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Ambiente, Calabria, Comunicazione, Economia, Eretiche riflessioni, Politica, Società, Turismo

I grandi abeti di Eduardo e Simonetta: almanacco di un mondo semplice

Anche loro, in fondo, sono dei rifugiati! Lui, Eduardo – bel nome d’assonanza goethiana (ricordate “Le affinità elettive”?) -, guida naturalistica, viene da Celico, il paese natale di Gioacchino de Fiore. Lei, Simonetta, insegnante di Inglese, viene da Toronto, di là dell’oceano mare. Ed anziché prendere un appartamento a Cosenza e passare il loro tempo fra uffici e centri commerciali – come fanno molti dei nostri giovani – hanno adottato il rudere di un casello Anas, lungo la vecchia statale per la Sila, sommerso da una fitta foresta di conifere e latifoglie. L’hanno ristrutturato. Senza fronzoli. Senza orpelli. Ne hanno fatto un rifugio: il Rifugio Casello Margherita.
Simonetta ed Eduardo, con i loro due bimbi, vivono lì tutto l’anno, a 1300 metri di quota, sull’orlo occidentale della Magna Sila di Virgilio. Anche quando, per almeno tre mesi, loro ospiti fissi sono la neve e il gelo. Gli altri ospiti, quelli umani, vengono da tutt’Italia e anche dal resto d’Europa. Vengono a fare vacanza in un luogo da cui qualunque calabrese lobotomizzato fuggirebbe immediatamente. Ecco perché Simonetta ed Eduardo sono dei rifugiati: hanno chiesto asilo politico agli alberi, alle montagne, ai fiumi, ai lupi, ai caprioli, ai paesaggi, ad una civiltà antichissima, che pareva morta e sepolta. E a quei fiori di sambuco che, impanati e fritti, hanno reso squisito il nostro ristoro dopo l’ennesima erranza. Partiamo proprio dal Rifugio Margherita. Oggi vado al traino. Capita di rado. Solo con persone di cui mi fido. Eduardo è uno di loro. Questa porzione della Sila è poco nota. Perché sta oltre l’orlo esterno del grande altopiano. Che Manlio Rossi Doria calcolò essere esteso ben 170.000 ettari. Siamo sulle scoscese pendici che dai 1700 metri del crinale di Serra Stella, calano verso le valli tributarie del Crati. Che costituiscono il vastissimo orlo circolare dell’altopiano e andrebbero aggiunte alla misura. Qui, dall’epopea dell’ultima grande migrazione, non viene quasi più nessuno.
E’ uno di quelli che io chiamo “luoghi perduti”: dimenticati dalle comunità che per secoli hanno vissuto dentro di loro e grazie a loro. Eduardo comincia bene: ci fa scendere verso il basso, e non, come si aspetterebbe chiunque, salire verso l’alto. E questo mi piace: significa che ha in mente una piccola erranza non codificata dai comuni canoni dei trekker consumistici e modaioli che imperversano ormai dappertutto. Passiamo fra pini e castagni, per attraversare più a valle la vecchia statale. E lì sì, cominciare la vera salita. Dal sentiero scavato nella dura roccia cristallina di questo pezzo di Alpi scaraventato nel cuore del Mediterraneo, si scorge in lontananza lo sprawl urbano della valle del Crati, che nessun pretestuoso ponte di Calatrava – come quello realizzato a Cosenza – potrà mai nobilitare. Per fortuna possiamo volgerci a monte e incantarci dinanzi ad un ruscello, come in un carme di Teocrito. Ecco l’Orto di Parisi, con una tipica baracca di tavole ed il ceppo di un enorme castagno. E poi la foresta grande. Di faggi e abeti bianchi. Ci aggiriamo fra i Titani. Avevo sempre guardato con desiderio, da lontano, quelle abetine che macchiano di verde scuro il velluto del bosco di Serra Stella. Oggi Eduardo è stato il medium che mi ha messo in contatto con dei primevi del bosco, sopravvissuti alla titanomachia distruttiva dei grandi tagli del ‘900. Ecco Iapeto, che si biforca a due metri da terra. Ecco il mostruoso Coio. Ed ecco Iperione, immenso: da un lato una bassa entrata conduce al suo interno; dall’altro enormi radici lo serrano alla scarpata. Ripida è la salita nella Taiga silana, costellata di una miriade di piccoli abeti. Sino alla macchia di Erboso, residuo degli ampi pascoli che costellavano i crinali e le valli della Sila. Il bosco si riprende ciò che l’uomo gli ha rubato. E poi di nuovo giù, colti da un’ebbrezza pericolosa per dei comuni mortali. Eduardo procede ora senza sentiero. Annusa l’aria, segue una pista di animali, cerca il segno. Iconemi, li chiama Eugenio Turri nei suoi libri sull’antropologia del paesaggio. Sono segni distintivi dei luoghi, che, per le loro forme inconsuete sono divenuti simboli. La Pietra di Margerita, maestosa rupe oggi sommersa dal bosco ma un tempo certamente visibile da lontano, nasconde una leggenda di tesori e sacrifici. Orientava i transiti fra i paesi e l’altopiano. Indicava la via. Rassicurava gli sguardi. Qui Eduardo ha condotto a fatica i vecchi del paese, come in un pellegrinaggio della memoria. Per riannodare l’antico legame. L’erranza termina al rifugio, dopo un lungo anello, nel tepore della nostra amicizia.
La piccola casa è una sana utopia. Anzi, è un’utopia reale e minimale. Nel modo in cui la intende Luigi Zoja. E’ una piccola università dove si pratica la “slow culture”, dove “si rifiuta l’eccesso di competitività, di estroversione e di modelli collettivi della società post-moderna. Per loro [Eduardo e Simonetta] [e per me] l’introversione non è una forma di patologia, ma una normale e fondamentale possibilità di essere uomini”. E’ un “almanacco di un mondo semplice” come scriverebbe Aldo Leopol, non compromesso dalla bulimia filosofica che imperversa, non complicato da bisogni indotti, non contaminato da un sapere artificioso e professorale. Eduardo, Simonetta e i titani della “loro” grande foresta dietro casa sanno, come me, che i nostri luoghi, i nostri paesaggi, le nostre relazioni non sono merce da esporre nella vetrina di un ipermercato. Sanno, come me, che i luoghi sono l’essenza stessa della vita delle nostre comunità. E noi non vendiamo la vita delle nostre comunità! Potete comprare la terra per imbrattarla, depredarla, insozzarla … ma non comprerete mai l’anima dei luoghi. E nemmeno le nostre anime malinconiche e vere.

Francesco Bevilacqua

20 Giugno 2018/1 Commento
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/rifugio-casello-margherita.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-06-20 08:24:452018-06-20 08:24:45I grandi abeti di Eduardo e Simonetta: almanacco di un mondo semplice
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Dentro la mappa sbagliata

“Il Sud non lo vuole raccontare più nessuno perchè si teme il dejavù“. Esordisce così Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, la nota trasmissione di inchiesta di RaiTre che qualche lunedì fa, a firma di Michele Buono, ha mandato in onda un’inchiesta dal titolo “Dentro la mappa” nella quale si è prospettato uno scenario da incubo per il Sud Italia e, in particolare, per la Calabria.
Alla fine lo stereotipo ed il dejavù si sono riproposti tali e quali in questa inchiesta che non ha fatto altro che approcciarsi al “problema”(?) Sud con il solito atteggiamento colonialistico che da centocinquant’anni a questa parte caratterizza il dibattito sullo sviluppo economico del Mezzogiorno.
Secondo Ranucci al Sud c’è una ricchezza che se intercettata potrebbe cambiare il destino di un territorio che sembra maledetto. E quale sarebbe la ricchezza del Sud (e della Calabria in particolare) secondo i giornalisti di Report? Il fatto che possegga il 30% della biodiversità dell’intero continente come ha sottolineato anche Vandana Shiva recentemente ospite di un convegno a Catanzaro? Noooo. Il fatto che vi sia ancora una viva tradizione contadina non interamente assoggettata alle politiche industriali? Noooo. Una biodiversità storica e archeologica tra le maggiori d’Europa? Noooo. Un clima unico che consente la coltivazione di piante (bergamotto e cedro per citarne solo due uniche al mondo) per approvvigionarsi delle quali i migliori acquirenti si mobilitano da ogni parte del mondo? Noooo. La straordinaria varietà paesaggistica, storica ed enogastronomica che consentirebbe di campare di turismo 365 giorni l’anno? Noooo. La ricchezza che il Sud ed in particolare la Calabria non riesce a mettere a frutto, secondo i lungimiranti giornalisti di Report, sono le navi che trasportano merci in tutta Europa che, invece di attraccare a Gioia Tauro, attraccano in Olanda con conseguente perdita economica per il nostro Paese. Nell’indecisione tra ridere o piangere ho scelto di indignarmi e di scrivere che quelle raccontate da Report sono solo sciocchezze, frutto di stereotipi, di pressappochismo, di tentativi di risolvere quello che erroneamente viene considerato problema semplicemente perché non si ha la capacità di vederlo, di riconoscerlo e di comprenderlo.
Per confermare la tesi le telecamere di Report si sono spinte fino al porto di Rotterdam, nel Mare del Nord, su “un pezzo di terra che prima non esisteva, completamente strappato al mare” sottolinea il giornalista nel servizio. In questa frase c’è già il motivo per cui proporre alla Calabria di diventare la nuova Rotterdam è un’idiozia senza precedenti. La Calabria esiste ed è, dal punto di vista ambientale e paesaggistico, un luogo straordinario, unico al mondo e non ha bisogno di costruire nulla per generare valore anche economico, dovrebbe semplicemente mettere a sistema quello che ha già. Non ha bisogno dell’artificio per sopperire alla naturalità come invece gli olandesi e tante altre regioni anche italiane sono costrette a fare. Se gli olandesi avessero le nostre risorse non si sognerebbero minimamente di diventare una rotatoria navale per il transito di merci. Il problema del Sud non è la scarsità di lavoro o di opportunità ma la mentalità perdente che consente di accogliere e rilanciare, senza se e senza ma, proposte come quelle di Report come si sono affrettati a fare qualche giorno dopo il Corriere della Calabria la TGR ed altri. Quando i territori come la Calabria, allevati per decenni all’assistenzialismo, non esprimono idee e progettualità si trasformano in una manna dal cielo per i neocolonialisti, istituzionali e non, che sulla nostra ignavia e incapacità da sempre costruiscono le proprie fortune. Una terra considerata “un problema” genererà sempre proposte simili, proposte semplici “sulla carta” da realizzare per rimuovere il problema, non per risolverlo. Oppure per sfruttarlo a proprio vantaggio, le sfortune (leggi incapacità) di taluni hanno sempre rappresentato le fortune di altri.
E’ quello che è accaduto dagli anni in cui si è avviato il processo di industrializzazione forzata del Sud Italia fino ad oggi che ha generato la Pertusola di Crotone, la Marlane di Praia a Mare, la centrale a Carbone di Rossano fino ad arrivare al Porto di Gioia Tauro. Se i residenti non si pre-occupano del proprio territorio lo faranno altri e non saranno particolarmente attenti alle loro esigenze.
Pensare di trasformare un luogo come la Calabria in uno snodo di merci coincide con una visione miope e retrograda che non tiene conto dei cambiamenti che stanno avvenendo anche nel settore dei trasporti e delle merci. Con la rivoluzione delle stampanti 3D, ad esempio, per quanto tempo ancora sarà necessario trasportare le merci? Realizzare infrastrutture come strade, ponti e stazioni che impatto ambientale e paesaggistico avrà, in proporzione anche ai tempi di costruzione in un paese come l’Italia (in cui i lavori durano decenni e devono pagare il pizzo alle varie mafie), e una volta che il business sarà terminato (perchè terminerà) cosa resterà alle popolazioni? E’ un film già visto che solo quelli con la memoria corta o in malafede non possono ricordare.
La redazione di Report questa volta ha sbagliato mappa, non si trattava della Calabria.

Massimiliano Capalbo

10 Giugno 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/report.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-06-10 18:18:532018-06-10 18:31:35Dentro la mappa sbagliata
Ambiente, Calabria, Eretiche riflessioni

L’ultimo dei crociati

Prima dell’avvento delle religioni, paradossalmente, le popolazioni tribali erano esseri più spirituali. Vivevano nella (e a contatto con la) natura e consideravano i boschi luoghi sacri. Gli alberi, in particolare quelli più vetusti, erano venerati e considerati abitati da spiriti e dei, alla loro base venivano innalzati altari e ricevevano offerte. Una costante di tutte le culture umane ad ogni latitudine. Con l’avvento della Chiesa organizzata e dunque del potere religioso tutto assunse un altro significato, “l’anima dell’uomo, la foresta interna, fu messa in ceppi e venduta prima che la società tagliasse e vendesse quella esterna” scrive Fred Hageneder, pittore e suonatore d’arpa. I Romani prima e il Cristianesimo dopo sradicarono, prima degli alberi, le persone che vivevano nelle loro colonie recidendo quei legami che li tenevano vincolati alla terra. Le genti impararono ad essere egoisti e ad inseguire la ricchezza e il potere come avviene ancora ai nostri giorni.
La crociata cristiana contro gli alberi non ebbe nulla da invidiare a quella contro le altre religioni. Colui che diede l’avvio alla persecuzione degli alberi secolari fu Martino vescovo di Tours, che nel IV secolo, in Gallia avviò la distruzione dei boschi sacri per motivi religiosi. A lui (che distrusse i cinque alberi sacri d’Irlanda) fecero seguito molti altri “santi” come San Bonifacio che non soltanto abbatté la Quercia Sacra di Donar, in Franconia, ma avvelenò anche la sorgente sacra. Nel 772 Carlo Magno distrusse il tempio Irmin in Westfalia (impiegando tre giorni, indice dell’imponenza del luogo). All’inizio del XI secolo il vescovo Unwan di Brema ordinò di abbattere tutti i boschi sacri della sua diocesi in Germania. Poi toccò alla Boemia, dove nel 1093 Brzetislav bruciò gli alberi e i boschi considerati “pagani”, alla Lituania dove nel 1386 il granduca Yagello, dopo aver adottato la religione cristiana come religione di stato, tagliò i boschi sacri del suo paese. Ma numerosissimi altri luoghi, alberi, boschi, altari, punti di accoglienza vennero rasi al suolo in tutta Europa. Molti resistettero strenuamente e dove il Cristianesimo non riuscì a rimuovere completamente usanze e tradizioni pagane le inglobò, cambiandone senso e significato.
Se l’Europa non è diventata un deserto lo si deve a Cristoforo Colombo perché con la scoperta e conseguente colonizzazione dell’America gli europei trasferirono i loro interessi e i loro saccheggi al di là dell’Oceano riducendo il taglio e la devastazione delle foreste di casa nostra.
La separazione tra Uomo e Natura fu il peccato più grande (forse il vero peccato originale) che la Chiesa Romana commise all’epoca e che continua a commettere ancora oggi. L’ultimo dei crociati sembra risiedere in Calabria, e precisamente a Serra San Bruno, tale don Leonardo Calabretta che nei giorni scorsi si è reso protagonista del taglio di alcuni platani secolari, sotto i quali tempo fa avevo avuto il privilegio di soffermarmi per percepirne lo spirito e la sacralità. Evidentemente lui non ha avuto questa capacità. Stando al racconto di Francesco Bevilacqua che nei giorni scorsi si è recato a Serra San Bruno per avere contezza di quanto accaduto, sembra che il crociato non abbia voluto sentire ragioni quando, perfino i boscaioli incaricati del taglio, hanno tentato di farlo desistere dal peccaminoso intento suggerendo, in alternativa, una semplice potatura delle piante.
Per lui quei quattro muri di cemento, che costituiscono il suo tempio, hanno un’importanza maggiore di quei templi naturali che hanno preceduto (lui e la sua chiesa) e che lo avrebbero anche seguito se non li avesse abbattuti. Per lui il bosco è ancora una selva oscura di medievale concezione e con questa operazione è convinto di aver riportato la luce. Non sa però che gli alberi sono l’elemento di congiunzione tra la terra il cielo e che, interrompere questa relazione, significa contribuire alla creazione del deserto non solo ambientale ma anche spirituale contro i quali magari tuona nelle sue omelie domenicali. “Gli esseri umani – scriveva O.M. Aivanhov – che non conoscono l’importanza dei legami nel campo spirituale, continuano a interrompere il contatto con il Cielo, e in seguito, sono sorpresi: “Perché sono infelice? Perché non ho alcuna aspirazione, alcuno slancio? Perché mi sento morto?…”
Non so se Papa Francesco, autore di un’enciclica “Laudato si” che rimette al centro la natura dopo secoli di indifferenza, sia al corrente dell’azione del presule. Se non lo fosse qualcuno dovrebbe informarlo perché si tratta di peccati contro il Creato e occorre alzare la voce perché Don Calabretta passi alla storia come l’ultimo dei crociati.

Massimiliano Capalbo

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21 Maggio 2018/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/albero-tagliato.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2018-05-21 15:18:302018-05-21 15:24:52L’ultimo dei crociati
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L’autore:

Massimiliano Capalbo

www.massimilianocapalbo.it

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