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Comunicazione, Eretiche riflessioni, Società

La fabbrica della violenza

Due giorni fa sono rimasto colpito dall’arroganza, dalla violenza verbale gratuita e dalla frustrazione repressa che sono emerse dagli insulti che Antonio Ricci (ideatore di Striscia la notizia) ha rivolto al cantautore Claudio Baglioni.
Come quasi sempre accade in Italia, in circostanze simili, la tendenza è quella di prendere sottogamba tali atteggiamenti e la reazione avviene secondo uno schema mentale ben definito. Se la persona attaccata non rientra tra le mie preferenze, se non la stimo, se non è tra quelle presenti nel mio schieramento mentale, non reagisco, anzi sotto sotto godo perché posso usufruire di un attacco per conto terzi. Al contrario reagisco, coalizzandomi con i miei simili, se fa parte della mia fazione. Ed infatti i fans del cantautore hanno protestato esigendo da Ricci le scuse, come se fosse un fatto personale.
Questa vicenda dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, che l’insulto oggi è all’ordine del giorno in tutti i campi, non solo in politica. È indice di una nevrosi, di un impazzimento generale dell’uomo post-moderno dovuto al modello di società in cui vive e ai ritmi che sopporta. La tendenza è quella di porre l’ego prima ogni cosa, di emergere a tutti i costi, a prescindere dalle capacità e dai meriti posseduti, di scalpitare in continuazione per sopraffare l’altro, di dettare l’agenda altrui sia per quanto riguarda le opinioni politiche che per i credi religiosi e finanche i gusti musicali. In Italia molta gente tenta, a più riprese, di imporre la dittatura in vari campi quando può. Per farlo si usano spesso le parole come se fossero un’arma e chi usa le parole come un’arma non dovrebbe avere spazio nei media perché diffonde violenza e pertanto è da ritenersi una persona socialmente pericolosa.
Non sono passate nemmeno 24 ore da quel mio commento che i fatti di Macerata hanno, purtroppo, subito confermato questa mia affermazione. Una persona facilmente influenzabile dai media (chi non lo è oggi e in che misura?) dopo l’omicidio di Pamela Mastropietro ha impugnato una pistola ed è andato in giro per Macerata alla ricerca di extracomunitari da uccidere, ferendone per fortuna solo sei.
La giornalista Lucia Annunziata parla di un confine superato, di un limite attraversato,  buttandola in partitica come sempre avviene in Italia, allo stesso modo in cui i commentatori delle affermazioni di Ricci l’hanno buttata in musica, dimenticando di far parte di quella fabbrica della violenza che sono ormai diventati i media, che non si limitano più a riportare le notizie ma le creano ad arte. Come è avvenuto proprio con Salvini che l’Annunziata addita come responsabile morale del gesto.
Se Salvini oggi è diventato noto e raccoglie consensi è perché, ad un certo punto della storia di questo paese, i media (Annunziata compresa) hanno deciso di accendere i riflettori su di lui quando non era nessuno e non vi era alcun criterio di notiziabilitá per farlo diventare famoso, se non le sue farneticanti iniziative. Chi ha deciso improvvisamente di parlare di Salvini ogni giorno quando si recava in missione provocatoria nei mercati, nei centri sociali, negli accampamenti rom e così via? Chi sono gli amici all’interno dei media che hanno deciso di sovraesporre Salvini all’attenzione dell’opinione pubblica? Forse è questa la vera indagine che andrebbe fatta per capire come si crea ad arte, oggi, un personaggio pericoloso. E attenzione, perché io non ho minimamente paura di Salvini, non ne ho mai parlato su Ereticamente, le sue posizioni estreme fanno parte di una strategia per posizionarsi ai bordi del mercato della partitica, così come si posiziona una scatoletta di pomodori in quello alimentare, si tratta di puro marketing. Più sei estremo più hai la possibilità di ritagliarti una nicchia di consensi.
Ho paura, invece, di chi crede in quelle affermazioni. Ho paura di quegli esagitati che, come ieri a Macerata, imbracciano un fucile o una pistola e danno forma alle loro paure sollecitati dalle affermazioni di questi irresponsabili.
La nostra società è quella del “l’ha detto la tv, c’è scritto su Internet, l’ha pronunciato quella persona influente, perciò è sicuramente vero… Smetti di credere a ciò che dicono le altre persone, sperimentalo di persona – ci avverte Serena Pattaro, longevity coach – Per la legge di risonanza ogni pettegolezzo che esprimi e in cui credi, ti ritorna un’energia uguale; poi, devi sprecarne altra per dimostrare che la verità su di te è un’altra. Ecco come la vibrazione ti torna indietro con gli interessi.“

Massimiliano Capalbo

4 Febbraio 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/sussurrare-orecchio.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-02-04 11:06:472018-02-04 11:11:49La fabbrica della violenza
Comunicazione, Eretiche riflessioni, Società

La pedagogia della paura

Dunque nel 2017 non è scoppiata la guerra mondiale nucleare. Lo aveva annunciato una decina d’anni fa nel suo sito un “guru” della rete, co-fondatore in Italia di un movimento politico on line. Non era l’unico, l’ipotesi circolava anche in altri siti legati alla finanza internazionale, sembrava che nei piani alti del potere ci si divertisse a pensare catastrofico.
La rete è piena di annunci di guerre mondiali, catastrofi, carestie, imbarbarimenti e abiezioni di ogni genere, i media educano poi giornalmente i bambini a vedere, concepire e quasi ammirare ciò che è mostruoso e deforme. Vedere il male, avvertiva Jung, rischia di rendere complici del male. Ben lo sa maestra tv.
I rivoluzionari vorrebbero lo scoppio di rivoluzioni in tutto il mondo e, non avendo seguito, accusano la massa degli uomini di essere “pecore”; ci sono poi gli esoterici che rimproverano agli uomini di non seguire gli insegnamenti illuminanti dei loro “maestri” e lanciano anche essi agli uomini l’accusa di essere “pecore”; ci sono i cultori della scienza e della tecnica (è un vero culto) che vorrebbero il mondo fosse regolato solo dalle macchine e dalla scienza e accusano gli uomini di non essere sufficientemente informati, scientizzati, scolarizzati, insomma degli ignoranti, “capre”; ci sono i fanatici religiosi che vorrebbero tutto il mondo uniformato e sottomesso alla “parola” del “loro” dio e annunciano ai peccatori terribili castighi, e cosi’ via.
E’ come se tutti costoro, non trovando gli esseri umani perfetti (cioè uguali a loro), volessero punirli. Annunciano la fine del mondo perché il mondo non va loro dietro, è la pedagogia della paura. Ho il dubbio che il catastrofismo (e i suoi derivati come l’austerity) sia una forma di perversione religiosa, quella che ha portato per secoli a pensare Dio come il vendicatore e il castigatore, cioè in una forma proto-umana.
Come sarà il 2018? A pensarlo male, male sarà perché, in ultima analisi, l’anno che viene sarà nutrito dalle nostre intenzioni. Non è esprimendo desideri e aspettative che si realizzeranno, o affidandosi alla sorte e al buon operare di altri, che pacchia!
Si tratta invece di sentire in profondità (prima che si manifesti) il bene possibile, come fa la pianta quando sente l’arrivo della bella stagione e si rianima ancor prima che essa arrivi. Se sentiamo il bene della vita che arriva, questo ha qualche possibilità di maturare. Matureremo insieme.

Giuliano Buselli

2 Gennaio 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/giudizio-universale.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-01-02 10:49:182018-01-02 10:50:57La pedagogia della paura
Ambiente, Calabria, Comunicazione, Eretiche riflessioni, Società, Turismo

L’oggetto che ricuce

Il 9 dicembre scorso sono stato a Morano Calabro, invitato da Bruno Mainieri e Angelo Pessolano per partecipare a “Morano MuSAP Forum 17”, una tre giorni dedicata ad immaginare un’operazione di rigenerazione del Museo di Storia dell’Agricoltura e della Pastorizia di Morano Calabro. Il museo è nato, di fatto, nel 1981 per volontà del Prof. Francesco Mainieri, fratello di Bruno, prematuramente scomparso nel 2015, che ha trasformato una mostra temporanea in un museo permanente che ospita centinaia di attrezzi e utensili che hanno fatto la storia dell’agricoltura e della pastorizia in Calabria e non solo. Francesco, un anno prima di morire, ha scritto una nota/testamento nella quale ha fornito alcune indicazioni per la salvaguardia del museo. Il fratello Bruno assieme ad alcuni amici (suoi e di Francesco) si sono dunque messi in moto per assecondare la volontà di Francesco, radunando e connettendo tra loro appassionati, esperti, docenti, per raccogliere idee, suggerimenti, proposte ed impedire che l’enorme patrimonio culturale contenuto nel museo (circa 800 reperti e oggetti di uso quotidiano e oltre 150 tavole esplicative), che occupa un intero, enorme e antico edificio di proprietà del comune, possa marcire nella polvere in un’epoca in cui i musei rappresentano forse la forma di intrattenimento culturale meno gettonata. L’occasione mi è stata propizia, ed è il motivo per cui ringrazio Bruno e Angelo per l’invito, per conoscere questo museo, che non avevo mai visitato prima, nonostante conosca e frequenti Morano Calabro da oltre dieci anni ma anche per fare alcune riflessioni sul tema.
La prima riflessione ha a che fare con qualcosa che accomuna quasi tutte le storie dei musei. L’esistenza di questi luoghi della memoria è quasi sempre merito della “follia” (o per meglio dire dell’eresia) di qualche appassionato che ha avuto gli occhi per vedere e riconoscere il valore che aveva davanti e la volontà di impedire che tutto questo andasse perduto. Il valore che oggi possiamo ritrovare e toccare con mano nei nostri piccoli centri storici nasce, quasi sempre, dalla lungimiranza di quei pochi che hanno compreso, prima degli altri, il valore della memoria in una prospettiva futura. Ricordare e conservare, dunque, non solo per non dimenticare o per “fare la storia”, quanto per dare l’opportunità ai posteri di capire dove andare, in quale direzione procedere, quando si perde l’orientamento e si smarrisce la via come sta avvenendo oggi. Francesco Mainieri ha cominciato questo lungo lavoro nel 1977 e me lo immagino, nel 1981, decidere di allestire questa mostra, con la consapevolezza di chi sta sfidando lo scetticismo e il rifiuto dei propri compaesani che, come tutti all’epoca, avevano un cieca fiducia nel progresso (leggi tecnologia e consumismo) e nella crescita infinita, che si vergognavano del loro passato e di questo ritorno ai tempi dai quali stavano facendo di tutto per fuggire e che avranno certamente considerato questo suo tentativo come la nostalgia romantica di un bizzarro collezionista.
La seconda riflessione riguarda il concetto stesso di museo. Questi luoghi dove gli oggetti vengono ammassati più o meno ordinatamente, più o meno scenograficamente, in varie sale hanno fatto il loro tempo. In un’epoca in cui la risorsa più scarsa è l’attenzione non è più il visitatore che deve andare dall’oggetto ma è l’oggetto che deve andare dal visitatore. Questo significa che invece di raccogliere tutti gli oggetti in un unico posto forse è arrivato il momento di disseminarli sul territorio, nei luoghi dove il visitatore è costretto ad (o preferisce) andare: ristoranti, pub, b&B, hotel, agriturismi, cantine etc. Questo consente di avere tre vantaggi: 1) non dover essere costretti a trovare un luogo dove esporli; 2) non doversi preoccupare degli allestimenti (perché sarebbero a carico dei vari custodi che in cambio dell’ottenimento in custodia dell’oggetto andrebbero vincolati ad esporlo seguendo i criteri indicati dai curatori della collezione); 3) non dover predisporre una guida che accompagni i visitatori (perché l’affidatario dell’oggetto dovrebbe assumersi anche quest’onere). Tutto questo consentirebbe l’abbattimento dei costi di affitto dell’immobile che dovrebbe ospitare il museo, di allestimento degli spazi espositivi e di assunzione di personale per la sua gestione. Ma, soprattutto, di liberarsi della dipendenza dal finanziamento pubblico. In cambio la struttura ospitante si arricchirebbe di oggetti in grado di dare valore, significati e lustro agli spazi, anche perché è arrivato il momento che i residenti si riapproprino dei significati, dei simboli e della storia dei propri luoghi. La maggior parte delle brutture e dell’appiattimento che ci circondano nasce proprio da questo sradicamento, da questo oblio, da questa disarticolazione della narrazione locale, dal fatto che abbiamo relegato nei (e delegato ai) musei la memoria di cosa siamo stati. Gli oggetti potrebbero rappresentare questo filo conduttore in grado di ricucire e richiudere ferite e contrapposizioni, di far emergere dall’oblio luoghi e simboli e di rafforzare l’identità locale, prerequisito fondamentale per poter essere capaci di scrivere una nuova storia.

Massimiliano Capalbo

20 Dicembre 2017/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/cucitura.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2017-12-20 10:41:082017-12-20 10:49:18L’oggetto che ricuce
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