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Eretiche riflessioni, Politica

L’Europa dentro di sé

Mentre noi stavamo discutendo se fosse lecito formare un governo richiamandosi allo spread e al denaro, gli svizzeri preparavano un referendum sul denaro. Domenica 10 giugno andranno, infatti, a votare per decidere in merito a una proposta denominata Vollgeld, ovvero denaro sovrano.
La proposta prevede l’abolizione delle riserve frazionarie bancarie, cioè di quel meccanismo per cui una banca accetta depositi dai risparmiatori e ne mette a riserva una frazione mentre il resto viene usato per fare prestiti a imprese o a famiglie. In questo modo le banche è come se emettessero moneta, il denaro circolante è quello non messo in riserva. I sostenitori dell’abolizione vogliono che le banche mettano a riserva tutto il denaro ricevuto e non solo una frazione e che cessino quindi di fare prestiti “creando” moneta. Chi presterà allora il denaro a imprese e famiglie? Esclusivamente la Banca Nazionale Svizzera.
Se la proposta passasse (ma i sondaggi la danno per perdente) sarebbe una rivoluzione, crollerebbe il modello di funzionamento delle banche vigente in quasi tutto il mondo e questo a partire proprio dal paese delle banche (che sono ovviamente contrarie alla proposta).
Lascio a chi sa di finanza commentare gli eventuali effetti in caso di approvazione. Mi interessa invece far notare il modello elvetico di democrazia.
La nostra costituzione esclude dai referendum materie vitali come i trattati internazionali e le materie fiscali e ancora oggi c’è chi in Italia ritiene che il popolo non sia in grado di affrontare problemi complessi come quelli finanziari. E’ un atteggiamento che viene da lontano e affonda in una concezione paternalistica, i padri costituenti avevano paura del popolo, la democrazia elvetica no. Gli svizzeri possono addirittura cambiare la costituzione attraverso i referendum senza chiedere approvazione al parlamento mentre il parlamento non può farlo senza approvazione popolare. La sovranità del popolo è totale, indiscussa.
Se la Svizzera non è entrata nella UE (da tempo lo chiedono le multinazionali) è perché lo hanno deciso gli svizzeri con referendum. Sono poco europeisti?
Al contrario, lo sono massimamente, hanno infatti l’Europa dentro di sé, tutti i popoli fondatori della UE (italiani, francesi, tedeschi) sono in Svizzera, si parla tedesco, francese, italiano, ladino, si professano tutte le confessioni d’Europa.
Ecco, forse ne viene un insegnamento: per essere europeisti occorre avere l’Europa dentro di sé e questo avviene con la cultura, non con la moneta unica.

Giuliano Buselli

9 Giugno 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Europa-2-1100x440.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-06-09 09:44:502018-06-09 09:44:50L’Europa dentro di sé
Eretiche riflessioni, Società

Siate pronti

Non ero mai stato al pronto soccorso. E neppure in ospedale. Ma il destino ha voluto farmi vivere anche questa avventura, che purtroppo non è ancora terminata.
La prima sensazione che ho avuto è di non essere più un individuo, ma un oggetto, fornito di numero identificativo. Il corpo è l’unico aspetto che viene preso in considerazione, mentre quello emozionale diventa assolutamente secondario.
La seconda sensazione è stata di assoluta incomunicabilità. Mi sono svegliato la prima mattina, con febbre a 40, con un’infermiera che mi diceva “non beva, non mangi e indossi questo camice perché probabilmente in mattinata la operiamo”. E neppure sapevo di che operazione parlasse. In breve tempo sono diventato un paziente “ostico”, perché chiedevo tutto, dal nome delle medicine alla funzione delle flebo che mi attaccavano al braccio. E mi sono rifiutato di farmi operare senza che prima mi spiegassero la mia situazione, firmando un registro in cui era scritto che mi assumevo tutte le responsabilità, poiché ero molto grave.
A quel punto incontro il primo dottore, il quale mi dice che dovevo fare due operazioni, ma privatamente (anche con lui, volendo) avrei potuto accorciare i tempi e farne una unica. Mi convince subito. Il dottore di turno il giorno dopo, sapendo che voglio firmare per uscire e farmi operare privatamente, mi dice che era un grande rischio farne una unica. L’infezione in atto avrebbe potuto creare danni permanenti. Ma entro dieci minuti dovevo decidere cosa fare. Firmare per uscire oppure operarmi subito per fermare l’infezione, perché doveva comunicarlo alla sala operatoria.
Hai due dottori, di uno stesso ospedale, che ti dicono due cose completamente diverse. E tu devi decidere a chi credere in 10 minuti. Decido di sentire l’opinione di un terzo medico, esterno all’ospedale. Ma in quel momento è irraggiungibile. Quindi nel dubbio rinuncio per la seconda volta ad operarmi, col dottore che mi dice che sto rischiando tantissimo e me ne potrei pentire.
Finalmente mi chiama il medico esterno, mi conferma che operandomi privatamente posso evitarne una delle due. Ma dopo un’ora mio cognato mi mette in contatto con uno dei migliori specialisti in quel settore, il quale mi dice “io potrei operarla privatamente la prossima settimana, ma lo dico contro i miei interessi: faccia immediatamente in ospedale quella per bloccare l’infezione” e finalmente mi spiega tecnicamente perché.
A quel punto mi faccio operare d’urgenza in ospedale, assisto ad una simpatica lite tra l’anestesista e il dottore chi mi sta operando (secondo lui l’anestesia era stata fatta male) e dopo due giorni eccomi finalmente a casa, in attesa della seconda operazione.
Ebbene, vi ho raccontato questa travagliata settimana, di questo travagliato mese di maggio, perché ho dovuto utilizzare tutte le mie risorse e competenze comunicative per non subire quello che vedevo subire ai miei compagni di stanza. Per non vivere passivamente la condizione di paziente, che non deve capire ma solo accettare quello che gli viene fatto e che se osa chiedere diventa “ostico”, “rompiscatole”, “diffidente“.
Allo stesso tempo devo ringraziare quei medici ed infermieri che, nonostante tutto, mantengono la propria umanità e la capacità di dialogare con l’individuo (non il paziente) che hanno di fronte. Non sono in grado di valutare se fossero i più bravi sotto il profilo “tecnico”, ma sono stati per me i più importanti in quei difficili momenti. Ho compreso ancora di più l’importanza del mio lavoro, perché davvero le capacità relazionali e comunicative fanno la differenza così come l’etica professionale e l’integrità morale. In un’azienda come in un ospedale pubblico.
Ed ho capito che bisogna essere preparati a tutto, per affrontare con consapevolezza e serenità le inevitabili sfide della vita. Così come è fondamentale essere circondati da persone di valore che facciano “quadrato” attorno a te nei momenti di difficoltà, dandoti affetto, consigli e qualche contatto utile. Io sono molto grato di questa esperienza, che ancora prosegue. Perché tutto quello che porta maggiore consapevolezza è, in ogni caso, un dono prezioso.

Fabrizio Cotza

8 Giugno 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/ospedale.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-06-08 16:26:372018-06-08 16:26:37Siate pronti
Eretiche riflessioni, Società

Gli abiti dell’indipendenza

Trump in questi giorni sta affrontando la rivolta di alcuni stati africani contro i vestiti americani, una bazzecola a confronto della trattativa con la Cina sui dazi, ma un episodio altrettanto significativo, la globalizzazione non è più piatta uniformità. Ruanda e Kenia hanno varato leggi che vietano di importare abiti usati dagli USA a partire dal 2019. Secondo i dati statistici, l’80% degli africani veste abiti di seconda mano provenienti dagli USA e dall’Europa.
Non compriamo più i vostri vestiti usati, dicono, è un principio di dignità, vogliamo sviluppare una nostra industria di tessuti con i nostri stilisti (per la maggior parte donne). L’abito come segno di identità e di indipendenza.
Indossare i vestiti degli altri può esser avvertito come limitazione perché l’abito usato che indossi in qualche modo ti trasmette il modello di chi lo abitava prima, come sapevano quei ragazzi che una volta, al compimento dei 18 anni, chiedevano ai propri genitori di non indossare più i loro vestiti riaggiustati, ma dei nuovi creati per loro (oggi impensabile visto che si compra tutto nuovo per i figli fin dai primi anni.. e non so proprio se è meglio, pedagogicamente).
Mi vien da pensare ai corpi agili ritmici veloci di tanti giovani africani che si trovano ad essere infagottati goffamente in vestiti occidentali studiati per persone sedentarie. All’opposto penso a certi vestitini modesti che, indossati dalle nostre adolescenti, le rendono eleganti e belle più di donne tedesche che indossano abiti firmati. Le italiane hanno l’eleganza in sé, una cosa che non si può comprare (ma si può rovinare con l’ostentazione come fanno tante donne ricche e famose).
Insomma l’abito non farà il monaco, ma può aiutare il sentimento della propria indipendenza.

Giuliano Buselli

1 Giugno 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/vestiti-americani.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-06-01 11:01:352018-06-01 11:01:35Gli abiti dell’indipendenza
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Massimiliano Capalbo

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