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Eretiche riflessioni, Società

Futuro vegetale

Mentre il finto cambiamento riempie le pagine dei giornali, gli schermi delle tv ed i profili dei social network, a Firenze è partito dalla scorsa settimana un master destinato a rivoluzionare il nostro modo di stare al mondo e a formare nuove professionalità in grado di aprire nuovi scenari dall’incontro tra ricerca botanica, sociale e progettuale. Si chiama Futuro Vegetale e intende preparare professionisti in grado di affrontare i problemi complessi che emergono dalle trasformazioni ambientali e sociali che interessano la contemporaneità.
Il master è coordinato da Leonardo Chiesi che insegna sociologia nella Scuola di architettura dell’Università di Firenze e dirige il LabSo, il Laboratorio sociologico su design, architettura, città e Stefano Mancuso che dirige il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia vegetale, un calabrese (originario di Catanzaro) di cui sentiremo parlare sempre di più da oggi in avanti. Nel 2013 il New Yorker lo ha inserito nella classifica degli “world changes”.
Assieme al sottoscritto altri 44 tra architetti, artisti, botanici, agronomi, linguisti, seguono il master di I livello che durerà fino all’inizio di luglio e che ha, nella sua missione, la realizzazione di progetti concreti partendo dall’osservazione del mondo vegetale. Gli ambiti sono i più disparati: dall’architettura all’innovazione sociale, dall’inquinamento ambientale ai saperi tradizionali.
Nelle prime due giornate di corso, il 2 e il 3 marzo, ciascun partecipante si è presentato raccontando le proprie esperienze formative ma anche lavorative. La maggior parte proviene dal mondo del lavoro (diversi da quello estero), pochi gli studenti, e ciò che ha caratterizzato la maggior parte degli interventi è stata la voglia comune di abbandonare ritmi, ruoli, mentalità e obiettivi privi di senso per abbracciarne altri più “naturali”. “Ero stanco di lavorare per un’azienda priva di etica“, “appena ho saputo di questo master ho capito che era quello che cercavo“, “sento questo tema della natura molto vicino alle mie aspirazioni“, “assieme al mio compagno/compagna abbiamo deciso di cambiare vita“, “avverto una forte curiosità verso un approccio così multidisciplinare” queste alcune delle affermazioni ricorrenti che hanno motivato la scelta di frequentarlo dei vari partecipanti. Quasi tutti si sono già avvicinati da tempo alla natura per lavoro o per passione, c’è chi coltiva orti, chi progetta giardini, chi edifici energeticamente sostenibili, chi ripensa il paesaggio, chi ha partecipato a progetti di sviluppo sostenibile all’estero e così via. E’ quasi come se questo corso avesse fatto precipitare, come a seguito di una separazione chimica, la sostanza solida insolubile (i partecipanti) che si è formata in una soluzione (il modello economico in cui viviamo) a causa dell’aggiunta di un solvente (la crisi) che ne ha diminuito la solubilità.
La multidisciplinarietà dei temi trattati ma anche dei partecipanti rappresenta un elemento di forza di questa esperienza, perché consente di avere una visione esattamente opposta rispetto a quella che domina le nostre società, dove l’approccio dei comparti “a camere stagne” è spesso alla base del nostro fallimento. L’uomo post-moderno risulta incapace di una visione d’insieme dei problemi e della realtà, se a questo aggiungiamo l’antropocentrismo (l’uomo e il suo punto di vista al centro del mondo o al vertice di un’ipotetica piramide dei viventi) e l’esaltazione del cervello umano come organo straordinario e potentissimo da emulare nella progettazione di macchine sempre più “intelligenti”, ci rendiamo conto di come il concept di questo master appaia eretico oltre che rivoluzionario.
Siamo dei pionieri, non v’è dubbio. Ci vorrà molto tempo, molta umiltà e molta capacità comunicativa perchè l’uomo post-moderno possa acquisire la consapevolezza di un mondo vegetale molto più intelligente e adattivo di quelli animale e umano, fin qui considerati fonte di ispirazione per l’evoluzione della propria esistenza sul pianeta.
Si tratta di tematiche che vanno ad influenzare e ad incidere sul nostro modo di intendere le organizzazioni sociali, la convivenza, l’abitare, il consumo, il rapporto con gli altri, ad esempio, che sono completamente assenti nel dibattito pubblico (politico e non) contemporaneo e di cui i cosiddetti “decisori finali” sono assolutamente all’oscuro. Vista da Palazzo Bardini, la sede del master, la distanza tra questi temi e la nostra società sembra ancora maggiore.

Massimiliano Capalbo

8 Marzo 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/FUTURO-VEGETALE.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-03-08 18:11:292018-03-08 18:20:41Futuro vegetale
Eretiche riflessioni, Politica, Società

Perché ci ostiniamo?

Le reazioni suscitate dall’articolo di ieri mi stimolano un’ulteriore e approfondita riflessione sul tema della partecipazione alla vita collettiva di una comunità, di cui spesso abbiamo un’errata opinione. Col mio scritto non ho inteso separare il mondo in due categorie: i deficienti che vanno a votare e gli intelligenti che non lo fanno, credevo fosse chiaro, ma in persone che fanno scelte consapevoli assumendosene la responsabilità (qualsiasi esse siano) e persone che si confondono nel gregge adeguandosi ai più e che, contemporaneamente, si permettono di dare lezioni di democrazia a chi non si conforma. E, di solito, è dal tono dei commenti che ne seguono che si evince chi si sente parte di uno schieramento piuttosto che di un altro.
Ho elencato alcuni degli impegni che quotidianamente mi sobbarco non per vantarmi di quanto sia bravo o filantropo ma per far comprendere che non sono atti dovuti ma libere scelte che il sottoscritto, come tanti altri nella società (assieme ai quali rappresento una minoranza) compiono quotidianamente, senza chiedere nulla in cambio. Perché continuiamo a farle? Cos’è che ci impedisce di fare come fa la maggioranza delle persone? Cos’è che ci spinge ad alzarci la mattina e a proseguire, nonostante le numerose difficoltà, nelle nostre intraprese? Perché ci ostiniamo a crederci nonostante uno Stato ingrato, incompetente e corrotto? Perché non scendiamo in piazza con un cartello “precario” al collo come fanno in tanti e chiediamo di essere assistiti? Perché non ci accontentiamo di mettere una x su una scheda elettorale come fanno in tanti? Perché non scendiamo in campo con una delle bandiere possibili e ci prestiamo al gioco al massacro quotidiano delle contrapposizioni sterili?
Perché perderemmo la nostra umanità e la nostra libertà e rischieremmo di diventare come gli organismi geneticamente modificati che ci governano, di fronte alle dichiarazioni dei quali poi ci meravigliamo. Ma come? Ha detto che si dimette e poi non lo fa? Aveva promesso questo e non ce l’ha dato! E via lamentandosi. Le organizzazioni dovevano servire a trasformare la vita degli uomini e invece hanno trasformato gli uomini stessi che non si riconoscono più. Servono a creare divisioni non ad eliminarle.
Ho elencato gli impegni quotidiani per dimostrare che ci sono diversi modi di contribuire al miglioramento della società, tutti legittimi se volti a questo scopo, mentre la convinzione più diffusa è che questo possa avvenire solo nelle modalità che le istituzioni e i media continuano a propagandare. Da tempo affermo che occorre farsi istituzione e sostituirsi a quelle tradizionali, il senso più alto del sentirsi parte di una comunità. Da tempo sono alla ricerca di nuove forme di organizzazione collettiva perché convinto che quelle che ci ostiniamo a utilizzare sono inadeguate all’epoca in cui viviamo.
C’è poi qualcosa, un’energia, che ci spinge ogni giorno ad agire che non ha niente a che fare con l’esibizionismo o la voglia di protagonismo per ottenere i quali sarebbe molto più semplice arruolarsi in una delle organizzazioni che conosciamo. E’ la creatività insita in ogni uomo. L’uomo è un essere creativo capace di immaginazione e quest’energia deve essere messa a frutto. L’uomo è fatto per assomigliare al suo Creatore e se non riesce a sfogare questa sua immaginazione in positivo lo fa in negativo. Ecco perché, quando entra nelle istituzioni, si rende protagonista delle peggiori cose. Perché li dentro in qualche modo viene castrato di questa sua capacità. Spesso mi meraviglio di come, nonostante le difficoltà e l’ingratitudine, quest’energia non si affievolisca. Immagino sia la stessa che ha consentito a tanti personaggi, più o meno noti, che si sono affacciati nel corso della storia, di imprimere un cambiamento al corso degli eventi. Innamorarsi di un problema e diventarne la soluzione, scrivevo qualche settimana fa, è l’unico modo per affrontare la vita in maniera proattiva, perché la vita è fatta di problemi mentre la caratteristica di noi esseri umani è quella di fuggire di fronte ai problemi, di rifugiarci dietro gli alibi e di confonderci nella massa indistinta del gregge. Credo che questa sia la chiave di volta di molte scelte apparentemente incomprensibili, di un agire apparentemente inspiegabile perché non conforme all’agire collettivo fatto di “do ut des”.

Massimiliano Capalbo

6 Marzo 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/asino.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-03-06 08:33:572018-03-06 08:59:03Perché ci ostiniamo?
Eretiche riflessioni, Politica, Società

Il senso di colpa e il gregge

A giudicare dalle opinioni più comuni, che si trovano soprattutto sui social network, io sarei un cattivo cittadino e dovrei sentirmi in colpa. Non ho votato al Referendum scorso così come alle Politiche di ieri, non ho firmato il registro contro la ‘ndrangheta, non festeggio il 25 aprile e il 1 maggio (anzi sono tra le giornate dell’anno in cui lavoro di più), non commemoro anniversari, non scendo in piazza con cartelli in mano per protestare (l’ultima volta risale ad una decina d’anni fa e l’ho fatto per esprimere solidarietà ad un imprenditore vessato dalla criminalità organizzata). Tra affermazioni patetiche del tipo “pensa a chi ha lottato per garantire che oggi noi potessimo votare” e altisonanti come “faremo la rivoluzione” ho preferito restare a casa. Anche perché è dal 2007 che vado in giro per l’Italia e l’Europa a fare politica e ogni tanto c’è bisogno anche di riposarsi.
Ho visto gente, alla stregua di fuochi di paglia, infiammarsi nelle ultime settimane e imbracciare un vessillo per cercare di convincere gli altri che questa fosse la battaglia decisiva, quella stessa gente che domani ritornerà a sedersi davanti alla televisione a fare lo spettatore o a lamentarsi delle cose che continueranno a non funzionare. Il voto, ormai, ha la stessa efficacia di un like messo su Facebook, esprime al massimo un sentimento, nulla di più. E in effetti è il sentimento quello che esce fuori da quest’ultima consultazione elettorale: paura del Nord di perdere il potere (soprattutto economico) detenuto fin qui ed ennesima richiesta di assistenzialismo proveniente dal Sud. Quando il processo di informatizzazione del voto, avviato dai 5stelle, diventerà diffuso e generalizzato sarà ancora più facile esprimere sentimenti con un click. Chi ha lottato per garantire che oggi potessimo votare si starà divertendo nell’osservare l’incapacità degli italiani di riformare gli strumenti attraverso i quali si ostinano a darsi un governo.
Quando c’è da compiere una scelta poco chiara, come ad esempio quella di andare a votare con una leggere elettorale truffaldina (le cui schede questa volta, ironia della sorte, avevano un tagliando antitruffa) il comportamento più diffuso tra le persone è quello di far sentire in colpa chi non si adegua, per un motivo molto semplice: non essendo sicuro di quello che stai facendo hai bisogno di confermare la tua scelta uniformandoti al gregge e di additare chi non lo fa. Anche perché quando sbagliano in tanti non sbaglia nessuno e tutti sono assolti. E’ lo stesso senso di colpa che quotidianamente spinge le persone a decidere di scegliere un lavoro piuttosto che un altro, una scuola piuttosto che un’altra, una moglie o un marito piuttosto che un altro, un abito piuttosto che un altro, se lo fanno tutti ti senti meno in colpa e più rassicurato. Anche per questo le maggioranze non mi sono mai piaciute.
Io il senso di colpa non ce l’ho. Sarà perché è dal 2007 che vado (a spese mie e della mia attività) a parlare nelle scuole per evitare che i ragazzi entrino a far parte del gregge, che pubblico libri per cercare di far riflettere sui nostri comportamenti quotidiani, che aiuto giovani imprenditori ad emergere portandoli sotto i riflettori o raccontandone l’agire anche quando a loro non sembra particolarmente importante farlo, che creo impresa e pago le tasse anche se non ho nulla in cambio dallo Stato (quando non ostacoli), che mi batto per difendere il territorio bloccando centrali che inquinano, evitando il taglio dei boschi, preservando le aree archeologiche, insomma che agisco quotidianamente facendo la mia parte senza chiedere nulla in cambio, come un vero politico. Non mi sento, quindi, in debito nei confronti della collettività, semmai mi sento in credito e intendo continuare a sentirmi così finché ne avrò voglia e capacità.

Massimiliano Capalbo

5 Marzo 2018/1 Commento
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/IMG_20171222_154759.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-03-05 11:55:062018-03-05 11:55:06Il senso di colpa e il gregge
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Massimiliano Capalbo

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