padiglione prefabbricato “Döcher”, spediti direttamente dalla direzione generale di sanità.
Nel giro di 642 giorni i bambini furono tutti restituiti alle loro famiglie «rigogliosi di vita, pieni di salute, senza alcuna traccia della malaria preesistente» o come ebbe a verificare un altro Migliori, tale Domenico, medico membro del comitato direttivo: «Quei teneri organismi lenti e passivi, perché defedati dalla malaria, intesero a poco a poco ingagliardire la fibra, saturandosi il sangue di globuli rossi, risorgendo a vita novella». Non solo cure fisiche. Le volontarie, emancipate e colte donne piemontesi come Giuseppina Le Maire insegnavano ai piccoli degenti normali abitudini d’igiene, pulizia, ordine e, insieme a queste, le sacre leggi della lealtà, della benevolenza, della tolleranza. A ciò si aggiungeva l’opera di educazione scolastica della quale beneficiavano non soltanto i ricoverati ma anche quei «bimbi della popolazione nomade, sparsa per quella distesa silana più vicina al sanatorio». Perché la malaria e le malattie in generale si vincevano, secondo la Le Maire, anche grazie alla «cura intensiva dell’anima, con una scuola volontaria che infondendo il principio della libertà individuale, rafforzò il sentimento del dovere e per l’amore di tutte le creature, dando comprensione della natura e della bellezza».
Piccoli e grandi eroi di una sanità tanto diversa da quella dei giorni nostri. Qui ci piace ricordarli tutti: Giovanni e Pasquale Borrello, Michele Tagliente (Castrovillari), Domenico Miraglia (Firmo), Francesco Sergio, Giuseppina Rossi (Tarsia), Giovanni Briglia, Pasquale Cianceruso, Carmela De Simone, Ida Esposito, Ester e Giovannina Fera, Elvira Galliano, Antonio Gervasi, Ninfa Migliorini, Angelina Picarelli, Carmela Pucci, Anna Solbaro, Antonio Palermo (Cosenza) sconfissero la malaria grazie alle cure silane del “malariologo” piemontese Bartolomeo Gosio, del medico cosentino Angelo Cosco e all’amabile assistenza delle volontarie Le Maire, Ferreri e Roux.

Matteo Dalena

 

PER APPROFONDIMENTI: un opuscolo del 1911 intitolato “Sanatorii antimalarici della Provincia di Cosenza” edito dalla Tipografia della Cronaca di Calabria e poi degli appunti cartacei del dottor Migliori in Opere Pie dell’Archivio di Stato di Cosenza.

Si ringrazia per il permesso alla pubblicazione la pagina fb “La Sila posto meraviglioso“.

21 Gennaio 2021/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/sila.jpeg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2021-01-21 08:38:472021-01-21 08:57:10E quando i vaccini non c’erano? C’era la Sila
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L’autore:

Massimiliano Capalbo

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