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Comunicazione, Eretiche riflessioni, Politica, Società

Le challenge degli altri

In questi giorni si discute delle challenge, ovvero delle sfide che i giovani lanciano attraverso i canali social per ottenere visibilità, consenso e di conseguenza guadagnare denaro. Dopo l’incidente in cui ha perso la vita un bimbo di 5 anni i media e i partitici si sono accorti (o fanno finta di accorgersi) del fenomeno. E ovviamente i commenti e le dichiarazioni a favore di telecamera sono di condanna, di stigmatizzazione, intrise di perbenismo di facciata. In realtà nessuno nota che non vi è alcuna differenza tra le challenge lanciate dai giovani e quelle lanciate quotidianamente dai partitici. Pensate alla challenge in questo momento più folle, quella della costruzione del ponte sullo stretto, non ha alcuna giustificazione razionale, né di natura economica, né di natura logistica, né di natura ambientale, eppure il governo sembra voler procedere verso questo ennesima provocazione. Ma potremmo parlare delle challenge contro i magistrati, contro i poveri, contro gli immigrati, le sfide sono ormai all’ordine del giorno. Queste operazioni, infatti, servono a ottenere le stesse cose che spingono i giovani a noleggiare un auto per trascorrerci decine di ore alla guida: visibilità, consenso e di conseguenza denaro. Ma mentre l’incoscienza di quei giovani ha impattato fortunatamente solo sui destini di una famiglia, le challenge dei partitici impattano sui destini di milioni di persone e sui destini di interi territori, lasciando segni e ferite per lungo tempo. E’ questa la logica che muove ogni azione oggi (che sia politica, imprenditoriale, social o di altro genere), sono questi gli obiettivi futili che rincorre la maggior parte della gente: visibilità, consenso, denaro. Ma quelle sbagliate, ovviamente, quelle da biasimare, sono le challenge degli altri. Dopo aver contribuito per decenni a creare e sostenere il personaggio-modello di questo approccio alla vita, il più bravo a trasformare le sfide in denaro, ormai defunto, media e partitici si meravigliano che dei giovani tentino di emularlo.

Massimiliano Capalbo

22 Giugno 2023/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Challenge.arrow_.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2023-06-22 08:04:022023-08-09 22:47:17Le challenge degli altri
Ambiente, Economia, Eretiche riflessioni, Politica, Società, Tecnologia

Sete di saggezza

Da alcuni giorni i tg hanno scoperto che c’è un problema siccità. Ma, quando un problema viene trattato dalla tv, vuol dire che è già troppo tardi per fare qualcosa. E’ dovuto emergere un camminamento che porta ad un isolotto sul lago di Garda perché quelli che ancora definiamo giornalisti si accorgessero che stiamo andando verso la siccità. Impegnati come sono, tutti i giorni, a fare da megafono al partitico di turno non si erano accorti che tra un pò, se non piove, non ci sarà più acqua potabile in alcune zone del Nord Italia. Così come non se ne sono accorti i loro amici partitici, impegnati a legiferare in questo periodo per rendersi immuni dal controllo giudiziario e ad inviare armi all’Ucraina. Ed ecco che, come succede per ogni emergenza, la tendenza è quella di andare alla ricerca dell'”esperto” che risolva il problema. In genere i cittadini votano un incapace che l’unica cosa che sa fare è alzare un telefono alla ricerca di uno più o meno capace di lui. E l’esperto di solito è un ingegnere, un tecnico, un manager (che bazzica gli stessi ambienti partitici) cioè una persona che, come il partitico che lo assolda, non ha alcun contatto con la realtà, che ha studiato e che opera attraverso un computer per pianificare soluzioni applicabili ovunque e, soprattutto, in maniera rapida.
Di fronte ad un disastro creato ad arte dall’uomo nel corso ultimi duecento anni, si pretende di adottare soluzioni che, nel giro di pochi anni, possano risolvere il problema. E tra le soluzioni che cominciano a circolare c’è quella della costruzione di invasi artificiali per raccogliere l’acqua piovana. Quello che gli “esperti” non sanno è che si tratta di una delle tecniche adottate in passato che hanno maggiormente contribuito a condurci, assieme ad altre invenzioni geniali simili, nell’emergenza attuale. Perché l’invaso artificiale sottrae enormi quantità di acqua e contribuisce a distruggere l’habitat di esseri umani, animali e piante. Prima che di acqua si avverte una sete di saggezza.
Uno dei massimi esperti mondiali di trasformazione dei deserti in paradiso, Sepp Holzer, afferma: “i progetti delle dighe di sbarramento sono un’espressione dell’idiozia umana“. Holzer è diventato una persona competente perché oltre a non essere andato a scuola si è formato con l’esperienza diretta nella conduzione della sua fattoria in Austria, divenuta oggi una meta di pellegrinaggio per chi vuole imparare a relazionarsi, a coltivare e a vivere in simbiosi con la natura.
A monte dei disastri che abbiamo compiuto fino ad oggi c’è il fatto che l’acqua non è considerata un essere vivente col quale relazionarsi ma, come tutte le cose nella nostra società, una merce con la quale fare affari. Holzer la definisce come il sangue della Terra, ha bisogno di scorrere in una rete capillare e non di essere concentrata in un punto. Da circa due secoli ci siamo avviati verso la desertificazione attraverso una serie di errori come: l’abbandono dell’agricoltura naturale a favore di quella intensiva; l’impiego di concimi chimici e diserbanti; la salinizzazione del terreno dovuta ad un’irrigazione sbagliata (i primi responsabili della desertificazione ed anche i primi a lamentarsi della carenza d’acqua sono proprio quelli che la sprecano quotidianamente, gli agricoltori); lo scavo di pozzi profondi che prosciugano le falde; lo sfruttamento eccessivo a pascolo; il disboscamento selvaggio.
Rinaturalizzare un paesaggio significa restituire al suolo la sua umidità naturale e per farlo non bisogna fare tutto quello che abbiamo fatto negli ultimi due secoli. Gli invasi artificiali non favoriscono il bilancio idrologico ma lo distruggono perché sono sistemi isolati che non si connettono con la natura circostante. Una diga di sbarramento non è costruita secondo le curve di livello ma secondo il progetto di un ingegnere. E’ costituita da un bacino il più profondo possibile in cui l’acqua è concentrata e bloccata con un grande muro di cemento e il suo deflusso non avviene secondo le stagioni e i ritmi naturali ma secondo il fabbisogno umano (acqua ed energia). Drena tutte le risorse idriche del territorio attorno, riducendo le forme di vita, ed è soggetta a forte evaporazione nei mesi più caldi perché l’ampio specchio d’acqua è esposto ai raggi solari. Senza contare che quando è troppo pieno o quando occorre effettuare delle manutenzioni il lago deve essere svuotato con spreco di grandi quantità d’acqua. Altro aspetto non di poco conto è che viene affidato a società esterne (spesso straniere) che si appropriano di un bene comune che appartiene alla collettività per scopi privati.
Un’alternativa agli invasi artificiali sono i bacini di ritenzione, ovvero un paesaggio acquatico composto da più bacini di raccolta in grado di impregnare d’acqua il suolo di un’area molto estesa. Si tratta di numerosi laghetti realizzati tenendo conto delle curve di livello naturali presenti nell’area che, se si ha la capacità di leggere il paesaggio (e forse è tutto qui il problema), non fanno che assecondare il normale deflusso dell’acqua e che possono essere modellati in modo che, in caso di precipitazioni normali, venga immagazzinata la stessa quantità di un invaso artificiale e, in caso di precipitazioni intense, sono in grado di assorbire meglio l’acqua perché sulle loro sponde si può coltivare e la vegetazione cresce più rigogliosa trattenendo l’acqua attraverso radici e humus. Le rive si prestano alla pesca perché, al contrario dei grandi invasi, possiedono vari livelli di profondità dove possono vivere diverse specie di pesci, anfibi e uccelli. Infine, il surplus di acqua può essere tranquillamente utilizzato per produrre energia elettrica.
Un bacino di ritensione idrica richiede il coinvolgimento dei proprietari terrieri ricadenti nell’area ma, soprattutto, un cambio di mentalità e una capacità di dialogo e di sinergia che le istituzioni non possiedono, al contrario di un invaso artificiale che è assimilabile ad una trattativa privata su un bene comune tra ente pubblico e soggetto gestore. Nel primo caso i benefici sarebbero territoriali, l’ecosistema migliorerebbe, i proprietari sarebbero responsabilizzati e coinvolti, si otterrebbero produzioni agricole di qualità e non ci sarebbero emergenze idriche. Nel secondo caso i problemi si accentuerebbero nel lungo periodo ma nel breve periodo l’impresa privata farebbe affari e il partitico raccoglierebbe il consenso delle associazioni di categoria degli agricoltori e non solo. Basta sapere questo per comprendere come andrà a finire.

Massimiliano Capalbo

19 Febbraio 2023/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/siccita-garda.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2023-02-19 10:19:492023-02-19 10:27:53Sete di saggezza
Economia, Eretiche riflessioni, Politica, Società

Stalking di Stato

Chi gestisce o coadiuva un’impresa in Italia avrà sicuramente avuto a che fare con le rilevazioni ISTAT o altri questionari imposti per legge da parte di enti pubblici spesso di fama minore (se non nulla). Ho scoperto, così, l’esistenza di questo INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) che letteralmente stalkerizza le aziende con pec, mail e telefonate da call center per ottenere la compilazione di questionari di dubbia utilità.
E’ accaduto, pertanto, di dover rispondere ad una cortese ma insistente signorina che pretendeva la risposta ad un questionario INAPP quasi mi dovesse vendere un divano o una padella per le crepes. La prima difficoltà è stata capire a quale questionario INAPP si riferisse, visto che ne arrivano cinque o sei a semestre. Svelato l’arcano, ho fatto presente che i dati che l’istituto nazionale sta chiedendo sono già in possesso di altri enti pubblici. Niente, la signorina gentile ed insistente voleva che rispondessi. Qual è il vostro codice ATECO?
Per chi non lo sapesse, il codice ATECO è attribuito dalla Camera di Commercio all’atto dell’iscrizione in una delle categorie già preformattate dallo Stato. Serve a far capire all’Erario quanto dovresti guadagnare (e quante tasse dovresti pagare) ma anche a far capire al cittadino che non esiste modo che questi possa inventare una nuova forma di impresa che non sia stata precedentemente catalogata e identificata dallo Stato. In pratica, ti fanno capire che non esiste alcuna creatività, alcuna innovazione e tutto deve essere fatto rientrare in una delle etichette che lo Stato prova a metterti addosso.
Bè senza divagare oltre, il codice ATECO è un DATO PUBBLICO facilmente reperibile e consultabile da chiunque. Come la partita iva, la sede, il capitale versato etc. Un dato già in loro possesso che potrebbero prelevare a piacimento senza colpo ferire e senza alcuna fatica. Eppure te lo chiedono mille volte in un anno.
Perché devo perder tempo mille volte in un anno a dover inserire questo dato? Vogliono vedere se sono attento o se stia barando? Perché la Pubblica Amministrazione non se lo prende da sola dagli innumerevoli data base a sua disposizione? La signorina non mi sa rispondere ma insiste che spenda il tempo mio e dell’azienda a rispondere a mia volta.
Si giunge, dunque, a domande più piccanti. Quanti beni sono stati acquistati con Industria 4.0? Quanti dipendenti hanno fatto almeno un viaggio sulla luna e quanti sono i satelliti di Saturno?
Mi sono sentito in dovere di far presente alla “virago” (che al telefono continuava a parlarmi sopra nonostante la supplicassi di chiamare ISTAT e farsi dare gli stessi dati che chiedevano loro e che avevamo compilato nella rilevazione trimestrale, già perché vogliono sapere che fai ogni tre mesi…) che per rispondere alla maggior parte dei quesiti occorre che mi rivolga all’ufficio contabile aziendale che dovrà convocare un professionista esterno (commercialista o fiscalista, spesso entrambi insieme) per capire come e cosa rispondere.
Ciò comporta del tempo/uomo che viene distolto dalle attività remunerative aziendali, quelle che servono a pagare le tasse che pagano lo stipendio dei dirigenti di questi inutili carrozzoni pubblici che si permettono di farti la morale e si trincerano dietro un laconico “ce lo chiede l’Europa” (giuro che la signorina me lo ha detto con disarmante banalità).
Ecco lo Stato Stalker. Uno Stato secondo cui sei contribuente (debitore di tributo) e non cittadino, uno Stato per cui sei tu a doverti giustificare delle cose che fai e di come le fai, uno Stato che ti fa pagare tasse spropositate ma ti chiede pure di fare il suo lavoro compilativo. E se non rispondi ti fa pure la MULTA!
La ciliegina sulla torta sta nell’aver commissionato ad un soggetto privato il compito di molestare le imprese per conto dell’ente pubblico, una sorta di stalking in conto terzi. L’operatore, preparato e gentile, viene istruito per portare a termine il suo compito di ottenere informazioni inutili e ridondanti.
Queste informazioni andranno, poi, a compilare report, che sostanzieranno dossier, che concluderanno in simposi, che saranno interrotti da coffee break ed intermezzati da buffet (alla vista dei quali anche i premi nobel diventano ansiosi cannibali), che diventeranno libri bianchi che saranno presentati alla presenza di ministri i cui spin doctor ricaveranno delle key words che i ministri ripeteranno nei talk show, che diventeranno meme, che saranno ben graditi ai presidenti dei partiti, che li imporranno ai segretari regionali, che li ripeteranno scimmiottando i propri capi, che saranno riproposti dai segretari provinciali e propalati dalla spia prezzolata che fa scouting nel bar di quartiere.
E le imprese non ne ricaveranno nulla. E le imprese staranno zitte. Perché non hanno tempo di protestare, devono produrre per pagare le tasse. Perché dovrebbero essere rappresentate dalle associazioni di categoria (Confindustria, Confcommercio, Conferscenti e compagnia cantando) che dovrebbero tutelarne gli interessi ma che faranno la loro bella mostra nei simposi in cui un ministro presenterà dei dati da cui sarà ricavato un libro bianco, dal quale saranno estratte delle key words di cui tutti si riempiranno la bocca e nessuno ci capirà niente.
L’ho scritto tempo fa, lo Stato non serve. Non è di servizio, non è servitore ma ci chiede di servire. In più, lo Stato fa stalking. Ti opprime e ti spreme. Ed intanto c’è INAPP…

Cono Cantelmi

9 Dicembre 2022/0 Commenti
https://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/stalking.jpg 320 800 Massimiliano http://www.ereticamente.it/wp-content/uploads/Ereticamente_logo_1.jpg Massimiliano2022-12-09 14:50:212022-12-09 14:50:21Stalking di Stato
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