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Ambiente, Calabria, Eretiche riflessioni

Quando la natura mi insegnò l’umiltà

Una ventina di anni fa, in compagnia di un gruppo di amici (eravamo in 7), decidemmo di trascorrere due giorni del mese di luglio sul fiume Lao, nel tratto che attraversa Laino Borgo. Quando sei giovane e inesperto pensi che il mondo sia a portata di mano e di essere in grado di tenere sotto controllo tutto quello che ti accade intorno, se poi sei in compagnia di amici la voglia di avventura aumenta e le esperienze, anche le più rischiose, diventano alla portata di tutti.
Ci accampammo con le tende, la sera prima, sulla riva del fiume e il giorno dopo, armati di giubbotti gonfiabili, decidemmo di avventurarci (è il caso di dire) e ridiscendere il fiume, senza esserci mai stati prima.
Partimmo alle nove. Nel primo tratto il fiume era largo, l’acqua arrivava al polpaccio, e lo percorremmo camminandoci dentro. Ad un certo punto cominciarono le gole, il fiume si stringeva e l’acqua aumentava di livello e di forza. L’unico modo per proseguire era quello di tuffarsi e lasciarsi trascinare dalla corrente. E noi, come se fossimo in un acquapark, alla ricerca del brivido e incoraggiati dal gruppo, ci tuffammo. L’acqua ci trascinò via per alcune decine di metri finché non ci ritrovammo spiaggiati, chi a destra e chi a sinistra, su quel poco di riva che quel tratto di fiume concedeva. Qualcuno aveva sbattuto contro delle rocce ed era dolorante, qualcun altro impressionato dalla forza dell’acqua. Ci contammo, c’eravamo tutti. Ad un certo punto la presa d’atto più terribile: era impossibile tornare indietro.
La corrente era troppo forte, l’acqua scorreva in mezzo alle pareti lisce, non si poteva risalire, si poteva solo proseguire verso il basso senza sapere cosa avremmo trovato più avanti: una cascata, un dirupo o altro. Ci sentimmo improvvisamente come dei topi in trappola e per la prima volta nella mia vita pensai di aver fatto la cazzata più grande, che non ce l’avrei fatta. Si trattava, per gran parte del tratto che percorremmo, di lasciarsi trascinare dalla corrente gelida, come avevamo fatto prima, perché in quel tratto di fiume la riva era quasi inesistente.
Calò un silenzio di tomba, nessuno aveva voglia di parlare, ad ogni tratto di fiume tentavamo di risalire i costoni alla ricerca di vie d’uscita ma trovavamo solo strapiombi. Dopo averci zittito, l’unica a parlare fu la natura. Ci tenne una lunga lezione, durata 10 ore, senza mangiare né bere, che terminò poco prima del tramonto (intorno alle 19.30) quando, sull’ennesimo costone risalito, notammo degli alberi tagliati (segno del passaggio dell’uomo) e, in lontananza, la luce di una casa alla porta della quale bussammo e, un anziano sbigottito, ci accolse e riaccompagnò alle tende con la sua auto. Avevamo percorso, in dieci ore, circa 1 km e mezzo in linea d’aria. Stanchi e affamati mangiammo tutto quello che avevamo portato dietro per il weekend.
All’epoca ero un normale “cittadino”, il mio rapporto con la natura si limitava alle gite con gli amici ed è questo il grande problema di oggi. La maggior parte delle persone non conosce (come non la conoscevo io) la natura, si approccia ad essa solo quando è in vacanza, perché non vive nella natura. La disgrazia è sempre dietro l’angolo e succede perché, spesso, manca la conoscenza di cosa sia un fiume, un albero, delle specie animali che vivono in un bosco, di come ci si orienta, di cosa fare quando c’è un temporale etc. etc.
All’epoca dei fatti non c’era ancora il boom del rafting che registriamo oggi, in tutta la giornata non scese neanche un gommone. Eravamo soli nel ventre della natura a misurarci con i nostri limiti e il nostro antropocentrismo, non avevamo neanche i cellulari. Ogni volta che leggo di disgrazie accadute in montagna il mio pensiero va a quel giorno di venti anni fa, quando la natura mi insegnò l’umiltà che oggi mi consente di approcciarmi ad essa con rispetto per vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita e per vedere se sono capace di imparare quanto essa ha da insegnarmi, come scrisse Henry David Thoreau.

Massimiliano Capalbo

21 Agosto 2018/1 Commento
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/gole-del-raganello.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-08-21 08:06:212018-08-21 08:06:21Quando la natura mi insegnò l’umiltà
Eretiche riflessioni, Società

Meno “esperti” e più appassionati

Dopo il crollo del ponte di Genova i commenti su come doveva essere costruito o su come bisognerebbe utilizzare le tecnologie oggi a disposizione per prevenire o rimediare ad eventi del genere, si sprecano. Tutti dimenticano, però, che il problema non è nelle tecnologie o nelle competenze utilizzate ma negli uomini che se ne fanno portatori. Da tempo ormai, quando sento che qualcuno ha interpellato degli “esperti” per risolvere un problema, tocco ferro o do una strizzatina ai gioielli di famiglia, perché so che saranno solo forieri di disastri. Innanzitutto gli esperti, nella società odierna, non esistono, perché tutto quello che si sa oggi domani viene messo in discussione dalla velocità con cui avvengono i cambiamenti. In secondo luogo la nostra società è fermamente convinta che un “esperto”, dotato di un’avanzata tecnologia, risolverà tutti i nostri problemi e vi si affida ciecamente. Non ha capito, invece, che l’esperto è tra le persone più pericolose in circolazione oggi perché ha molte conoscenze e poca saggezza.
Lo aveva scritto Georges Ivanovič Gurdjieff, filosofo, scrittore, mistico e maestro di danze armeno in tempi non sospetti. Secondo lui lo sviluppo dell’uomo “si effettua secondo due linee, ‘sapere’ ed ‘essere’. Ma affinché l’evoluzione avvenga correttamente, le due linee devono procedere insieme, parallele l’una all’altra e sostenersi reciprocamente. Se la linea del sapere sorpassa troppo quella dell’essere e se la linea dell’essere sorpassa troppo quella del sapere, lo sviluppo dell’uomo non può farsi regolarmente; prima o poi deve fermarsi.” Nell’era post-moderna la linea del sapere ha sorpassato di molto quella dell’essere e lo sviluppo dell’uomo si sta fermando. Maggiore è la quantità di conoscenze che l'”esperto” ha e maggiore è la sua pericolosità sociale. Perché, nell’80% dei casi, quelle conoscenze e quel sapere non poggiano su un essere virtuoso e spiritualmente elevato ma su un individuo mediocre (quando non meschino) adoratore del dio denaro considerato l’unico mezzo attraverso il quale dare un senso alla propria esistenza. Il risultato è quasi sempre funesto.
I nostri giovani sono allevati nella convinzione che il loro futuro possa essere garantito dalla quantità di informazioni o conoscenze che saranno in grado di accumulare piuttosto che dalla qualità dell’essere che le detiene. Glielo raccontano a scuola, a casa, sui media, ovunque. La maggior parte dei giovani che frequentano le università non sanno nemmeno perché si trovano lì e come possono utilizzare le nozioni che gli vengono trasferite, alla stregua delle merci riposte negli scaffali dei nostri supermercati. Seguono un percorso tracciato da altri, la scelta ricade quasi sempre sulle facoltà che danno più possibilità di trovare lavoro (ammesso che esistano) e dunque soldi. Nessuno spazio per le passioni, per la bellezza, per la crescita individuale.
Le scuole e le università traboccano di corsi che insegnano le tecniche, sono prive invece di corsi che insegnano l’etica, lo spirito, il senso della vita. Il risultato è una società di persone spaventate, ignoranti (nel senso che ignorano molte cose) costrette a registrare quotidianamente il risultato della propria mediocrità: ponti che crollano, navi che si incagliano negli scogli, case trascinate via dalla corrente dei fiumi o dalle onde del mare, centrali nucleari costruite dove ci sono terremoti del 7° grado, eppure tutti i progettisti, gli ingegneri, gli esperti che le hanno tirate su hanno gli uffici pieni di quadretti appesi al muro che certificano le loro competenze. Hanno tutti il tanto agognato pezzo di carta per il quale milioni di studenti sono disposti a sacrificare i dieci migliori anni della propria vita.
Forse è arrivato il momento di formare meno esperti e più saggi, di sbandierare meno arroganza e più umiltà, di rincorrere meno carriere e più passioni. Il mondo ne trarrebbe grande beneficio.

Massimiliano Capalbo

19 Agosto 2018/1 Commento
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/ponte-di-genova.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-08-19 20:33:282018-08-19 20:43:58Meno “esperti” e più appassionati
Ambiente, Calabria, Economia, Eretiche riflessioni, Politica, Turismo

La donna che sussurra ai fiori di lavanda

Secondo la SVIMEZ la Calabria è morta. Da anni ci ammannisce diagnosi da funerale. Ma noi siamo sempre qui. Malconci, certo, ma vivi. A dispetto di tutti e tutto. Nonostante la politica, le pubbliche amministrazioni, gli scoraggiatori seriali e la ‘ndrangheta (guai a distrarsi da questa parolina magica!), che ci inoculano dosi letali di psicofarmaci, droghe ed altre sostanze venefiche, quotidianamente. Al punto che ci hanno immunizzati: sì, i calabresi siamo diventati immuni al brutto, al cattivo, al peggio … e all’idiozia che dilagano (e non solo in Calabria).
A Campotenese, sull’orlo occidentale del meraviglioso piano che divide il Massiccio del Pollino dai Monti dell’Orsomarso, nel bel mezzo del parco nazionale, c’è una giovane donna che di immunizzazione è specialista. Poteva starsene a Bologna, dove studiava giurisprudenza. Ma le mancava la Calabria, il clima, l’aria, il profumo, il cielo … E allora ha deciso di tornarsene giù. Ha lasciato anche casa dei suoi a Castrovillari. Ed è andata a vivere, in splendido isolamento, proprio a Campotenese, per la precisione in contrada Barbalonga di Morano, a 1100 metri di quota, nella casa per le vacanze della famiglia, con intorno una selvatica tenuta di appena due ettari. L’ha trasformata in un B&B e ha cominciato ad accogliere i visitatori del parco. Le sono tornati subito il buon umore e la lucidità mentale. Al punto che si è sposata e ha messo al mondo due figli.
Un giorno poi, mentre cammina per boschi e prati con la madre, trova uno strano fiore profumato e colorato. Lo raccoglie e lo pianta nel suo giardino, bisognoso di essenze resistenti al freddo. Scopre che è una lavanda endemica del Pollino (i botanici interpellati la battezzeranno come Lavanda pyrenaica; Selene, invece, la chiamerà Lavanda loricanda, in onore al Pino loricato). Comincia a coltivarla e a distillare il prezioso olio essenziale che ha reso ricca la Provenza, nel sud della Francia. In famiglia si conserva una sbiadita foto degli anni 40 del ‘900 che le rivela come, fra Morano e Viggianello, sino a quell’epoca vi erano addirittura delle distillerie industriali di lavanda del Pollino, il cui olio essenziale veniva venduto alla Carlo Erba. Mette su una distilleria professionale, compra altri tre ettari di terreno, trasforma la tenuta in un Parco della lavanda, produce olio essenziale, sapone, candele, sacchetti di fiori essiccati e tante atre cose.
E il Parco è sempre gremito di visitatori e scolaresche, soprattutto in giugno e luglio, quando la tenuta si trasforma in una meravigliosa distesa viola sullo sfondo delle cime del Pollino. Al punto che Selene è costretta a chiudere il B&B e a dedicarsi solo alla sua amata lavanda.
Ecco, la storia di Selene Rocco – così si chiama la donna che sussurra ai fiori di lavanda – è esemplare. L’amore per la sua terra, il desiderio di bellezza e di poesia, la lucidità mentale ritrovata, un po’ di creatività collegata alla vocazione dei luoghi, l’hanno trasformata in una persona nuova. Magari Selene non contribuirà a far aumentare il Prodotto Interno Lordo (PIL) della Calabria – su cui ci informa la solerte Svimez – ma la Felicità Esterna Netta (FEN) quella certamente sì. E per noi avvelenati dai signori di cui sopra, visitare il Parco della lavanda e capire il messaggio di speranza che ci viene dalla storia di Selene, sarà un formidabile contributo a renderci, se possibile, ancor più immuni e resilienti. Grazie Selene!

Francesco Bevilacqua

6 Agosto 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/lavanda.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-08-06 11:18:212018-08-06 11:18:43La donna che sussurra ai fiori di lavanda
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L’autore:

Massimiliano Capalbo

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