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Calabria, Eretiche riflessioni, Politica

I cavalli di Troia

Come fare per raccogliere voti in un territorio dove non c’è il tuo elettorato? O, addirittura, dove non sei ben visto? E’ molto semplice: basta puntare su un cavallo di Troia, ovvero su una figura locale che si presta a mettere la sua faccia al posto della tua che è sgradita o sconosciuta e quindi potenzialmente perdente. Solitamente i partiti la ricercano tra i sindacati, le confederazioni di imprenditori, artigiani, agricoltori etc. Ricercano personaggi che, in virtù del ruolo che ricoprono, sono in grado di controllare i destini di molte persone e quindi di avere gioco facile nel tramutare in voti gli aderenti alle suddette associazioni e i loro familiari.
La gran parte dei meridionali ha sempre pensato che le proprie disgrazie siano da imputare ai “nemici” che provengono dall’esterno (una certa retorica meridionalista continua ipocritamente ad incolpare, da Cavour in poi, tutti i suoi successori del mancato sviluppo del Sud) quando in realtà, la storia ci insegna e l’attualità ci conferma, che i primi alleati dei “nemici” esterni (e dunque i primi nemici del Sud) sono sempre stati i meridionali stessi. Quelli peggiori, affetti da complesso di inferiorità e avidi di potere. Le classi partitiche e imprenditoriali meridionali sono sempre state mere esecutrici (quando non complici) delle scellerate politiche programmate nel Nord e di cui il Sud ha pagato e continua a pagare le conseguenze. Non è la prima volta che accade e non sarà neanche l’ultima, purtroppo. La stessa logica funziona negli Stati del Terzo Mondo, i dirigenti sono scelti dai paesi colonialisti per poter continuare a perpetrare le proprie politiche.
Le novità e le rivoluzioni, proclamate a gran voce dai nuovi leader emergenti (ideati e confezionati dai media), si sono ridotte, come era facile prevedere, al solito schemino, ben oliato e collaudato da decenni di vecchia partitica. Non che ci avesse creduto qualcuno, sia ben chiaro, siamo tutti grandi e vaccinati e a conoscenza delle logiche che sottendono la formazione delle liste elettorali (anche quelli che li sosterranno), ma è bene sottolinearle e descriverle queste dinamiche perché ne resti traccia e un domani, a quelli che reciteranno il ruolo di vittime, si ricordino i nomi dei benemeriti che hanno lavorato per fare gli interessi del Sud.
E’ bene sottolinearlo perché si evidenzi il rispetto e la considerazione che hanno dei loro elettori ma anche perché se, all’indomani delle elezioni, i megafoni (leggi giornalisti) dei partitici, riportando i risultati elettorali diranno che quel partito a sorpresa ha sfondato, almeno saprete spiegarvi il perché.

Massimiliano Capalbo

9 Gennaio 2020/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/cavallo-di-troia.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2020-01-09 09:16:452020-01-09 09:19:43I cavalli di Troia
Ambiente, Economia, Eretiche riflessioni, Politica, Società

Il mito moribondo dell’Australia

Se c’è un continente che da sempre rappresenta, almeno per i giovani italiani, la terra promessa questo è l’Oceania e in particolare una delle sue isole: l’Australia. Sono tantissimi, infatti, i giovani che delusi o scontenti dalla situazione economica e sociale che vivono nel proprio paese, oppure alla ricerca di se stessi, decidono di recarsi in Australia, per lavorare, per avventurarsi in sfide di vario genere a piedi o in bicicletta o semplicemente per il piacere di scoprire una terra molto diversa dalla nostra. L’Australia è sempre stata una terra simbolo di libertà e di avventura per molti e il mito si è diffuso, come sempre accade nei confronti di ciò che si trova lontano da noi.
Peccato che, come le persone di mondo sanno, il paradiso non sia su questa terra (altrimenti in tanti ci si sarebbero già trasferiti) e che l’Australia sia, al contrario di quanto si pensi, tra i territori più colpiti dall’azione dell’uomo prima che dai cambiamenti climatici. Una sorta di preludio di cosa potrà diventare il pianeta se continuiamo ad adottare il modello di vita e di economia imperante.
Uno scioccante documentario, andato in onda la scorsa primavera su Rai5, ce la racconta come una terra assediata dalla desertificazione. Un risultato raggiunto dopo secoli di sfruttamento senza scrupoli delle risorse di questa enorme isola. Cominciarono gli inglesi alla fine del ‘700 con l’estrazione dei minerali, e trasferendo una varietà di fauna che non era compatibile con quella esistente sul territorio che finì per compromettere la sopravvivenza delle specie autoctone. Le foreste furono tagliate per fare spazio alle coltivazioni, fu l’inizio della catastrofe. Successivamente, il gabinetto del primo ministro inglese lord North scelse l’Australia come terra per deportare i detenuti che, alla fine del XVIII secolo, rappresentavano un problema per la saturazione delle carceri nella madrepatria. Iniziò così la costruzione di una nuova colonia ad opera dei detenuti che erano costretti ai lavori forzati per realizzare ponti, strade, edifici e tutto ciò che lentamente contribuì a cambiare il volto del paese.
In questa opera di colonizzazione/desertificazione ha influito, e continua a influire ancora oggi, l’assoluta ignoranza dei popoli europei circa il funzionamento degli ecosistemi e della natura. Hanno presuntuosamente pensato di poter usare le tecnologie di cui disponevano per creare la condizioni di vita ideali quando il prerequisito (come sanno invece gli aborigeni australiani) è conoscere il clima, la terra, la flora, la fauna di un territorio e tutto quanto è necessario per sopravvivere in un ambiente naturale. Allo stesso modo i loro eredi sono convinti, oggi come ieri, di poter rimediare ai danni causati da una gestione scellerata del territorio grazie all’uso delle nuove tecnologie. Pura illusione. Alla fine, quando sarà troppo tardi, saranno costretti a rivolgersi agli aborigeni, quei pochi rimasti, gli unici a detenere la sapienza.
L’Australia è attualmente un gigantesco produttore di carne, si allevano 104 milioni di animali da esportare in tutto il mondo. I metodi di allevamento adottati hanno contribuito enormemente alla desertificazione del paesaggio. La storia dell’Australia dovrebbe essere un monito per le logiche perverse dell’industria mondiale del cibo e non solo.
Gli incendi di questi mesi, che interessano un quarto dell’isola (sono andati in fumo milioni di ettari di boschi equivalenti a tre grandi regioni italiane), sono solo l’ultimo tra i più gravi danni inferti ad un continente che ha avuto solo la colpa di aver rappresentato un mito per i primi coloni ieri e per i nuovi ricercatori di paradisi oggi.
L’uomo, alla continua ricerca di paradisi che non esistono non si è ancora reso conto che, finora, dovunque sia arrivato, è stato capace di creare solo inferni. Se il paradiso non lo si ha dentro non potrà essere creato neanche fuori. E’ finito il tempo della ricerca di paradisi sempre altrove, è giunto il tempo invece di trasformare in paradisi i luoghi che ci hanno visti nascere e che, prima di devastarli, erano essi stessi dei paradisi. Se non sapremo farlo nel nostro territorio non sapremo farlo neanche altrove, come la storia ci insegna, e non avremo un futuro su questo pianeta.
Alexander Dalrymple, geografo, spia e diplomatico scozzese, tra i primi ad essere affascinato dalla Terra Australis supponeva, nel XVIII secolo, che fosse talmente ampia e popolosa da immaginare che “i resti della sua economia basterebbero per mantenere il potere, il dominio e la sovranità della Gran Bretagna perché darebbero lavoro a tutte le sue manifatture e le sue imbarcazioni.” Quando il capitano James Cook, il primo a dimostrare che l’Australia era una grande isola, vi sbarcò nel 1770, osservando il modo di vivere degli aborigeni dovette ammettere: “sono molto più felici degli europei. Ritengono di disporre di tutto il necessario per vivere e non possiedono nulla di superfluo.“

Massimiliano Capalbo

5 Gennaio 2020/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/canguri-australia-incendi.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2020-01-05 14:46:102020-01-05 14:46:10Il mito moribondo dell’Australia
Calabria, Economia, Eretiche riflessioni, Politica, Società

Votare scegliendo dove bere un caffè

Dopo aver visto una puntata di Report in cui si evidenziava la diffusa incapacità dei baristi italiani di preparare un buon caffè (anche nei migliori caffè d’Italia) e osservando come la maggior parte dei baristi nostrani non segua le principali regole per la preparazione, come quella di avere cura delle campane in cui vengono tenuti i chicchi prima di essere macinati e il purge (ovvero l’erogazione dell’acqua tra un caffè e l’altro per eliminare i residui di quelli precedenti e pulire le doccette della macchina), è diventata per me una grande frustrazione decidere in quale bar prenderlo. Anche perché il caffè lo paghiamo e se qualcosa la paghiamo dovremmo avere il diritto di ottenerla come desideriamo.
A questa si è aggiunta un’altra cattiva abitudine, diffusissima ormai in tutti i bar, quella di consegnare in automatico, anche senza esplicita richiesta da parte del cliente, un bicchiere di plastica con l’acqua, un gesto di assoluto spregio nei confronti della problematica delle microplastiche nei mari ma, volendo restare nel locale, anche dell’emergenza rifiuti che attanaglia la nostra regione da tempo.
E’ frustrante perché sono costretto a chiedere ogni volta al barista (se il bar non è affollato altrimenti diventa un’impresa impossibile) “può fare gentilmente scorrere l’acqua prima di farlo?” con conseguente occhiata in risposta che è un mix tra lo stupito (che denota ignoranza in materia) e il permaloso (capita spesso infatti di sentirsi rispondere: “io lo faccio sempre!“, peccato però che per i caffè preparati prima del mio se ne dimentichino puntualmente, altrimenti non lo sottolineerei).
Questa mattina ho scelto di entrare in un nuovo bar appena ristrutturato a Catanzaro Lido, si chiama Gamblè, non li conoscevo e sono rimasto piacevolmente sorpreso perché senza che lo chiedessi esplicitamente il barman, gentilissimo, ha preparato un ottimo caffè seguendo le regole e servendomi l’acqua in un grazioso bicchierino di vetro. Finalmente ho trovato il mio bar, ho pensato subito.
Ho deciso di far loro pubblicità perché penso che il miglior gesto politico che possiamo fare oggi è quello di premiare (utilizzando anche il denaro come strumento) i comportamenti virtuosi di chi lavora bene e penalizzare chi non lo fa, solo in questo modo possiamo votare per il cambiamento. La professionalità, alla lunga, paga sempre. Inoltre l’apprezzamento genera autostima ed entusiasmo che a loro volta producono nuove sfide e rafforzano i comportamenti virtuosi.
Se c’è una professione, al pari del cameriere, spesso considerata di ripiego e alla portata di tutti è quella del barista che invece richiede, come tutti i mestieri, tecnica, esperienza, precisione, competenza. Nei bar si trova di tutto: dal ragazzino alle prime armi alla signora depressa, dal giovane disoccupato al vecchio ubriacone, soprattutto nei piccoli centri, il bar è spesso un luogo dove il gestore è lo specchio dei propri clienti e viceversa.
Un’obiezione che mi viene fatta, spesso, quando affermo che le persone devono diventare artefici del proprio destino è: “ma non tutti possono fare gli imprenditori!” Come se fare il dipendente, invece, fosse più facile. Non c’è alcuna differenza, quando si ha passione per il proprio lavoro, se si è bravi e competenti lo si è da dipendente come da imprenditore. Un’altra delle obiezioni che mi vengono sollevate è: “per fare impresa ci vogliono i soldi!” Certo, ma vi assicuro che i soldi sono l’ultimo problema in ordine di importanza. Conosco tante attività economiche che si trascinano senza sapere perché, conosco tante imprese fallimentari non perché non abbiano i soldi ma perché non sanno perché esistono. Il bar è un esempio classico. In qualsiasi piazza di paese ce ne sono almeno tre o quattro, uno accanto all’altro e uno più uguale dell’altro, non si capisce perché bisognerebbe entrare in uno piuttosto che in un altro, se non per amicizia (poi ci lamentiamo che in Italia non vige il criterio meritocratico). Se cominciassimo a far comprendere, a chi non lavora bene, che forse è il caso che cambi mestiere il mondo intorno a noi migliorerebbe, e anche la vita di questi improvvisatori. Bastano piccoli gesti, come scegliere dove bere un caffè.
Quante pasticcerie, ad esempio, creano o inventano prodotti originali? Fanno tutte gli stessi dolci, con le stesse creme (già pronte), le stesse forme e gli stessi sapori. Sono pochi quelli che si distinguono e sono gli unici che riescono a competere. Apriamo la quinta gelateria o la sesta pizzeria dove ce ne sono già quattro o cinque, facendo tra l’altro la stessa pizza e lo stesso gelato e poi ci lamentiamo che non entra nessuno? Che c’è crisi? Che il problema è che non c’è parcheggio o che il comune ha pedonalizzato il corso? Ma potrei dire la stessa cosa per altri settori merceologici. Nessuno osa rischiare, in pochi investono in formazione e innovazione.
Conduciamo le nostre attività allo stesso modo in cui conduciamo le nostre esistenze che non si differenziano da quelle degli altri perché siamo poveri di idee, competenze, esperienze, curiosità, entusiasmo. Le attività sono lo specchio della nostra personalità, così come il caffè è il risultato della passione di chi lo fa, se siamo depressi e apatici lo saranno anche le nostre attività e, di conseguenza, anche il nostro portafoglio. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Massimiliano Capalbo

11 Dicembre 2019/2 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/caffè.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2019-12-11 18:32:442019-12-11 18:54:01Votare scegliendo dove bere un caffè
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Massimiliano Capalbo

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