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Ambiente, Calabria, Economia, Eretiche riflessioni, Politica, Società

Arriva la ZES, la Zona di Ennesimo Spreco

200 milioni di euro delle tasse degli italiani stanno per essere dilapidati, ancora una volta, sotto gli occhi di tutti e nessuna voce, né giornalistica, né partitica, né istituzionale si leva per gridare allo scandalo. E’ la ZES, la Zona di Ennesimo Spreco, il prossimo miraggio in grado di mettere tutti d’accordo.
A cominciare dai partitici come il ministro De Vincenti che la definisce “una spinta ulteriore alla ripresa del Mezzogiorno con i porti protagonisti” e come il presidente Oliverio che la definisce “una conquista” per finire ai sindacalisti. “La Zes sarà il cuore pulsante di Gioia Tauro” secondo Rosy Perrone, Segretaria Generale Cisl Reggio Calabria, mentre parla di “grande occasione” il segretario generale della Cgil Calabria, Angelo Sposato.
Sono gli stessi che in futuro ci racconteranno, indignandosi, di questo ennesimo spreco, quando sarà meno scomodo farlo, un esercizio di stile che si ripete puntualmente in Italia in generale (e in Calabria in particolare) quando si resta abbagliati dall’illusione di turno. E’ successo per la Cassa per il Mezzogiorno, per la Salerno-Reggio Calabria, per i call center, per i mega villaggi turistici, per le 488, per i PISL e per tanti altri miraggi proposti nel tempo come occasioni di rinascita da non perdere, con la fattiva collaborazione dei governi nazionali e locali di ogni colore. All’inizio vengono presentati come la manna dal cielo, alla fine diventano argomenti strumentali per le successive campagne elettorali con il patetico giochetto di rimpallo delle responsabilità.
Il porto di Gioia Tauro ha distrutto e avvelenato, assieme a tante altre schifezze costruite intorno alla valle, un tempo rigogliosissima, del Mesima il futuro di quei territori, sviati dalla loro vocazione naturale. Un suicidio di massa perpetrato con l’avallo e la collaborazione delle istituzioni e dei residenti. Questi territori sono la dimostrazione vivente di cosa succede quando si delega il proprio futuro a qualcun altro. Il porto di Gioia Tauro è servito alla ‘ndrangheta per trasportare più comodamente la droga in Calabria e come argomento per la strumentalizzazione partitica e sindacale. Ai residenti ha fatto comodo barattare la propria libertà e autodeterminazione con la comodità del lavoro sotto casa, senza sforzo, e alla partitica e ai sindacati non è parso vero di poter gestire le vite di tanta gente in funzione del consenso. Il risultato è il deserto, la morte, la povertà, il degrado. Le scorciatoie hanno un prezzo da pagare ovviamente.
“La Zes è una cosa straordinaria per attrarre investimenti anche dall’estero – esulta al Sole 24 Ore Natale Mazzuca, presidente di Unindustria Calabria – ma noi dobbiamo rendere appetibile l’arrivo a Gioia Tauro.” Suggerirei al presidente Mazzuca, per aumentare l’appetibilità, di far attivare di default un servizio di scorta armato a tutte le nuove imprese che apriranno a Gioia Tauro come si fa da anni con l’imprenditore Nino De Masi, un ottimo esempio vivente di come sia facile e allettante fare impresa qui. Gli suggerirei anche di chiedere a De Masi di fare da testimonial per illustrare, ai promettenti imprenditori stranieri, quali agevolazioni le banche saranno disposte a fornire alle loro imprese una volta che avranno deciso di aprire a Gioia Tauro.
Io non so quanti di voi e di loro hanno idea di cosa sia Gioia Tauro, questo non-luogo creato dalle istituzioni e promosso dai media senza se e senza ma. Io ci sono stato due anni per vedere con i miei occhi e l’ho descritto in questo resoconto definendolo il tour degli orrori. Bisognerebbe organizzare delle gite scolastiche a Gioia Tauro, come si fa ad Auschwitz, per spiegare alle future generazioni cosa succede quando si lascia campo libero alle istituzioni.

Massimiliano Capalbo

15 Aprile 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/gioia-tauro.jpeg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-04-15 09:10:512018-04-15 09:13:10Arriva la ZES, la Zona di Ennesimo Spreco
Comunicazione, Economia, Eretiche riflessioni, Hacking, Politica, Società, Tecnologia

This is your digital life

Ieri sera un servizio de “Le Iene”, a firma di Fabio Rovazzi, ha focalizzato l’attenzione sullo scandalo Cambridge Analytica che ha visto coinvolto il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg. La vicenda, in realtà, ha come protagonista principale un tale Aleksandr Kogan autore di una delle tante app che gli utenti di Facebook possono installare e utilizzare, alla stregua di videogiochi come Candy Crash, che si chiama “This is your digital life”. Una volta installata quest’app ha permesso a Kogan di accedere ai dati di milioni di utenti. Un’operazione che avviene quotidianamente, quando installiamo o aggiorniamo una qualunque app presente sul nostro smartphone o quando accediamo a qualunque sito Internet che fornisce un servizio, compreso quello de “Le Iene” che, per consentirci di vedere in diretta la trasmissione ci chiede di registrarci con una mail o (meglio ancora) direttamente tramite il nostro profilo Facebook.
Kogan avrebbe poi venduto, ad insaputa di Facebook, tali dati alla Cambridge Analytica che, come tantissime altre società esistenti nel mondo, si occupa di costruire campagne di comunicazione politica o commerciale e avrebbe utilizzato tali dati per la campagna elettorale di Donald Trump. Il passaggio di questi dati sarebbe avvenuto in violazione dei termini d’uso di Facebook.
Il messaggio che è passato sui media, invece, è stato come il titolo del servizio delle Iene: “Facebook ci spia!”. Infatti sembra che, per protesta, molti utenti abbiano oscurato il proprio profilo dal noto social network. Quello che ha perso in borsa è stato Zuckerberg che è stato costretto a chiedere scusa pubblicamente. Ancora una volta la colpa è ricaduta sul mezzo e non sull’uso che ne fanno gli uomini. Certo, la responsabilità di Zuckerberg è stata quella di non aver vigilato ma pensate che sia possibile oggi vigilare su milioni di dati personali che passano di computer in computer in tutto il mondo e che possono tranquillamente essere accessibili da qualsiasi esperto informatico o programmatore abilitato a lavorarci su?
This is your digital life, potremmo affermare parafrasando il nome dell’app incriminata. Le scelte che compiano sui social network, infatti, sono monitorate in funzione della possibilità di indurci ad acquistare i prodotti/servizi più in linea con i nostri interessi che, ovviamente, non fa alcuna differenza se sono di carattere politico o commerciale, anche perché la distinzione tra le due cose è sempre più labile.
Il servizio di Rovazzi ha presentato la vicenda come il più grande caso di violazione della privacy della storia ma, a mio avviso, non ha centrato il problema.
Io non sono scandalizzato dal fatto che Facebook utilizzi i miei dati (che io volontariamente decido di rendere pubblici) per fare campagne commerciali o di altro genere, non sono scandalizzato dal fatto che le possa rivendere a società terze, perchè lo so, sta scritto nei termini d’uso che ho accettato. Sono, invece, indignato dal fatto che ci siano dei politici interessati ad acquistare questi dati per fare campagna elettorale (diffondendo fake news perchè le campagne elettorali sono piene zeppe di fake news) per truffare gli elettori, senza che questo sia stato chiaramente comunicato attraverso delle apposite condizioni d’uso come invece fa Facebook. Così come sono stupito dal fatto che un elettore possa, nel 2018, ancora lasciarsi convincere da una campagna elettorale online come è successo, per mezzo secolo, con le campagne elettorali televisive e cinematografiche. Dovrebbero saperlo anche i bambini che la pubblicità è, per definizione, ingannevole. Altrimenti si chiamerebbe informazione. Sono, infine, divertito dai partitici come la Boldrini che si indignavano e additavano Facebook come responsabile della diffusione delle fake news e organizzavano crociate contro i social network.
La sicurezza informatica, checchè ve ne dicano, non esiste. Ogni sistema può essere violato, basta sapere come. Questo vale per le banche, per i social network, per le istituzioni e così via. Così come non esiste un soggetto pubblico (scuola o altro ente) deputato a fornire agli utenti le istruzioni per l’uso della tecnologia. Ogni giorno adottiamo strumenti sempre più sofisticati e pervasivi di cui non conosciamo il funzionamento e le implicazioni ma che utilizziamo con superficialità perché affascinanti dalle strabilianti funzionalità. La nostra è una società sempre più vulnerabile perché si è affidata, e si affiderà sempre di più, alle macchine senza se e senza ma. This is your digital life ma in campagna elettorale questo, come altri argomenti che da qui a breve stravolgeranno la nostra vita (vedi il transumanesimo trattato da Report qualche giorno fa) non compaiono. Siamo ancora impegnati a litigare sul reddito di cittadinanza.

Massimiliano Capalbo

5 Aprile 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/privacy.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-04-05 09:21:332018-04-05 09:29:18This is your digital life
Eretiche riflessioni, Politica, Società

Il candore e lo stupore collettivo

Non seguo più il gossip partitico, confezionato dalla tv, da tempo. Così come ho fatto con il calcio quando, poco più che ventenne, decisi di smettere di seguirlo e guarire da una malattia che mi aveva reso schiavo e che occupava buona parte del mio tempo, perso davanti ad uno schermo. Anch’io per molto tempo ho creduto che attraverso quella scatola colorata ci raccontassero la politica ma, mi è bastato alzarmi dal divano e cominciare a frequentare il territorio nel quale vivo per scoprire che ce l’avevo a due passi da casa la politica e non la vedevo, accecato dalla narrazione dominante fatta di stereotipi e luoghi comuni.
La cecità è tra le malattie più diffuse nella nostra società e la percepisco ormai non guardando la tv ma frequentando i social network. Mi è capitato di leggere nei giorni scorsi, infatti, numerosi commenti, oscillanti tra lo stupore e l’indignazione, in seguito all’elezione dei presidenti di Camera e Senato avvenuta, come sempre, alla fine di un compromesso tra i partiti. Persone deluse di fronte a nuove alleanze o ad accordi trasversali in un balletto di commenti al limite del patetico. La maggior parte degli elettori ha ancora un’idea romantica delle istituzioni, nonostante le cronache ci dimostrino ogni giorno l’esatto contrario, ovvero come quelli non siano i luoghi più edificanti da frequentare e si meravigliano, si scandalizzano, di fronte ad ogni atto o decisione.
Dal giorno delle elezioni ad oggi non ho sentito nessuno dei nuovi eletti, di nessun partito, parlare di politica. Ho sentito parlare di alleanze, di personalismi, di invidie, di gelosie, di protagonismi, di percentuali, di ruoli, di procedure, di prassi, di vincitori, di sconfitti, di tutto tranne che di ciò per cui, ci raccontiamo sempre, è necessario andare a votare. Le elezioni servono a delegare uno sparuto numero di persone non a rappresentare le istanze di chi li ha votati ma a costruire la propria trincea dalla quale cercare di resistere, per i successivi cinque anni, il più a lungo possibile. Da quel momento in poi qualsiasi atto, dichiarazione, mozione, proposta di legge è volta a non perdere consenso (che è cosa ben diversa dal risolvere il problema che l’ha ispirata), è costruita monitorando costantemente il sondaggio del momento, per essere a prova di sentiment.
Il quotidiano La Repubblica ha pubblicato, un paio di giorni fa, la foto di un appunto preso da un neodeputato Cinque stelle che, testuale commento: “alla sua prima esperienza, prende diligentemente appunti come fosse a scuola. Questo scatto del fotografo Alessandro Di Meo ha fermato in tutto il suo candore l’esordio di un parlamentare di Montecitorio sui banchi del gruppo Cinque stelle.” In quegli scarabocchi c’è tutta l’astrusità delle sovrastrutture che abbiamo creato per darci un’organizzazione sociale.
Che ingenuo questo neodeputato, è ancora alle prime armi. I giornalisti di Repubblica, invece, abituati a frequentare quegli ambienti, lo sanno che presto si dovrà trasformare come tutti gli altri in un organismo geneticamente modificato e lo sottolinea con una foto. Saranno sufficienti pochi mesi per perdere qualsiasi fattezza umana, qualsiasi capacità di ragionamento proprio. Imparerà a parlare in politichese, a non sbilanciarsi mai, a non prendere posizioni nette, a lasciare sempre una scappatoia nella quale rifugiarsi, a mentire spudoratamente se ce ne fosse bisogno pur di salvare il partito o il posto, a ripetere a memoria le frasi che il partito lo obbligherà a ripetere, a fare doppi salti mortali carpiati per giustificare l’ingiustificabile e così via. Niente di nuovo, Simone Weil lo aveva scritto in tempi non sospetti: “un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva… un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte… l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita e questo senza alcun limite… sono organismi costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia.”
In questi luoghi regnano sovrani la furbizia, la scaltrezza, la tendenziosità, la slealtà, la doppiezza, la malignità, l’ipocrisia, la falsità che gli ipocriti chiamano “senso delle istituzioni” e, attraverso l’amplificazione fornita dai media, danno ogni giorno ottimi esempi alla collettività che continua a stupirsi e, contemporaneamente, a ispirarsi.

Massimiliano Capalbo

1 Aprile 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/metapolitica.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-04-01 11:31:552018-04-01 11:31:55Il candore e lo stupore collettivo
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L’autore:

Massimiliano Capalbo

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